Una simultanea entrata nella storia degli scacchi: Leningrado 20 novembre 1925
Capablanca nel 1926 durante una simultanea al Marshall Chess Club di New York (fonte: chesshistory.com)
(Massimo Cecchini)
Nel mondo degli scacchi, le simultanee – esibizioni in cui un maestro affronta decine di avversari contemporaneamente – sono da sempre occasioni di spettacolo, ma anche momenti privilegiati per la scoperta di nuovi talenti. Raramente, tuttavia, una di esse ha assunto un valore così simbolico come quella disputata il 20 novembre 1925 a Leningrado, città che aveva cambiato nome da poco (fino al gennaio 1924 era nota come Pietrogrado).
Si trattava di una simultanea su 30 scacchiere, un impegno faticoso che richiedeva concentrazione, precisione e una notevole resistenza fisica e mentale. A condurre i pezzi bianchi era nientemeno che José Raúl Capablanca, campione del mondo in carica, una delle leggende degli scacchi. Maestro di straordinaria eleganza posizionale, Capablanca era celebre anche per la sua impeccabile gestione del tempo e delle energie, qualità indispensabili in esibizioni di questo tipo. Del resto, era perfettamente abituato alle simultanee: nel corso della sua carriera ne aveva disputate circa 500 in numerosi paesi dell’America del Nord, dell’America Centrale, del Sudamerica e dell’Europa (qui il link delle varie simultanee).

Nel 1925 il campione cubano si trovava all’apice della fama. Aveva conquistato il titolo mondiale nel 1921, sconfiggendo Emanuel Lasker, e il suo stile era universalmente apprezzato per la limpidezza, la tecnica raffinata e la straordinaria capacità di semplificazione, che lasciava agli avversari pochissimi margini di manovra. Capablanca non era soltanto un campione: rappresentava un vero e proprio simbolo dell’eccellenza scacchistica.
La sua presenza in Unione Sovietica era dovuta all’invito ricevuto per partecipare al Primo Torneo Internazionale di Mosca, disputato dal 10 novembre all’8 dicembre 1925, esattamente cento anni fa. La presenza di Capablanca a quella competizione aveva un significato che andava ben oltre il piano sportivo: l’URSS stava investendo con grande determinazione nella crescita di una nuova generazione di scacchisti, e il confronto con i migliori giocatori occidentali rappresentava una tappa fondamentale di questo processo.
Il torneo di Mosca aveva infatti l’obiettivo di mostrare al mondo occidentale lo straordinario sviluppo del movimento scacchistico russo. Dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, grazie a un vero e proprio piano quinquennale dedicato agli scacchi, il gioco aveva conosciuto una diffusione capillare. Nikolaj Krylenko, promotore del movimento e organizzatore del torneo di Mosca, nel 1924 era a capo della sezione scacchistica del Consiglio Supremo per l’Educazione Fisica dell’URSS. Per dare un impulso decisivo alla diffusione del gioco, coniò lo slogan: «Diamo gli scacchi ai lavoratori». L’iniziativa ebbe un successo travolgente, arrivando a coinvolgere milioni di persone.
Dal punto di vista ideologico, gli scacchi venivano considerati privi di connotazioni di classe e, sotto il profilo sociologico, offrivano un passatempo virtuoso a una vasta popolazione che, nel tempo libero, era spesso impegnata a «fabbricare liquori, berli e litigare con altri ubriachi». In questo contesto, gli scacchi divennero una vera passione di massa e il predominio sovietico nella disciplina non tardò ad affermarsi, dando origine a una autentica scuola scacchistica sovietica. I numeri testimoniano il successo del progetto: si stima che dai 150.000 tesserati del 1929 si sia passati a circa 500.000 nel 1934.

Nonostante il prestigio, Capablanca non era in perfetta forma durante il torneo di Mosca. A metà competizione aveva già subito una sconfitta contro il russo Ilyin-Genevsky (1894-1941), ottenendo soltanto due vittorie – contro Yates (1884-1932) e Bohatyrchuk (1892-1984) – e una serie di patte. In classifica era preceduto non solo dall’ex campione del mondo Emanuel Lasker, ma anche da Bogoljubov e dalla rivelazione del torneo, il giovane maestro messicano Carlos Torre Repetto (1904-1978).
A ciò si aggiungeva un notevole dispendio di energie extra-agonistiche. Prima ancora dell’inizio del torneo internazionale, Capablanca aveva disputato due simultanee a Mosca, il 7 e l’8 novembre, per un totale di 45 partite, ottenendo 30 vittorie, 12 patte e 3 sconfitte. Inoltre, apparve come interprete di sé stesso nel film-documentario La Fièvre des Échecs (titolo originale: Shakhmatnaya goryachka), diretto da Vsevolod Pudovkin, una pellicola che testimoniava l’enorme interesse popolare suscitato dal torneo di Mosca.
La locandina del film e Capablanca attore (fonte: IMDB)
Il 20 novembre, giorno di riposo del torneo, Capablanca avrebbe potuto concedersi una pausa. Invece, decise di affrontare un viaggio notturno di circa 700 chilometri per raggiungere Leningrado, rinunciando al riposo per soddisfare le aspettative dei suoi ammiratori. Senza fornire spiegazioni apparenti, accettò di esibirsi in una simultanea presso la Philharmonic Hall, davanti a un pubblico numeroso e partecipe.

Tra i trenta avversari figurava un ragazzo quattordicenne, con gli occhiali e un’aria concentrata. Aveva iniziato a giocare a scacchi appena due anni prima ed era del tutto sconosciuto al pubblico internazionale; tuttavia, negli ambienti scacchistici scolastici di Leningrado, sua città natale, era già noto per le sue doti tattiche e per i nervi saldi, tanto che venne scelto dall’organizzatore della simultanea, Iakov Gerasimovich Rokhlin (1903–1995). Il suo nome era Mikhail Botvinnik. Quella partita contro Capablanca, che avrebbe dovuto rappresentare soltanto una tappa del suo apprendistato, si trasformò invece in un episodio destinato a entrare nella storia degli scacchi.
Quando Rokhlin telefonò a Botvinnik per comunicargli la notizia, Botvinnik chiese un biglietto da spettatore per suo fratello; Rokhlin rifiutò bruscamente, “Sii grato di giocare“, gli disse. Botvinnik fu effettivamente grato, anche se rischiò di perdere l’occasione: a causa di una lite con la madre, che disapprovava gli scacchi, arrivò alla Filarmonica di Leningrado in ritardo e senza fiato. La sala era gremita e già pervasa da un caldo opprimente. Due compagni di classe di Botvinnik avevano occupato il suo posto, pronti, a quanto pare, a difendere l’onore della loro scuola qualora il loro campione non fosse arrivato. Con riluttanza, cedettero la sedia a Botvinnik, ma rimasero seduti ai lati, dispensando consigli non richiesti (e inascoltati) per tutta la partita.
La partita si sviluppò a partire da un’apertura tipica dell’epoca, il Gambetto di Donna, emblema della scuola classica. Fin dalle prime mosse emerse l’atteggiamento del giovane Botvinnik: coraggioso, pragmatico, sorprendentemente sicuro di sé. Non ebbe timore di affrontare il campione del mondo su linee complesse. Dopo 32 mosse, grazie a una gestione centrale e tattica di alto livello, il conduttore dei pezzi neri raggiunse una posizione chiaramente vincente. Capablanca, riconoscendo l’imminenza della minaccia, depose le armi.
La notizia fece rapidamente il giro delle riviste e dei giornali dell’epoca: una simultanea si era trasformata in un evento storico, segnando simbolicamente l’incontro tra il presente degli scacchi mondiali e il loro futuro.
José Raul CAPABLANCA – Mikhail BOTVINNIK
Leningrado, 20 novembre 1925
Simultanea
I commenti in corsivo sono tratti da M.BOTVINNIK, “Partidas selectas (1) 1923-1941”
Ediciones Eseuve, Madrid 1990, pag.39-41
Nel libro citato così si espresse Botvinnik al termine della partita: “Qui Capablanca mischiò i pezzi, volendo significare che abbandonava, quindi proseguì oltre. L’espressione del suo viso non era delle migliori, per questo sono scettico riguardo ai resoconti dei testimoni sul fatto che Capablanca si espresse in termini elogiativi riguardo alle mie capacità scacchistiche.”
I resoconti dell’epoca richiamati da Botivinnik stesso, raccontano che Capablanca apparve più sorpreso che umiliato dall’esito della partita contro il giovane avversario di Leningrado. Dopo aver abbandonato, Capablanca esclamò che in Europa i giocatori del calibro di Botvinnik giocavano nei tornei, non in simultanea. La stampa sovietica lo riportò come un elogio di Capablanca per il suo giovane avversario. In realtà, si trattava di una lamentela: Capablanca riteneva antisportivo includere un giocatore di tale forza in una simultanea. Mostrò la sua insoddisfazione con il suo atteggiamento rassegnato, spazzando via i pezzi rimanenti dalla scacchiera.
Capablanca in seguito elogiò il gioco di Botvinnik sulla stampa, ma al momento della sconfitta, i suoi modi erano rozzi e il suo volto aveva un’espressione “per niente piacevole”.
Una delle leggende narra che al termine dell’esibizione il campione cubano chiese all’organizzatore: «A che livello appartiene il ragazzo con gli occhiali?». Informato che si trattava di un giocatore di categoria “B”, un certo Misha Botvinnik, Capablanca replicò con ammirazione: «Questo ragazzo gioca con la sicurezza di un maestro! Andrà lontano». Una profezia che, come sappiamo, si sarebbe pienamente avverata. Qui colpisce la capacità di Capablanca di riconoscere immediatamente il talento di un giocatore allora del tutto sconosciuto. Non a caso, i biografi di entrambi i giocatori ricordano questo episodio come un momento chiave nelle rispettive vicende personali e sportive.
Per completezza, va ricordato che la simultanea di Leningrado si concluse dopo cinque ore e mezza di gioco con un bilancio complessivo di 18 vittorie, 8 patte e 4 sconfitte per Capablanca. Il giorno seguente, rientrato a Mosca per la ripresa del torneo internazionale, il campione cubano disputò quella che egli stesso avrebbe in seguito definito la peggiore partita della sua carriera, perdendo contro Boris Verlinskij (1888-1950).
Il fatto che Capablanca si fosse arreso a un ragazzo di appena quattordici anni durante una simultanea non passò inosservato negli ambienti scacchistici. Quella partita assunse ben presto un valore quasi simbolico, come se prefigurasse un imminente passaggio di testimone verso una nuova generazione di giocatori, in particolare sovietici.
La clamorosa vittoria di Botvinnik attirò infatti l’attenzione di Krylenko e della Sezione Scacchistica. Nel decennio successivo, il giovane Botvinnik e altri giovani talenti emergenti sarebbero stati sistematicamente preparati al successo. Dal quel nucleo di futuri grandi maestri sarebbe nata la cosiddetta scuola sovietica di scacchi, e Botvinnik ne sarebbe emerso come leader.
La simultanea di Leningrado del 20 novembre 1925 non fu dunque soltanto un episodio isolato, ma rappresentò un punto di svolta nella storia degli scacchi moderni. La vittoria di un giovane sconosciuto contro uno dei più grandi campioni di sempre venne interpretata come il segnale dell’ascesa di una nuova generazione destinata a dominare la scena mondiale. Mikhail Botvinnik, del resto, non rimase un semplice prodigio: maturato come giocatore, divenne uno dei più grandi campioni di tutti i tempi e fu campione del mondo dal 1948 al 1963, inaugurando il lungo predominio sovietico negli scacchi del XX secolo.
Negli anni successivi, l’Unione Sovietica avrebbe infatti dominato il panorama internazionale: tutti i campioni del mondo provenivano dall’URSS e i vincitori dei principali tornei internazionali erano quasi sempre sovietici. A partire da Botvinnik, questi giocatori incarnarono il “sistema” che li aveva portati a quella posizione di supremazia. L’Unione Sovietica fu l’unico paese allora ad aver compiuto uno sforzo collettivo così imponente per creare una vera scuola nazionale di scacchi, coltivando i talenti fin dall’inizio e garantendo loro anche un adeguato benessere materiale.

Massimo Cecchini è nato a Vigevano (PV) nel 1966. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Economia, ha ripreso a cimentarsi nei tornei e al termine del 2008 ha conseguito la 1^ categoria nazionale. Istruttore FSI dal 2006, ha insegnato e insegna il gioco alle giovani generazioni. Da sempre appassionato della storia di questo gioco.

