Uno Scacchista

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L’inizio di una rivalità leggendaria: Capablanca contro Alekhine (San Pietroburgo 1913)

(Massimo Cecchini)
Nel firmamento dello sport, la grandezza raramente risplende in solitudine. Se l’atleta capace di infrangere ogni record suscita ammirazione, è l’esistenza di un antagonista speculare a trasformare la cronaca sportiva in leggenda. Il duello tra due protagonisti in lotta per lo stesso trono non rappresenta soltanto una competizione per un titolo, ma un confronto tra filosofie, stili di vita e visioni del mondo.

Quando due talenti raggiungono simultaneamente l’apice, lo sport vive la sua fortuna più grande: la loro rivalità non solo alza il livello della competizione, ma definisce un’epoca.

Restano emblematiche le epiche sfide sui campi di tennis di tutto il mondo tra lo svedese Björn Borg e lo statunitense John McEnroe, uno dei duelli più iconici del tennis tra stili opposti e match memorabili degli anni ’70–’80, così come il dualismo in Formula 1 tra il brasiliano Ayrton Senna e il francese Alain Prost, o ancora con la dicotomia tutta italiana nel ciclismo tra il “toscanaccio” Gino Bartali e Fausto Coppi, “il campionissimo”. L’episodio della borraccia passata sul Galibier rimane il simbolo di un’epoca in cui i due erano nettamente più forti di tutti.

Il mondo degli scacchi non fa eccezione. Ogni generazione ha avuto i propri scontri epocali: Mikhail Botvinnik contro David Bronstein, Bobby Fischer contro Boris Spassky, Anatoly Karpov contro Garry Kasparov. In questa galleria di giganti, la rivalità tra José Raúl Capablanca e Alexander Alekhine occupa un posto di particolare rilievo storiografico: essa rappresenta infatti il primo vero confronto tra il “genio naturale” e il “metodo scientifico”, ponendo le basi per il professionismo moderno.

Quasi coetanei — Capablanca era nato il 19 novembre 1888, Alekhine il 31 ottobre 1892 — i due incrociarono i propri destini per la prima volta a San Pietroburgo, nel dicembre 1913.

La città russa viveva allora un momento sospeso tra lo sfarzo imperiale e i primi segnali di un cambiamento epocale. In quel contesto di estrema raffinatezza, gli scacchi non erano solo un passatempo, ma una questione di prestigio nazionale.

Fu l’editore e magnate della stampa Boris Suvorin (1879-1940) a voler mettere alla prova quello che veniva definito il “fenomeno” del momento: il cubano Capablanca. Questi, già vincitore del fortissimo torneo di San Sebastian (1911) e sfidante del campione del mondo Emanuel Lasker, era giunto in Russia in veste diplomatica presso il consolato di San Pietroburgo. La stampa lo descriveva come una “macchina di calcolo vivente” dotata di un’eleganza di gioco mai vista prima.

Per testarne le ambizioni, venne istituita la Coppa Suvorin: una formula originale in cui Capablanca avrebbe affrontato tre dei migliori maestri russi in mini-match di due partite ciascuno (una col Bianco e una col Nero). Il regolamento era ferreo: per conquistare la coppa d’oro, Capablanca avrebbe dovuto vincere tutti gli incontri senza subire neppure una sconfitta. Anche una sola partita non vinta avrebbe comportato l’assegnazione del trofeo al giocatore capace di ottenere il miglior risultato contro di lui.

Boris Suvorin

Per contrastare il cubano, Suvorin selezionò tre maestri che rappresentavano diverse sfumature della scuola russa del tempo:

  • Alexander Alekhine, ventunenne, prodigio dallo stile d’attacco feroce e dall’ambizione smisurata, già campione nazionale dilettanti a 17 anni;
  • Eugene Znosko-Borovsky, raffinato teorico, intellettuale e critico letterario, direttore della rivista Novoje Vremja;
  • Fyodor Duz-Khotimirsky, soprannominato il “killer dei giganti”, giocatore imprevedibile capace di complicare le posizioni oltre ogni logica, noto per aver sconfitto campioni del calibro di Lasker, Rubinstein e Tartakower.

La sfida tra Capablanca e Alekhine segnò l’incontro tra due mondi, tra due concezioni opposte del gioco. Da una parte il cubano, dotato di un talento naturale quasi soprannaturale, capace di semplificare le posizioni con una intuizione impeccabile; dall’altra il russo, il “fuoco della determinazione”, un esteta dell’attacco che viveva e respirava scacchi ogni istante della giornata.

La partita seguente è il loro primo incontro.


José Raul Capablanca – Alexander Alekhine
San Pietroburgo, 15 dicembre 1913 – Gambetto di Donna (D30)

I commenti in corsivo sono tratti da J.R.CAPABLANCA, “La mia carriera scacchistica”, Prisma Edizioni, Roma 1990, pag.63-65

La partita è riportata in numerosi libri, tra cui “Capablanca’s 100 Best Games of Chess”, di Harry Golombek, Bell Editore, 1970.

La celebre foto che immortala i due giocatori e sulla scacchiera gigante la posizione finale della partita

Esiste in rete anche una foto a colori della stessa immagine sopra riportata:

Immagine colorizzata da Olga Shirnina

Il giorno successivo i due si incontrarono di nuovo, questa volta a colori invertiti:

Alexander Alekhine – José Raul Capablanca
San Pietroburgo, 16 dicembre 1913 – Spagnola (C90)

Questa partita illustra in modo magistrale la tecnica di Capablanca nel trasformare piccole imprecisioni di coordinazione in un vantaggio posizionale crescente. Il trattamento del mediogioco da parte del Nero, specialmente l’uso della coppia degli Alfieri e il controllo delle colonne aperte, è esemplare. Alekhine, d’altro canto, mostra qui una insolita fragilità difensiva, commettendo errori tattici (29. Ad6? e 31. Ta1?) che non sono tipici del suo stile aggressivo e calcolatore, permettendo al Nero di trasformare il vantaggio strategico in attacco decisivo.


In quel 1913, le due vittorie di Capablanca su Alekhine furono una straordinaria lezione di strategia posizionale, una sconfitta che il russo non avrebbe mai dimenticato. Quell’esperienza forgiò lo spirito di Alekhine: per quattordici anni il russo studiò ogni partita del rivale con rigore maniacale, fino al “miracolo” di Buenos Aires del 1927, quando riuscì a strappargli il titolo mondiale.

Capablanca non conquistò la Coppa Suvorin. Il trofeo andò a Eugene Znosko-Borovsky, il quale, pur vedendo Capablanca totalizzare 5 punti su 6, riuscì nell’impresa di sconfiggerlo in una partita con il Nero, pareggiando così il mini-match e privando il cubano del percorso netto richiesto.


Ciò che rende memorabile l’inizio di questa grande rivalità non è soltanto il risultato dell’incontro, ma la consapevolezza – colta solo a posteriori – di aver assistito alla nascita di un duello destinato a definire un’epoca. La storica rivalità tra i due geni si è consumata in 49 scontri diretti, con un bilancio finale di 9 vittorie a 7 per Capablanca, con 33 patte.

Dopo il leggendario match mondiale, i due rivali si affrontarono solo altre tre volte, mantenendo un equilibrio perfetto: una vittoria per Capablanca a Nottingham (1936), una vittoria per Alekhine e un pareggio al torneo olandese AVRO del 1938.

Alekhine e Capablanca al torneo AVRO del 1938 (immagini tratte dal Picture Post, 26 novembre 1938)

Il destino volle che la loro rivalità fosse scandita da una simmetria quasi poetica anche nel congedo: come nacquero a quattro anni di distanza, così morirono a quattro anni di intervallo. Capablanca si spense a New York l’8 marzo 1942; Alekhine lo seguì, in circostanze tragiche, il 24 marzo 1946.

Una strana coincidenza che li unisce per sempre, entrambi nel mese di marzo, nel pantheon degli immortali.


Massimo Cecchini è nato a Vigevano (PV) nel 1966. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Economia, ha ripreso a cimentarsi nei tornei e al termine del 2008 ha conseguito la 1^ categoria nazionale. Istruttore FSI dal 2006, ha insegnato e insegna il gioco alle giovani generazioni. Da sempre appassionato della storia di questo gioco.

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2 pensieri su “L’inizio di una rivalità leggendaria: Capablanca contro Alekhine (San Pietroburgo 1913)

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