I duchi dimezzati e le scacchiere dei nostri antenati estensi
(Daniele Ganapini)
La storia millenaria degli scacchi ha spesso avuto un ruolo di rilievo nella vita delle Corti nobiliari, sia per i pezzi che per le scacchiere di grande pregio. Daniele Ganapini ci offre un iter storico su quella Estense a partire dal XIV secolo; la tappa odierna è la terza ed ultima parte, qui per la prima parte “I marchesi rampanti di Casa d’Este e lo zuogo da schachi” e qui per la seconda parte “I tavolieri inesistenti e il loro cavaliere alla corte di Ferrara“. Buona lettura.
Nel 1598 il papa Clemente VIII decise di non riconoscere Cesare d’Este come erede legittimo del duca Alfonso II e incorporò Ferrara e altri territori (come Bagnacavallo, Lugo, Comacchio) nello Stato della Chiesa. Naturalmente la questione fu molto più lunga, intricata e sofferta, resa complessa dall’ondivaga preferenza di Alfonso verso i rami cadetti di San Martino e quello Montecchio e da uno scacchiere italiano da tempo in balia dei potentati esteri.
Il 30 gennaio 1598 Cesare abbandonò definitivamente Ferrara per trasferirsi a Modena, dovendo comunque affrontare gravi insidie per mantenere almeno quanto restava dei suoi possedimenti. Il duca apparteneva a un ramo derivante da un figlio “bastardo” del duca Alfonso I, anch’egli battezzato Alfonso e che ricevette dal padre insieme al castello di Montecchio un prestigioso palazzo “sula via deli Anzeli”, acquistato dalla famiglia Bevilacqua, e diverse altre proprietà.
Dagli inventari di guardaroba del palazzo troviamo nel 1574 «Uno tavolino con marmor sopra e uno scachiero in megio» e «nelle camere della magnifica Signora Violante (…) Uno tavolino con marmor sopra e uno scachiero in megio» e ancora nel “Giornale del banco” del 1581 «A spesa della guardaroba a maistro Giulio Lovato intersiadore lire quarantaquattro soldi dodici marchesani per il precio de dui tavolini et dui scachieri fati per l’Illustrissimo Signor Don Cesare et per otto palette de pioppa da giocare alla balla per detto Signor et per uno altro scachiero per la Illustrissima Signora Donna Eleonora e altre fature per Sua Eccellenza» [1]. Indizi concreti che Cesare avrebbe portato con sé nella nuova capitale una tradizione ancora viva, diversamente da quanto sostenuto da Chicco che parla di una fiamma spenta, riaffiorante solo nel 1700 con Maria Teresa Cybo sposa a Ercole III, stando ai i ricordi del maestro Ercole del Rio nel suo manoscritto “Semicenturia di partiti” [2] mentre altre fonti indicano per certo come Laura Martinozzi, moglie di Alfonso IV e nipote del Cardinal Mazzarino, giocava a scacchi, per esempio col pittore bolognese Baldassarre Bianchi, che dopo aver lavorato alla reggia di Sassuolo intorno al 1646 era tornato a essere pittore ducale negli anni ’70. [3]
Eppure anche in quei frangenti emergono segni importanti di un destino che farà del ducato di Modena e Reggio luogo scacchistico di eccellenza.
Il primo è che proprio a seguito della tragica morte di Ercole Contrari, il suo feudo di Vignola venne ceduto nel 1574 a Giacomo (Jacopo) Boncompagni, figlio naturale del papa Gregorio XIII, che dopo l’ascesa al soglio pontificio lo sostenne nell’acquisto sia di questo, sia del ducato di Sora ed Arce, da quel Francesco Maria II della Rovere, amico giovanile di Torquato Tasso e al quale sarà dedicato nel 1583 il “De ludo scacchorum in legali methodo tractatus”.
La carriera politica di Giacomo è rapida e in continuo divenire, lo vede impegnato in incarichi di rilievo mentre la moglie Costanza Sforza amministra i feudi e genera eredi: proprio a Vignola partorisce il primo figlio maschio di cui ne diverrà il marchese.
Tra i suoi interessi Boncompagni ha anche gli scacchi e si rivela un importante protettore di giocatori, tant’è che l’edizione italiana de Il Giuoco De gli Scacchi di Ruy Lopez, Spagnuolo stampato da Cornelio Arrivabene nel 1584 gli venne dedicata e il suo nome si lega in modo particolare a quello del Polerio, rientrato dalla Spagna agli inizi del nuovo secolo, che ne fu maestro e gli dedicò un proprio trattato [4].

Sempre nel Seicento è attesta negli anni ‘80 la presenza a Modena di Francesco Piacenza, napoletano di nascita ma che molto viaggiò prima di trascorrere gli ultimi anni a Modena. In precedenza aveva ricoperto incarichi a Bologna negli anni in cui fu arcivescovo l’omonimo bisnipote di Giacomo Boncompagni e aveva scritto il trattato “I Campeggiamenti negli Scacchi, ossia nuova disciplina d’attacchi, difese e partiti del giuoco nello stile antico, che nel nuovo Arciscacchiere, Stratagemme e Invenzioni” proponendo una scacchiera di cento case con l’aggiunta di due nuovi pezzi: il Centurione e il Decurione [5].
![]() |
![]() |
Centurione e il Decurione, i due nuovi pezzi dell’Arciscacchiere di 100 caselle
Membro dell’Accademia degli Immobili, all’università estense tenne docenze naturalistiche tra il 1686 e il 1687 e il suo studio “L’Egeo Redivivo, ossia corografia dell’arcipelago e dello stato antico e attuale di quelle isole”, fu editato pochi mesi dopo la sua morte, a Modena nel 1688.
Curiosamente, disponiamo di una damiera di altrettante caselle di proprietà di un altro e più importante naturalista che, nato a Scandiano nel 1729, insegnò settant’anni dopo allo studio del seminario di Reggio e al Collegio San Carlo di Modena, prima della definitiva consacrazione all’Università di Pavia. Questo gioco è conservato appunto presso la Collezione Lazzaro Spallanzani ai Civici Musei di Reggio Emilia. [6]

Fonte: Wikimedia commons, Vestibolo d’ingresso della collezione Spallanzani, Musei Civici di Reggio Emilia, foto Georgia Cantoni / Musei Civici di Reggio Emilia [Link alla fonte]
Ma veniamo appunto al Settecento. è proprio la presenza di maestri come Ercole del Rio, Giambattista Lolli, Domenico Ponziani a sancire il momento di maggior successo dei giocatori locali nella storia degli scacchi. Attorno a questi tre grandi figurano altri forti giocatori ricordati nei loro scritti quali Valerio Benincasa professore al Collegio di Reggio, Paolo Rango d’Aragona nuovo marchese di San Martino in Rio, il feudo del ramo cadetto degli Este appena estintosi e che abitò nella rocca, Giambattista Contarelli di Correggio, autore di un saggio. Con la loro appartenenza alle classi dirigenti dello Stato, si attesta il fatto che la burocrazia statale, i religiosi, la nobilità locale legate ai dominii estensi tenessero ben accesa quella fiamma.
Per le biografie e le tracce scacchistiche contenute nei loro scritti si rimanda a “I tre grandi modenesi e i loro tempi” [7]. Con riferimento agli inventari nobiliari è invece possibile segnalare come in quello eseguito nel 1791 negli appartamenti della rocca di San Martino in Rio vi fossero tavolini in noce intarsiati da gioco sia nel gabinetto annesso alla camera sia nel salone [8] mentre in un importante luogo di villeggiatura come la rocca Rangoni di Spilamberto, «nella “camera della conversazione”, si trovano “tavolini di noce intarsiati a uso del giuoco”, “una tavoletta di noce con giuoco della dama”, “una cassetta di noce, coperta all’interno di droghetto verde indicante il giuoco de’ scacchi coi suoi ordigni per giuocarlo “…. “Il programma ornamentale si adegua al nuovo gusto dei Duchi” con interventi probabilmente realizzati tra 1766 e 1791» [9], quindi ampiamente prima della Restaurazione dopo il periodo napoleonico con Francesco IV nel 1814.
Siamo davvero alla fine del dominii estensi e della loro corte ma, in chiusura, è opportuno fare un accenno alla produzione di scacchiere per la borghesia e un pubblico sempre più ampio, un fatto che si lega proprio all’ultimo acquisto territoriale di uno Stato ormai al tramonto: dal 1849 al 1859 la minuscola contea di Rolo, lungamente appartenuta alla famiglia Sessi, entra nei territori ducali e ci consente di reperire alcuni esempi di un prodotto meno prezioso ma in linea con le esigenze e i gusti dell’epoca.
![]() |
![]() |
Tavolino da gioco ottagonale in noce con un unico supporto a colonna realizzato nel quarto decennio dell’Ottocento
Fonte: L’arte della tarsia a Rolo. Mobili, tecniche, materiali (fotografie 196 e 197), riproduzione autorizzata dietro richiesta al Municipio di Rolo (RE)
Le maestranze locali sono specializzate nella produzione di mobili intarsiati tra i quali spiccano i tavolini. Pezzi assai interessanti riguardano il gioco e presentano scacchiere con “dame” ben rifinite [10], tra le quali spicca ad esempio l’elegante piano ottagonale in noce con un unico supporto tornito a colonna realizzato nel quarto decennio dell’Ottocento documentato nel volume “L’arte della tarsia a Rolo. Mobili, tecniche, materiali” con le fotografie n. 196 e 197.
Così come nel gioco si è passati dalla committenza di principi e cortigiani all’acquisto sempre più diffuso da parte di membri appartenenti a diverse classi sociali, anche nella produzione delle scacchiere si è passati da legnaiuoli leggendari, come furono i Canozi e altri artisti del Rinascimento, a una pluralità di abili e intraprendenti artigiani coi quali si sviluppa un processo produttivo e commerciale che, nel caso specifico di Rolo, giunse a esportare fino in America e in Australia prima di entrare in crisi per l’avvento dei mezzi meccanici e i cambiamenti di gusto. Va da sé, il mondo e i mercati si sono trasformati enormemente durante il Novecento ma ancora oggi, nel XXI secolo, alcune botteghe tengono alta quella tradizione.
Queste tarsie sono, in un qualche modo, le ultime scacchiere dei nostri antenati estensi.
[1] Dalla tesi di dottorato di Andrea Marchesi, “L’«illustrissimo bastardo» di Casa d’Este: don Alfonso di Montecchio (1527-1587). Vicende di un principe malnoto, tra episodi di committenza e strategie mecenatesche”, 2015, Tesi interateneo Ca’ Foscari-IUAV- Università di Verona, pp.436, 441-442, 471.
[2] Chicco A., “Una Corte di scacchisti. Gli estensi” in L’Italia Scacchistica, 1946, pag.9
[3] Campori G., “Gli artisti italiani e stranieri negli stati estensi”, Modena, 1855, Tipografia della R.D. Camera, pp.76-77
[4] Chicco A., Rosino A., “Il libro di Ruy Lopez” in “Storia degli scacchi in Italia”, Venezia, 1990, Marsilio, pp.85-86-87
[5] Chicco A., Rosino A., “Il Piemonte tra seicento e settecento” in “Storia degli scacchi in Italia”, Venezia, 1990, Marsilio, pp.151
[6] Guida al museo Spallanzani, pagina web https://www.musei.re.it/wp-content/uploads/2024/06/Didascalie-leggere-del-Museo-Spallanzani.pdf
[7] Chicco A., Rosino A., “I tre grandi modenesi e i loro tempi” in “Storia degli scacchi in Italia”, Venezia, 1990, Marsilio, pp.161-185
[8] Severi Mauro, San Martino in Rio e la sua Rocca. Una capitale estense Storia e restauri, Cinisello Balsamo, 2022, Silvana editoriale, pp.562-563
[9] Laura Balboni, Paolo Corradini, Rocca Rangoni a Spilamberto, Storia e destino di una fortezza, Santarcangelo di Romagna, 2017, Maggioli editore, pp.322
[10] Documentazione reperibile nel volume “L’arte della tarsia a Rolo. Mobili, tecniche, materiali”, Rolo, 2008, Comune di Rolo Consorzio Legnolegno
Daniele Ganapini è nato a Reggio Emilia nel 1958. Da iscritto al Circolo “Capablanca” di Reggio Emilia ha partecipato ad alcune edizioni dei campionati di scacchi a squadre negli anni ’70, pubblicando racconti su “2 Alfieri” e riviste di fantascienza. Dopo la laurea in economia ha lavorato come manager in società operanti per la Regione Emilia-Romagna, scrivendo di scenari economici, costruzioni, sistemi informativi, marketing. E’ tornato ora ad antiche passioni.



