Libri a babordo, tribordo e prua (5)
(Fabio Lotti)
Continuo con questo viaggetto tra le mie letture e i miei ricordi, ora in prima ora in terza persona, dove non mancano certo gli scacchi…

Qualche tempo fa andava di moda il detective “magico”, voglio dire il detective che possiede qualche dono, qualche dote particolare oltre l’umano. Già visti singolarmente li ho qui riuniti per presentarli agli amici scacchisti-giallisti. Parto dal commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio De Giovanni.
Non la faccio lunga e ripropongo un mio breve accenno, specificando che siamo a Napoli durante il fascismo. “Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. l’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne”. Accanto alle doti particolari che lo fanno sentire diverso anche la sua umanità sofferta, un miscuglio di dolore e malinconia che lo rende così vicino ai lettori. Come se possedere certe doti fosse motivo continuo di sofferenza. Un successo planetario dell’autore.

Simile a Ricciardi il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini. Lo troviamo in Venti corpi nella neve, time Crime 2012.
Il commissario Roberto Serra, viso tondo e baffi gialli, è stato spedito a Case Rosse dal superiore Bernini, per farlo riprendere da una situazione difficile. Dopo la morte violenta dei genitori, avvenuta quando aveva sedici anni, è colpito da un “dono”, ovvero la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci. Non si dà tregua finché non riesce a far riposare in pace i morti ammazzati che il destino gli fa incontrare. Qui, nel più piccolo commissariato d’Italia, Serra è visto come uno di fuori ed è aiutato dall’agente Valerio Manzini. Ufficio essenziale dove domina il colore grigio, corse per chilometri e preparazioni culinarie innaffiate di ottimi vini per ritrovare calma e lucidità. Gli ci vorranno perché nella notte di Capodanno del 1995 tre cadaveri al Prà grand: un uomo, una donna e una bambina barbaramente uccisi con un colpo di fucile a distanza ravvicinata.
Usciti in seguito Io sono lo straniero, Mondadori 2013, e Il fiume ti porta via, Mondadori 2015. Caratteristica dell’autore, già sottolineata da altri critici, la sua attenzione verso le vittime: i civili trucidati dai fascisti, gli immigrati clandestini, i “matti” rinchiusi in ospedali terribili e poi lasciati allo sbando dopo l’abolizione dei manicomi.
Vediamo ora il “superpotere” di Don Attilio Verzi di Andrea Franco in L’odore del peccato, Mondadori 2013. Già trovato il nostro uomo in L’odore del dolore in Giallo 24-Il mistero è in onda di AA.VV., Il Giallo Mondadori extra 2013, che mi colpì per la sua originalità.
La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni dal 16 al 26 giugno del 1846. Don Attilio Verzi ha un dono particolare “che molti avevano additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Centinaia di preghiere sotto la guida del bigotto padre Ruggero Ancillotti, conseguenza incubi ripetuti. Cercato dal papa per scovare l’assassinio di un giovane prete, don Pasquale Masini, colpito al capo nella chiesa dei Santi Vito e Modesto. Don Attilio viene aiutato nella ricerca del colpevole dal padre Augusto Giani, anch’egli con le sue passate sofferenze (le “cicatrici”) e in seguito dal capitano della Milizia Jacoangeli .
Ultimo nato L’odore dell’inganno, Mondadori 2016.
Anche qui odori, odori e odori (forte quello dell’inganno), voci, visioni, incubi, momenti di crisi, il passato doloroso che riemerge improvviso. La ricerca sofferta della verità attraverso una scrittura intensa e delicata, capace di penetrare nelle profondità dell’animo di don Attilio Verzi “caricato” di un dono portentoso e nello stesso tempo pesante che lui non vorrebbe possedere.
Simile a Verzi abbiamo l’ispettore Marzio Santoni di Franco Matteucci in La mossa del cartomante, Newton Compton 2014.
Marietta Lack, la sarta di Valdiluce, muore nell’incendio della sua casa. Tragico incidente o attentato? Ad indagare Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e, soprattutto, splendido naso capace di avvertire i minimi odori. Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi.
Consiglio Tre indagini per l’ispettore Santoni, Newton Compton 2016 che comprende Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante e Tre cadaveri sotto la neve.
Su una memoria straordinaria si basa Julius von Hertenstein in La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein ha visto la luce ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio. Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità. E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve), deve vedersela con un terribile delitto.
Termino con il Grifo di Massimo Pietroselli in La profezia infernale, Newton Compton 2013.
Roma 1599, a pochi mesi dall’apertura dell’anno santo. Al centro della storia il cranio deforme del pittore romano Maestro del Monogramma (in seguito sapremo chi è), autore dell’”Alfabeto di Erode”, un libro dalle incisioni terribili di bambini seviziati e uccisi che dovrebbe nascondere insegnamenti ermetici. Si aggiunga una profezia infernale dall’estasi di una suora che prevede sfracelli per il Giubileo e “innocenti che tremeranno fra le fredde mura”. E, infatti, quattro bambini con i nomi degli Evangelisti, spariscono dallo Spedale. Dietro al maledetto “Alfabeto” Leonia, in missione per Rodolfo II di Boemia (sue immense collezioni di bizzarrie) insieme a Grifo, un turco (gli hanno ucciso tutta la famiglia) che ha il dono di poter disegnare “a distanza di tempo, qualunque gli fosse stato detto di osservare, perfetta in ogni dettaglio, esattamente come l’aveva veduta, ma non avrebbe potuto alterarla, abbellirla, modificarla in alcun modo.” Qualche spunto “Colorito olivastro, occhi neri, sopracciglia folte e arcuate, e una barba fitta appena striata di grigio. Era un colosso, alto e dalle spalle forti: sovrastava la folla con il capo avvolto in un turbante giallo scuro con una penna nera di sghimbescio. Il busto era compresso in un farsetto leggero, di elegante seta color arancione con strisce nere, e il collo massiccio era adorno dei pizzi di una camicia bianca. Invece di una cintura, alla vita era annodata una fusciacca bianca con un sottile ricamo in oro.”
In seguito è uscito anche La congiura di Praga, Newton Compton 2013, altro successo di un autore che già avevo conosciuto e apprezzato.
Dunque personaggi anomali provvisti di “doni” speciali che un po’ si assomigliano e che, evidentemente, attirano l’interesse, visto il boom straordinario di De Giovanni e l’ottimo risultato degli altri autori. Sì, perché la loro arma extraumana, chiamiamola così, incuriosisce il lettore che freme per vederla messa alla prova. Aiuta a risolvere i casi e nello stesso tempo umanizza i possessori che addirittura ne soffrono, attirando l’empatia di chi li segue nello loro vicende complesse e ricche di pathos, qualunque sia il tempo in cui esse vengono circoscritte. E allora diamo il benvenuto al detective magico, sperando che un po’ della sua magia si riversi anche su di noi comuni mortali.
Aggiungo anche l’ultimo arrivato, ovvero Il segreto del giardiniere di Rosa Teruzzi, Sonzogno 2026, nel quale troviamo Irene Milani, la Smilza, giovane cronista di cronaca nera con lo speciale talento di intuire le emozioni del prossimo.
Per quanto riguarda gli scacchi vediamo un po’ Scacco alla Regina di Robert Löhr, Bompiani 2006.
“Vienna1770. Al cospetto dell’imperatore d’Austria e Ungheria, e di tutta la Sua corte, Wolfgang von Kempelen, nobile giurista e inventore ungherese, si appresta a presentare la più prestigiosa creatura che il genio umano abbia concepito…” Molti fra i giallisti-scacchisti avranno già capito. Trattasi del famoso automa il Turco, una macchina che sapeva giocare a scacchi e immancabilmente sconfiggeva tutti gli avversari! In realtà questo marchingegno era una specie di “Cavallo di Troia” dove si nascondeva al suo interno un formidabile giocatore di dimensioni piuttosto ridotte. Un nano…
Da questo fatto vero l’autore trae lo spunto per costruire una storia ricca di “Eros, tradimenti, astuzie, morte…”. Il libro si apre con l’incontro, avvenuto “in una grigia mattina di novembre dell’anno 1769”, nel carcere dei piombi di Venezia tra il detenuto Tibor Scardanelli, una specie di nanerottolo, anzi proprio un nano, e il cavaliere Wolfgang von Kempelen di Presburgo, consigliere di corte della regina Maria Teresa che lo sfida ad una partita a scacchi. Con una regola ad handicap. Il detenuto deve giocare senza la Regina. Il quale detenuto gioca e vince. Ottimo per Kempelen che ha promesso a Maria Teresa di creare in sei mesi una invenzione tale da oscurare i giochi di prestigio del fisico insopportabile francese Pellettier. Sua idea una macchina che gioca a scacchi. Con l’astuzia, già detta, di inserire il più forte giocatore in circolazione, in questo caso Tibor secondo le sue informazioni, all’interno del congegno. Tibor rifiuta per la paura di essere scoperto ma, uscito dal carcere, uccide un mercante che gli ha rubato la scacchiera e che è stato causa della sua carcerazione. Così, pur di non rischiare nuovamente la galera (i Piombi non erano noccioline), si vede costretto ad accettare l’offerta dello spericolato inventore. Poiché non deve essere visto dalla popolazione, dovrà restare quasi sempre recluso nella sua casa. I lavori, per rendere perfettamente funzionante la macchina degli scacchi, sono lunghi e complessi ma vengono terminati nel tempo prestabilito. La dimostrazione davanti alla Regina ha completo successo e ne fa le spese lo studioso di meccanica Friedrich Knaus, a sua volta inventore di un androide che scriveva. Da qui nascono sospetti e diffidenze ed una serie di avventure anche a sfondo sessuale che coinvolgono Tibor e Jakob, l’assistente di Kempelen, che decidono di uscire di nascosto dalla casa disattendendo agli ordini del padrone. E vengono fuori anche morti ammazzati come in un giallo che si rispetti. Per prima l’amante cortigiana di Knaus che sotto falso nome riesce ad essere assunta come domestica nella casa di Kempelen. E poi…e poi vedrete voi stessi.
Scacco alla Regina è un giallo scacchistico, o un romanzo di scacchi dove si insinua anche il giallo. Dovrei parlarne bene perché in definitiva mette insieme due delle mie passioni principali. E invece, dopo un inizio promettente e ricco di aspettative, il romanzo si intorcina su se stesso con una serie incredibile (e improbabile) di avvenimenti che tendono solo a meravigliare e a capovolgere le aspettative del lettore. Certe scene, poi, di sesso e di amoreggiamento con il nano (che suscita sempre un po’ di morbosa curiosità) e addirittura con lo stesso Turco mi sembrano forzate. Nonostante questo (e qualche altra sottigliezza), il libro è da leggere non fosse altro per conoscere le mirabolanti imprese del Turco, la macchina infernale del barone von Kempelen che meravigliò le corti di mezza Europa.
P.S. Nel 1826 il Turco viene portato da un nuovo padrone addirittura negli Stati Uniti. A Richmond tra gli spettatori c’è anche Edgar Allan Poe, che in seguito, nel suo saggio“ Il giocatore di scacchi di Maelzel”, spiega i motivi per cui il Turco non può essere un automa. Un vero occhio alla Dupin!
Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.
Bravo Maestro! Leggerò “Scacco alla Regina” (come Scacchista non posso esimermi). Quello che mi preoccupa nella tua recensione è come molti protagonisti dei romanzi si “somiglino” (è più facile prendere spunto che creare qualcosa di nuovo?). Infine, una domanda, alla quali puoi senz’altro rispondermi da farmi gli affari miei: cosa ne pensi del mio concittadino Giampaolo Simi? A quando una recensione? Sono curioso. Grazie ancora!
Bravo babbo!!
Ormai tutti scrivono gialli (ne ho scritti alcuni anche io…) ed è difficile trovare qualcosa di nuovo. Per quanto riguarda Giampaolo Simi cercherò di colmare la lacuna. Grazie come sempre per i commenti.
Di Luigi Pachì ricordo https://www.sherlockmagazine.it/ dove potete trovare anche “L’angolo giallo di Fabio Lotti” con circa 1500 recensioni se non ricordo male.
grazie per la citazione della mia Sentinella viva le capacità sovrumane di certuni forse da equiparare alla magia.Ma poi siamo sicuri sicuri che non esistano e viva sempre gli scacchi straordinario gioco da geni e sovrani . Bravo!