Gli scacchi di Benjamin e Brecht
Walter Benjamin
(Claudio Mori)
Quattordici anni in tutto, dal 1919 al 1933, schiacciati tra due guerre mondiali, in mezzo a tutte le contraddizioni e l’esito nefasto dei totalitarismi. Tra due sordidi rigurgiti del tempo che il burrascoso cielo della Repubblica di Weimar attraversò fino a morirne con il vento che confondeva i pensieri tra i capelli perché “un’epoca sogna la successiva”, come scrisse il filosofo e critico letterario Walter Benjamin (1892-1940).
Una nazione nuova la Germania, da assaporare nelle sue opposizioni. Dolce come la nuova architettura del Bauhaus, come il cinema e la letteratura espressioniste, come la pittura del realismo magico. Amara come la disoccupazione, la povertà, la disperazione. Facce d’uomo solcate da rotaie.
Berlino era il centro più importante della modernità in Europa, dove l’inquietudine politica, sociale ed economica trovavano la massima risonanza. Dai locali notturni rimbalzavano sull’asfalto le note del jazz e l’ombra di un mendicante strisciava sul muro all’angolo.
Agli inizi della Repubblica capitò a Benjamin di assistere a una lezione filosofica del campione del mondo in carica di scacchi Emanuel Lasker (1868-1941). La liquidò dicendo: “Cosa volete da lui? Se avesse detto qualcosa non sarebbe più campione del mondo di scacchi”. Benjamin era un giocatore modesto. Aveva imparato da adolescente, meno dotato del fratello minore Georg il quale tenne testa proprio a Lasker in una simultanea intorno al 1920.
Lasker era un membro della Federazione scacchistica tedesca (Deutscher Schachbun – DSB), con sede a Lipsia, la città della musica, la città natale di Wagner, che annoverava giocatori come Efim Bogoljubow, Sigbert Tarrasch, Friedrich Sämisch, Ehrhardt Post, Ludwig Rellstab.
La DSB, l’associazione dei campioni, degli sportivi, era stata fondata nel 1877 durante il V Congresso della Federazione Scacchistica della Germania Ovest (Westdeutscher Schachbund) in una taverna locale, su iniziativa del circolo Augustea.
Benjamin amava giocare soprattutto con l’amico e filosofo religioso ebreo Gershom Scholem al Café des Westens, nella Kurfürstenplatz, culla del cabaret. Ma frequentava anche i circoli dove gli scacchi si mettevano il mantello della classe operaia, del cameratismo di una comunità. Si riconoscevano nella Federazione Scacchistica Operaia Tedesca (Arbeiter-Schachbund Deutschland – ASD), e lo scontro non era solo sulla scacchiera ma anche su due visioni del mondo inconciliabili, quella socialdemocratica, riformista, e quella comunista, rivoluzionaria. Inevitabile una scissione, nel 1928. La fazione comunista pubblicò allora a Berlino una propria rivista, Frei Schach! (Scacchi liberi!). Nel 1932 il titolo fu cambiato in Arbeiterschach in linea con la politica di unità del gruppo “Combattenti per l’unità sportiva proletaria”.

Il primo circolo scacchistico operaio era stato fondato nel 1903 nel Brandeburgo da Robert Oehlschläger per “distrarre i lavoratori dal bere birra e dal giocare a carte e incoraggiarli a pensare in modo critico”.
Nel 1911 in Europa esistevano già 27 circoli scacchistici operai, la maggior parte dei quali in Germania con 1.066 membri. E il 7 aprile 1912, a Norimberga, era stata costituita l’ASD. L’organo ufficiale, pubblicato a Berlino, fu il “Giornale Scacchistico Operaio” (Arbeiter-Schachzeitung). Il motto era “Scacchi al popolo”. La vita è lotta.
Uno di quei circoli che servivano da copertura alle riunioni politiche della Gioventù comunista, il Fichte, in Köpenicker Landstraße, che odorava di grappa, di birra e di tabacco, era stato frequentato anche da una donna, Margarete Steffin, attrice e scrittrice. Margarete divenne assistente, e qualcosa di più, del grande drammaturgo Bertolt Brecht (1898-1956).
Anche Brecht, come Benjamin, aveva mosso i primi pezzi di scacchi da ragazzo, con suo padre. Studente, aveva giocato ogni mercoledì con un gruppo di amici nella sua casa di Augusta. E a Monaco, all’università, era soprattutto il Café Stefanie il luogo dove s’incontrava con altri artisti e intellettuali.
Il filo che unì Benjamin e Brecht fu Asja Lacis, una bolscevica lettone che aveva studiato cinematografia e scienze teatrali a Mosca e che nel 1923 aveva lavorato con Brecht come assistente alla regia nella messinscena della Vita di Edoardo Secondo d’Inghilterra. Benjamin l’aveva incrociata casualmente a Capri, nell’estate del 1924. Se ne innamorò, perdutamente. “Se lei m’avesse sfiorato con la miccia del suo sguardo, io sarei volato in aria come un deposito di munizioni” scrisse. La seguì ovunque. A Berlino, a Riga, a Mosca nel Natale del ‘26 per leggerle la nuova versione della fiaba della Bella addormentata. Esiste un antidoto all’amore?

La conoscenza tra Benjamin e Brecht si rafforzò dopo la feroce repressione da parte della polizia di una manifestazione operaia il primo maggio del 1929 in cui molti lavoratori furono uccisi. Erano due uomini di sinistra, impegnati nella critica sociale. Si interrogavano sul ruolo dell’arte, degli intellettuali. Nuvole nere imprigionavano il cielo. La crisi economica del 1929 e l’aumento della disoccupazione avvicinavano a grandi passi il partito nazista di Hitler al potere.
La popolarità degli scacchi era talmente vasta che trovò immediatamente spazio fin dalle prime trasmissioni radiofoniche. La radio aveva fatto sentire la propria voce alle ore 20 del 29 ottobre 1923 con un gong e l’annuncio: “Attenzione! Attenzione! Qui è la stazione di Berlino, nella Vox House, sulla lunghezza d’onda di 400 metri”. E già nel 1925 la Radio Scacchistica (Schachfunk) veniva trasmessa dalle stazioni di Amburgo, Berlino, Lipsia, Monaco e Breslavia. In alcuni casi queste lezioni diventavano pubblicazioni come il libro “Scacchi alla radio: manuale di facile comprensione per gli ascoltatori radiofonici. Con il gioco degli scacchi di Edmund Nebermann” pubblicato nel 1926.
Anche nel Regno Unito il British Chess Magazine aveva pubblicato: “Su invito della British Broadcasting Company, sabato 16 ottobre il signor BG Laws ha trasmesso un breve articolo ‘L’arte del problema degli scacchi’, a titolo sperimentale. L’articolo includeva la presentazione di tre popolari problemi eleganti, selezionati per incoraggiare gli studenti più promettenti, intrattenendo e istruendo al contempo coloro che erano già interessati. Questa è la prima volta nella storia degli scacchi che il mezzo radiotelevisivo è stato utilizzato per divulgare la materia.

All’Italia ci vollero due anni per piagnucolare sull’Italia Scacchistica del dicembre 1925: “Quando si avrà nella patria del grande Guglielmo Marconi una simile organizzazione?”
Quando nel 1933 la nomina a cancelliere di Adolf Hitler spazzò via l’illusione democratica di Weimar e diede inizio al regime nazista la DSB contava 21 associazioni regionali e 10 mila membri. Altri diecimila scacchisti aderivano ai circoli del Partito Socialdemocratico (SPD), circa 2500 a quelli del Partito Comunista di Germania (KPD), diecimila alle tre organizzazioni cattoliche, 2500 all’Associazione nazionale tedesca degli Impiegati Commerciali, un gruppo faceva parte della Federazione Scacchistica della Grande Germania (Großdeutscher Schachbund – GSB). Tutte le associazioni indipendenti e le federazioni furono sciolte o incorporate nella GSB controllata dal regime nazista.
Gli ebrei furono espulsi da tutti i circoli. Molti dovettero fuggire in esilio, come Lasker e Jacques Mises, come l’ebreo comunista Water Benjamin, a Parigi. Bertolt Brecht si rifugiò nell’isola danese di Fiona, a Svendborg, dal 1934 al 1938. Oskar Fölber, presidente della Federazione scacchistica dei lavoratori, si arruolò nella Resistenza e aiutò molti ebrei a fuggire in Svizzera.

Benjamin, in forti difficoltà economiche, fu invitato da Brecht nella sua tenuta danese nell’estate 1934. Appartenevano allo stesso mondo del pensiero, delle idee. Brecht smise così di giocare con Margarete Steffin e trascorse le prime ore pomeridiane con l’amico davanti alla scacchiera accarezzata da una luce calma di un pastello nordico.
La fotografa e giornalista danese Ruth Berlau, amante di Brecht, ricordò in un’intervista: “Giocavano sempre insieme. Non so di cosa parlassero”.
Margarete era scivolata via come la nebbia del fumo di un sigaro, senza dispiacersene. Possedeva “un nuovo, bellissimo set di scacchi” e poteva giocare da sola servendosi di un libro sul gioco ed evitare una probabile delusione: “Gioco spesso con Brecht, ma quando perdo, mi arrabbio terribilmente”.
Donne dalle vite libere e coraggiose con le loro capigliature alla Bubikopf, a caschetto, capelli tagliati appena sopra le orecchie, e una genialità debordante di cui Brecht approfittò a piene mani per le sue opere.
Anche Benjamin aveva portato con sé i propri scacchi, molto apprezzati se Brecht volle farsi subito farsi fare dei pezzi “che erano uguali a quelli di Benjamin per dimensioni e bellezza”, come scrisse lui stesso in una lettera a Margarete durante un suo ricovero in ospedale.
Alcune foto colgono i due intellettuali in giardino intenti a giocare. Brecht si gusta un sigaro tenuto nella mano sinistra.
Durante le loro conversazioni, al termine delle partite, riempivano pagine di altri racconti, come la scrittura di un poliziesco, mai completata. Come l’idea di Brecht di creare una sorta di turbo-dinamizzazione del gioco degli scacchi e di un cambio del valore dei pezzi. Benjamin annotò nei suoi diari che il drammaturgo immaginava una partita “dove le posizioni non rimangono sempre le stesse; dove la funzione dei pezzi cambia quando sono rimasti nello stesso posto per un po’: allora diventano più efficaci o più deboli”. Come realizzare ciò rimase certamente un mistero per lo stesso Brecht.
Benjamin si servì del Turco meccanico, l’Automa inventato dall’ingegnere ungherese Wolfgang von Kempelen nel 1769, nel suo testo Sul concetto di storia come allegoria del rapporto tra marxismo e teologia: “Il burattino chiamato ‘materialismo storico’ dovrebbe sempre vincere. Può facilmente competere con chiunque se usa la teologia al suo servizio, che oggi è notoriamente piccola e brutta e a cui comunque non è permesso mostrare la sua faccia.” Anche Brecht introdusse gli scacchi in una scena della Vita di Galileo per simboleggiare la sfida all’autorità a sostegno della verità scientifica. Galileo rimprovera i segretari ecclesiastici che giocano a scacchi perché si aggrappano alle vecchie regole del gioco: “Bisogna andare al passo coi tempi, signori. Non lungo le coste, a un certo punto qui bisogna salpare”.
Del resto la spinta a modificare le regole del gioco per renderlo più dinamico circolava da tempo, dagli inizi degli anni Venti. Raùl Capablanca stesso aveva proposto una variante e anche secondo Lasker la perfezione negli scacchi minacciava di portare a un “numero limitato di varianti di patta”, con la conseguenza che “il maestro di scacchi è ridotto a un automa”. Lo stesso Edmund Nedermann, colui che dalla radio di Berlino teneva lezioni di scacchi, aveva inventato il Pedone Birolina che può muoversi in una casella vuota in diagonale in avanti, due alla prima mossa, e catturare in verticale.

Brecht invitò Benjamin a Fiona anche l’estate successiva, 1935, e le due seguenti. Nella lettera scrisse: “La scacchiera giace deserta, ogni mezz’ora un fremito di memoria la attraversa: lì hanno sempre fatto delle mosse”.
Nel corso di quattro anni di dialoghi, le affinità e le divergenze di pensiero tra i due amici si fecondarono, mutarono così come l’abilità nel gioco. Tanto che Benjamin in una lettera dovette ammettere che Brecht era diventato “un giocatore piuttosto bravo” e che “una o due partite a scacchi, che dovrebbero apportare un po’ di varietà alla vita, a loro volta assumono il colore del grigio, del suono e dell’uniformità: perché raramente le vinco.”
In una giornata insolitamente fresca di metà giugno 1940 i tedeschi occuparono Parigi. La Gestapo requisì l’abitazione di Benjamin, i suoi libri, i suoi manoscritti. La lunga fuga del filosofo sulle montagne insieme ad altri esuli, tra cui la storica Hannah Arendt, per raggiungere il confine franco-spagnolo da attraversare illegalmente terminò a Portbou. Il piroscafo per gli Stati Uniti partì dal Portogallo senza di lui. Nella notte tra il 26 e il 27 settembre Benjamin si tolse la vita con alcune compresse di morfina.
Brecht invece, dopo il 1938, raggiunse la Svezia, la Finlandia e la California. Fu lì che apprese, sei mesi dopo, del suicidio di Benjamin. Scrisse in una poesia: “L’attrito era ciò che ti piaceva / Seduto alla scacchiera all’ombra del pero / Il nemico che ti ha cacciato dai tuoi libri / Non può essere logorato da uno come noi”.
Nel suo necrologio ricordò ancora le loro partite nel periodo danese:
A Walter Benjamin, che in fuga
da Hitler si tolse la vita
Tattica di logoramento era quella
che ti piaceva usare alla scacchiera
seduto all’ombra del pero.
Il nemico che ti aveva scacciato
lontano dai tuoi libri
non si lascia logorare
da quelli come noi.
Bertolt Brecht
Dello stesso Autore:
- Scacchi all’Inferno. Genet e Healy, Blog UnoScacchista, 7 dicembre 2023

Claudio Mori, giornalista
Un altro magnifico lavoro, i miei complimenti a Claudio!
Grazie molte Riccardo.
Splendido articolo, complimenti!
Grazie.
Veramente interessante , solo immaginarsi in compagnia di due persone come loro è elettrizzante !