Scacchi all’Inferno
The Alchemist Discovering Phosphorus (1771, Joseph Wright of Derby)
(Claudio Mori)
Allo scrittore francese Jean Genet sarebbe piaciuto ci fosse un dio sorridente che gli permettesse di vincere a scacchi. Non quello cristiano o di innumerevoli altre religioni, ma uno tutto suo, di sua invenzione.
C’è una pleiade di scrittori, poeti, romanzieri e drammaturghi, che hanno visto nella letteratura e negli scacchi due mondi complementari, dedali tra pagine bianche e caselle su cui muovere i pezzi. Tanto che Paul Valéry incitava i giocatori a farsi scrittori o filosofi “perché ci sono più combinazioni nelle loro teste che in quelle di quasi tutti gli autori”. Il mantenimento di una precaria distinzione dei ruoli è stata la salvezza per entrambi. E qualche incursione nell’altro campo non ha fatto particolari danni. Vladimir Nabokov, l’autore tra gli altri capolavori di La difesa di Lužin, era anche un compositore di problemi scacchistici.

(San Pietroburgo, 22 aprile 1899 – Montreux, 2 luglio 1977)
Lužin, il protagonista del romanzo, si getta dalla finestra come Curt von Bardeleben, maestro prussiano di scacchi incontrato da Nabokov. “L’unica cosa che sapesse per certo era che giocava a scacchi da tempo immemorabile, e nel buio della sua memoria, come in due specchi che riflettano una candela, c’era solo una prospettiva di luci convergenti con Lužin seduto a una scacchiera, e di nuovo Lužin alla scacchiera, soltanto più piccolo, e poi ancora più piccolo, e così via, un’infinità di volte.” La scacchiera come tentativo di fuga dai propri demoni.
I giocatori di scacchi sconfinano meno nel campo letterario rispetto agli scrittori, molto più disinvolti ad approfittare del concerto di simboli precipitati nella scacchiera dall’alba dei secoli e a maneggiarli a loro piacimento. Le parole degli uni e degli altri seguono un tempo diverso, che si misura su orologi differenti. Lungo per gli scrittori, brevissimo per i giocatori, addirittura a un passo dal fermare le lancette prima che si sia compiuto il numero di mosse nel tempo stabilito. Zeitnot, lo chiamano. Tuttavia entrambi inventano e narrano, sognano.
Solitamente gli scacchisti si limitano a coltivare il proprio orto, a produrre libri sulle loro partite migliori, sulle aperture e difese, sulle tattiche, sui problemi, si spingono tutt’al più alle autobiografie. Con qualche eccezione. Emmanuel Lasker (1868 – 1941), ad esempio, matematico, amico di Einstein al quale contestò la teoria della relatività, campione del mondo a 26 anni, scrisse anche testi teatrali.
Vagabondo, ladro, prostituta, più volte incarcerato a partire dall’età di 15 anni, Genet (1910 – 1986) racconterà la sua storia più tardi, nel 1949, in Journal du voleur, quando aveva già composto cinque romanzi. Quando Cocteau, Sartre e Picasso riuscirono a strapparlo dall’ergastolo. E lasciargli sognare un suo dio privato che lo facesse vincere a scacchi, diverso da quello straniero “grande, con i capelli bianchi e la barba ben curata, come quella dei dandy di Mansilla” che dopo aver insegnato giocare a scacchi a un paesano gioca con lui un’ultima partita e gli dà matto, quando all’avversario sembrava tutto sommato di essere in parità. “Non va bene avere fiducia – gli dice allora lo straniero -. Inoltre questa sarà la vostra ultima lezione”. “Come avete detto di chiamarvi?”, chiede il paesano. E lo straniero risponde: “Dio” (in Racconti argentini a cura di Jorge Luis Borges, Franco Maria Ricci, 1979).

Il Diavolo, invece, Jean Genet lo aveva già frequentato quand’era ragazzino, preda dell’emarginazione e della solitudine, e lo aveva precipitato nell’abisso. Come del resto John Healy, nato a Londra nel 1942, vagabondo nei bassifondi durante gli anni ‘60-’70 in un confuso rubare, bere e trovare un posto per dormire insieme ad altri alcolisti, ladri e assassini. Anche per lui l’inferno era iniziato prima ancora che abbandonasse la scuola a 14 anni.
Fu Harry the Fox (Harry la Volpe, NdR), un criminale incontrato nella prigione di Petonville che lo introdusse al gioco degli scacchi. Gli disse che non si sarebbe mai più preoccupato dell’ora di apertura del pub, se avesse giocato a scacchi. E aveva ragione. “Sì, è successo proprio così, niente alla sprovvista. Gli scacchi sono un amante geloso. Non tollererà nessun altro…” scriverà nel suo libro di memorie, The Grass Arena, del 1988.
Ecco, Haley è uno di quegli scacchisti che ha scritto oltre all’autobiografia e a un testo sul gioco (Coffeehouse Chess Tactics), anche lavori teatrali, sceneggiature e due romanzi, Streets Above Us e The Metal Mountain sugli immigrati irlandesi in Inghilterra negli anni ‘50. Che, abbandonate le visioni oniriche da delirium tremens, diventa uno scacchista da torneo in grado di giocare partite simultanee e alla cieca tra il 1973 e il 2009. E che rinuncia a diventare Grande Maestro, ma scrive.

Sembra esserci una eco di queste due vite, quella di Genet e quella di Healy, in uno dei personaggi della regina del crimine inglese, P. D. James, del quale dice che due cose lo salvarono, la delinquenza e gli scacchi (Innocent Blood, 1980). Come dire che solo immergendosi fino in fondo nel male, nel dolore, è possibile un riscatto.
Quel male, quel dolore che hanno provato tanti scacchisti, prigionieri dell’alcol come il russo Michel Tchigorine (1850 – 1908) e il suo maestro Emmanuel Schiffers, vivevano di sbornie, o come Wilhelm Steinitz (1836 – 1900) che si convinse di essere in comunicazione elettrica con Dio e di poterlo sfidare a scacchi dandogli il vantaggio di un pedone e della prima mossa. E cosa ci faceva il messicano Carlos Jesùs Torre (1904 – 1978), nudo, sulla Quinta Strada di New York?
Vagabondi impenitenti. Li spinge l’irrazionalità, si distaccano dal mondo per entrare in un altro mondo dove sperare di ottenere la salvezza dalle torture sulfuree.
Ma sono anche storie della ricerca di affrancamento, di liberazione dopo avere stretto un patto con il diavolo. È possibile? Quale patto? Perché nella scacchiera, nella sua struttura rigida e lineare, tutto concorre a sovvertire a ogni mossa l’ordine prestabilito. E in quel disordine si vive in compagnia dei propri fantasmi, quelli di sempre. In quella dualità tra caos e ordine, tra male e bene, tra follia e speranza.
Lui, il Diavolo, sorride. Se ne sta sdraiato con una vestaglia stazzonata su un letto di quercia sfatto. L’occhio destro nero, vuoto, l’altro stranamente verde, folle. Davanti al letto c’è un tavolo con sopra una enorme scacchiera e scacchi di straordinaria bellezza. “La scacchiera intanto era tutta in subbuglio, completamente sconcertato il re bianco scalpicciava nella sua casa, alzando le braccia per la disperazione. Tre bianchi pedoni lanzichenecchi, con l’alabarda, guardavano smarriti un ufficiale che agitava la spada e indicava due case contigue più avanti, una bianca e una nera, in cui si vedevano i cavalieri neri di Woland, su due focosi cavalli che battendo gli zoccoli scavavano le case”.
Woland, il Diavolo, nel romanzo di Michail Bulgakov Il Maestro e Margherita sta giocando con uno del suo staff infernale, un gatto di nome Ippopotamo, grosso come un porco, che, sotto scacco, si è adoperato per camuffare un alfiere da re.
Dice Ippopotamo al suo superiore: – Se un giocatore dichiara scacco al re mentre sulla scacchiera il re non c’è più, lo scacco non è più valido!
– Ti arrendi, sì o no? gridò Woland con una voce terribile.
– Mi lasci riflettere, rispose umilmente il gatto; appoggiò i gomiti sul tavolo, si prese la testa fra le zampe e cominciò a riflettere. Meditò a lungo e infine disse: Mi arrendo.

[Joseph Wright of Derby – pubblico dominio (link)]
Ciò che appartiene a Dio appartiene anche al Diavolo.

Claudio Mori, giornalista