Gli scacchi di Pipitone e Diena
Antonio Pipitone e Giovanni Diena (foto di Giovanni Longo)
(Claudio Mori)
Sbocciano tardi, come gli ellebori che fioriscono quando il gelo si posa sulla terra. È quanto accaduto ad Antonio Pipitone e Giovanni Diena, entrambi figli del novembre 1926, il 19 Antonio e il 29 Giovanni. Compiono cent’anni. Gli scacchi, e la salute, hanno regalato loro una nuova gioventù, moltiplicato l’esistenza.
Entrambi ebbero nei primi sguardi stupiti il respiro grandioso del mare, quello di Tripoli in Libia e quello di Recco in Liguria. Il Sud e il Nord del Mediterraneo. A unirli il soffiare dei venti e i profumi delle spezie.
Entrambi incontrarono tardi una scacchiera, quasi un accidente, o un destino. Un salto oltre lo specchio di Alice, vagabondi nel bordello di un caravanserraglio caleidoscopico, di eterna lotta. Re. Pedoni.

Antonio Pipitone, il maggiore di sette fratelli, assorbì la vivacità della città libica in cui nacque, un crogiòlo di colòni italiani, maltesi, greci, cinesi, indiani. Suo nonno Totò allo scoccare del Novecento era emigrato con la numerosa famiglia da Marsala in Tunisia, a Bab el Mandeb, poi nel 1913 in Libia, a Tripoli. Faceva il carradore, il costruttore e riparatore di carri e birocci.
Antonio frequentò la scuola Arti e Mestieri. Affiancò il padre in officina e a fine estate 1941 divenne apprendista carrozziere alla Lancia, dove si modificavano gli autocarri 3Ro per fronteggiare la guerra.
Giovanni Diena faceva parte di una famiglia benestante. Suo padre Umberto, avvocato e dirigente amministrativo del Comune di Genova, e sua madre Maria Savio diedero continuità alla gestione della storica Farmacia Savio di Recco, fondata nel 1890. Studente brillante, Giovanni si laureò in farmacia prima ancora di compiere 22 anni.
La Seconda Guerra Mondiale attese Antonio e Giovanni con il consueto carico di bombe, distruzioni, lutti. Di Recco restò quasi nulla in piedi dopo le 27 incursioni aeree inglesi e americane nel novembre 1943 per distruggere il viadotto ferroviario da Genova a Roma. Anche la farmacia saltò in aria.
Antonio, la madre Felicita d’origine maltese e i fratelli furono rimpatriati in Italia, a metà febbraio 1942, un anno prima che le truppe inglesi entrassero a Tripoli. Arrivarono alla base di Castelvetrano, nel trapanese, trasportati da un aereo trimotore. Nei tre giorni successivi raggiunsero in treno Parma, dove abitava una zia. Il padre di Antonio, Giovanni, riformato dall’esercito riprese l’attività di carradore in Libia. Anni di lavoro al mantice che alimenta le fiamme della forgia per i metalli lo avevano reso debole d’udito.

La pace, la ricostruzione, il lavoro. Niente scacchi. O incontri casuali, poca cosa, come quando Antonio, diciott’anni ancora da compiere, fu rastrellato dai tedeschi a Solignano, nel medio appennino parmense, per essere deportato in Germania. In un suo articolo ha raccontato: “[…] vidi il comandante tedesco con un gioco di scacchi in mano che si accingeva a posare i pezzi sulla scacchiera. Non aveva avversari. Io guardavo verso di lui con attenzione; lui se ne accorse e mi apostrofò in un italiano stentato chiedendomi se sapevo giocare a scacchi. Risposi di sì, ma non era vero, anche se in buona fede credevo di sapere (da bambino, in parrocchia, avevo appreso a come si muovono i pezzi ma non avevo mai giocato una partita per mancanza di avversari…). Il tedesco mi invitò quindi a prendere posizione di fronte a lui e col bianco fece la prima mossa alla quale replicai avanzando un pedone. Alla terza mossa il tedesco sorrise e mi fece capire che non sapevo affatto giocare a scacchi e mi rimandò tra i predestinati al viaggio in Germania. Dove però, per mia grande fortuna, non misi mai piede […]” (Una storia vera, SoloScacchi, 2 giugno 2015)
Infatti Antonio riuscì a fuggire e a unirsi alle forze partigiane.
La parrocchia di cui parla, dove gli capitò di gettare occhi curiosi ai tavoli di qualche giocatore, era quella del circolo dell’Azione cattolica della cattedrale di Tripoli. Anni dopo si cimentò in alcune partite con Guglielmo Cani, suo collega alla Cassa Emiliana Infortuni Agricoli di Parma dove era stato assunto all’età di sedici anni e mezzo.
Cani era un arbitro internazionale, già segretario del Circolo scacchistico bolognese, a Parma segretario del circolo che si riuniva presso il Caffè Cavour e anche, in un breve intermezzo, segretario della Scacchistica milanese. Giocatore “mediocre”, secondo una valutazione di Antonio.
Il lavoro, la famiglia, erano le cose importanti.
Giovanni divenne distributore farmaceutico e appassionato d’informatica, mentre suo fratello maggiore Emilio subentrò nella gestione della Farmacia Savio. Nel 1950 sposò una ragazza della sua stessa età conosciuta sulla spiaggia di Recco.
Antonio ritrovò l’impiego alla Cassa emiliana, poi Inail. Si sposò nel 1954 ed ebbe tre figli. L’incontro con gli scacchi avvenne intorno ai 27 anni quando Antonio assistette presso il Caffè Hausbrandt, nella parte vecchia di Parma, a una partita simultanea contro 6 o 8 giocatori del Maestro Giulio De Nardo, di origini triestine. “Ero tra gli spettatori e mi colpì quel voltapassare del Maestro da una scacchiera all’altra con rapidità […] Fui incuriosito e quando appresi che la sede del Circolo era al Caffè Cavour decisi di andarci, e da allora…”. Da allora non ha più smesso di giocare a scacchi, con una predilezione per il gioco per corrispondenza di cui è maestro internazionale, insignito Maestro ad honorem dalla Federazione scacchistica italiana.
De Nardo, che amava concedere all’avversario il vantaggio della torre, fu il suo primo insegnante al Caffè Cavour, poi al Caffè Ambrosiano in Piazza Garibaldi e al Circolo Rapid di Borgo Giacomo Tommasini.
Giovanni dovette invece attendere i 46 anni per incontrare gli scacchi, complice una frattura alla gamba sciando e la sfida mondiale tra il russo Boris Spasskij e l’americano Bobby Fischer a Reykjavik, in Islanda, 1972. “Mi annoiavo a morte […] Fu una battaglia ricca di colpi di scena e per la prima volta gli scacchi si videro anche in televisione, rimasi stregato dal gioco e decisi di provare”, raccontò al giornalista e scacchista Mario Calabresi (Il re e l’alfiere, Altre/Storie, 2023). Milioni di persone in ogni angolo del mondo iniziarono a giocare grazie a quell’evento. “Non sono mai diventato davvero bravo anche se ho il titolo di Maestro ad honorem me lo hanno dato perché ho inventato un software con cui la Federazione italiana per anni ha gestito i tornei (per gli abbinamenti nei vari turni di gioco, ndr). Per me è sempre stato un passatempo, un modo per divertirmi con gli amici e tenere la testa allenata”. I tornei lo entusiasmano. La frequentazione del circolo da lui stesso fondato la ritiene invece “divertente ma non utile”.

E pensare che l’accostarsi al gioco intorno ai 16 anni di campioni come Akiba Rubinstein o Mikhail Chigorin, ad esempio, ha destato meraviglia in molti. Invece questi due fiori tardivi degli scacchi, Antonio Pipitone e Giovanni Diena, uomini riservati, generosi, sono riusciti a ottenere ottimi risultati partendo da 27 e 46 anni, macinare tornei, campionati e primati, e toccare il primo 2125 punti elo nel 1995, il secondo 2032 punti nel 2001. Tatuaggi indelebili di una passione. Traguardo sognato da tanti giocatori in erba, sempre più giovani. Qualcuno ci riuscirà.

Altri dovranno rivedere le aspirazioni ben prima dei 27 o dei 46 anni e chissà se continueranno a giocare a scacchi anche tra le lapidi di un cimitero in un incerto chiarore di luna, come quei due vecchi scheletriti disegnati nel 1976 dal tedesco Andreas Paul Weber. Nel 1926 Weber aveva 33 anni. Campione del mondo di scacchi era José Raùl Capablanca.

Claudio Mori, giornalista
Bellissimo pezzo che ripercorre la vita di due “leggende” dello scacchismo italiano che ho avuto l’onore di incontrare “a tavolino”. Due storie così diverse, ma accomunate da una stessa passione. Gens una sumus.