Accadde in Zeitnot

(Riccardo M.)
Ed eccoci ad alcuni quasi incredibili esempi di ciò che può comportare l’essere in forte zeitnot. Seguiamo Enrico Paoli che ce li ha fatti conoscere su “Zeitnot”, ma è chiaro che ogni giocatore, grande maestro o inclassificato, potrebbe portarci altri curiosi episodi nei quali si è personalmente imbattuto.

(Nel diagramma, Gligoric-Böök, Saltsjöbaden 1948)

Nella posizione del diagramma che vedete sotto il titolo, verificatasi dopo la mossa n. 32 del Nero, il pluricampione (11 volte!) jugoslavo Svetozar Gligoric, terribilmente a corto di tempo, si esibì nella svistaccia 33.Td1+, prolungando l’agonia del Nero e le proprie fatiche per altre diciotto mosse ancora. Con 33.Af6 matto si sarebbe ovviamente evitato ulteriori grattacapi!

Da uno jugoslavo ad un altro, stavolta però non protagonista principale dell’inverosimile fattaccio. Vasja Pirc ha giocato la sua quarantesima mossa, non così l’olandese Theo van Scheltinga, al quale restano pochi secondi per la sua.

Guardate il diagramma:

Pirc-van Scheltinga
Pirc-van Scheltinga, Londra 1951

La Donna bianca è in presa, ma la minaccia di matto in h8 la rende tabù. Però il Nero pensa che potrebbe prenderla se riuscisse, senza perdere tempi, a creare una fuga per il proprio Re. Giusto! C’è un magnifico sacrificio di Torre in g2. Così si concede al proprio Re la casa g6. Quindi 40…. Txg2+ ??

E qui leggiamo i commenti di Golombek (in “British Chess Magazine”, agosto 1951):
“ …. Sembrava che Pirc stesse proprio attendendo ciò, poiché egli istantaneamente rispose con 41.Dxh7!, la più forte cattura che io abbia mai visto”. Naturalmente la posizione venne ripristinata e van Scheltinga, dopo un breve esame, abbandonò sbigottito.

Enrico Paoli sottolineava come lo stato di nervosismo che afferra il giocatore a corto di tempo gli fa talora commettere le cose più strane. Egli portava, come esempio dei più negativi, Miguel (allora Moishe Mieczyslav) Najdorf, che in una partita con la maglia polacca alle Olimpiadi di Buenos Aires del 1939 si trovò in zeitnot e non riuscì a fare il numero necessario di mosse prima che cadesse la bandierina. Uno degli arbitri lo avvertì che il suo tempo era scaduto e che la partita doveva considerarsi per lui perduta. Allora Najdorf si alzò, afferrò l’orologio e se ne andò gridando “ich protestiere!”, in cerca del direttore del torneo. Ma di che cosa poteva lamentarsi? Neanche lui avrebbe potuto spiegarlo, probabilmente.

Non ci meravigliamo troppo del comportamento biasimevole di Najdorf e della sua mancanza di autocontrollo. Del resto, cosa ci si può attendere da uno che, venuto a sapere, proprio in quei giorni di settembre, dell’invasione sovietica della sua Polonia, si guardò bene dal rientrare in patria (come fecero altri) per stare vicino alla famiglia (se non alla patria) e tentare di porla in salvo? Lui restò comodamente a Buenos Aires, ospite di ebrei argentini. La famiglia sua intera sarebbe poi stata trucidata dai nazisti.

In conclusione (in verità esclusivamente riferendosi ai comportamenti in zeitnot), “che strana gente questi scacchisti!”, esclamava il nostro Enrico Paoli.

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