Philidor-Morphy-Lasker-Beethoven: quattro giganti in “Scacchi nel tempo e nello spazio”

(I. E. Pollini)
Riccardo e “UnoScacchista” mi hanno chiesto quali siano le pagine del libro che preferisco. Una scelta difficile alla quale ho tuttavia cercato di rispondere, scegliendo tre grandi nomi dai capitoli 5, 12 e 15, e una parte dall’inserto VI, dedicata a Ludwig van Beethoven.


Capitolo 5 – François-André Philidor

… François-André Philidor (1726-1795), il più forte scacchista del Settecento, era un musicista di professione. Nella sua famiglia la musica era una tradizione. Suo nonno aveva aggiunto al patronimico Danican il nome Philidor, dopo che Luigi XIII aveva paragonato la sua abilità nel suonare il flauto a quella del flautista italiano Filidori.

A sei anni Philidor cantava nel coro della casa reale e a undici aveva composto un salmo per la corale, ricevendo dal Re Luigi XV una ricompensa di cinque Luigi d’oro.

Philidor aveva imparato a giocare a scacchi a dieci anni con i membri della corale e, a quattordici anni, era gia’ diventato un eccellente giocatore. Nel 1740 aveva studiato scacchi con Légal de Kermur (1702-1792), il miglior giocatore di Francia dell’epoca e, al Café de la Régence, aveva conosciuto i filosofi Voltaire, Diderot e Rousseau.

Nel 1747 Philidor andato a Londra per studiare la musica di Handel e nel 1749 aveva dato alle stampe il suo trattato l’”Analyse du Jeu des Echecs“. Nel 1751 Philidor si era recato alla corte di Federico II di Prussia, un musicista di formazione professionale e grande appassionato di scacchi, dove aveva sconfitto tutti i migliori maestri prussiani. Nel 1747, Federico II aveva invitato a corte anche Johann Sebastian Bach, che aveva poi dedicato al sovrano l’Offerta Musicale.

A partire dal 1774, Philidor aveva fatto frequenti viaggi a Londra per seguire la stagione musicale e a Londra aveva composto nove Opere e un “Te Deum” in onore di Giorgio III.

Nel 1777 Philidor aveva pubblicato la seconda edizione dell’”Analyse du jeu des échecs” che aveva dedicato ai soci del circolo di scacchi Parlsoe.

Nei locali del distinto club londinese Philidor aveva presentato le sue teorie del gioco di fronte a un pubblico attento: “Credo di essere stato il primo a presentare la teoria e la prassi del gioco degli scacchi. Poiché ho attribuito il successo della prima edizione del mio trattato alle note al testo, dove ho introdotto alcune regole generali, ho seguito lo stesso metodo anche nella seconda edizione. In questo modo, credo di avere perfezionato la teoria di un  gioco che celebri autori, come Leibniz, considerano come una scienza”.

Durante la rivoluzione francese Philidor era fuggito in Inghilterra, dove aveva vissuto insegnando, giocando match contro i piu’ forti giocatori di Londra e tenendo sessioni di scacchi alla cieca. Dopo la morte di Robespierre aveva cercato di tornare in Francia, ma il passaporto gli era stato rifiutato. Nel 1795, due mesi prima della morte, Philidor aveva ancora giocato col reverendo Atwood, un suo abituale avversario. Il suo corpo è stato sepolto, con tutti gli onori, nella chiesa di St. James in Piccadilly a Londra.


Capitolo 12 – Paul Morphy

… La storia di questo leggendario campione è breve e affascinante.

Paul Morphy, nato nel 1837 a New Orleans, Louisiana, aveva vinto il primo American Chess Congress nel 1857 ed era venuto in Europa nel 1858 per giocare con Staunton e i principali maestri dell’epoca, Löwenthal, Harrwitz e Anderssen. Al ritorno negli Stati Uniti aveva ricevuto grandiosi festeggiamenti ed era stato proclamato Campione del Mondo.

A New Orleans, Morphy aveva cercato intraprendere la stessa professione del padre Alonzo, un giudice dell’Alta Corte della Louisiana, ma per i pregiudizi dei contemporanei, che lo vedevano solo come un grande giocatore di scacchi, non aveva avuto successo. In seguito a questa delusione, Morphy si era ritirato da ogni competizione ufficiale ed aveva anche smesso di giocare in pubblico, a parte alcune esibizioni a Cuba tra il 1862 e il 1864, e un numero di partite giocate con A. de Rivière nel 1863 a Parigi e Maurian tra il 1866 e il 1869 a New Orleans.

Prodige Child – Morphy aveva mostrato un grande talento per gli scacchi già a dieci anni. In ambito famigliare aveva battuto lo zio Ernest, uno dei più forti giocatori di New Orleans e il padre Alonzo. Verso i 12 anni, la sua fama aveva cominciato a emergere dalla leggenda per entrare nella storia.

Morphy aveva sconfitto il migliore giocatore di New Orleans, Eugène Rousseau e Johann Löwenthal allora in tournée negli Stati Uniti. Nel 1849 Ernest Morphy aveva scritto all’editore de La Régence, Kieseritzky, e gli aveva anche inviato una partita del nipote dodicenne: “Il ragazzo non ha mai aperto un libro di scacchi ed ha imparato il gioco seguendo le partite giocate in famiglia. In apertura il ragazzo gioca le mosse giuste, come per ispirazione, e la sua precisione nel medio gioco e nel finale è stupefacente. Paul gioca tre-quattro partite ogni domenica, il giorno che il padre gli concede per gli scacchi, senza mai mostrare alcun segno di fatica. Durante il gioco la sua faccia non tradisce nessuna emozione o agitazione, anche se si trova in situazioni critiche. In questi casi emette un leggero fischio tra i denti e cerca pazientemente la soluzione per uscire dalle difficoltà” …


Capitolo 15 – Lasker verso l’immortalita’

Miguel Angel Nepomuceno: “Lasker – El dificil camino hacia la gloria”, Ediciones ESEUVE

Un libro molto interessante sulla vita e l’opera di Lasker, che ho visto per caso in una vetrina del centro citta’, mentre passeggiavo con mia mogle Nicoletta per le strade di San Sabastian alcuni anni fa.

 

 … Lasker (1868-1941) conosceva la teoria di Steinitz, ma la sua visione del gioco era più ampia poiché, oltre ai principi del gioco di posizione, aveva sviluppato i principi della lotta combinativa e psicologica, nei quali calcolo e fantasia si uniscono alla capacità di penetrare i piani avversari. Lasker giocava sulla base di un piano, puntando alla creazione di debolezze nel campo avversario e cercando di evitarle nel proprio schieramento.

Nel suo “Manuale” Lasker ha dedicato molto spazio all’elaborazione del piano di gioco e al concetto di combinazione come momento culminante del conflitto presente sulla scacchiera.

Tuttavia questi conflitti – dice Lasker – non avvengono allo stesso modo nella vita, dove non si risolvono in maniera così netta ed univoca. In questo senso, gli scacchi ci danno un piacere che la vita a volte ci nega.

Nel 1894 Lasker era diventato Campione del mondo. Nel match contro Steinitz aveva applicato i principi della lotta combinativa e psicologica che avevano avuto un effetto determinante sul risultato finale. Nelle prime partite del match Lasker non aveva trovato lati deboli nella strategia e nella tattica di Steinitz e aveva allora pensato che questi potessero risiedere nella psicologia dell’uomo. Seguendo questa intuizione, Lasker aveva iniziato nella settima partita un attacco psicologico contro la posizione di Steinitz, il cui successo aveva talmente scosso la resistenza nervosa del Campione del mondo da non permettergli piu’ di opporre una valida difesa nel seguito del match.

Tuttavia Lasker aveva perso nel 1921 il titolo a l’Avana con Capablanca e si era ritirato dal gioco attivo per due anni. Era riapparso a Mährisch-Ostrau 1923, vincendo il torneo senza perdere una partita e, nel 1924, era arrivato primo a New York, davanti a Capablanca, Alekhine, Marshall e Reti. A Mosca 1925 era arrivato secondo, dietro al vincitore Bogoljubov, mostrando di non aveva perso nulla della sua straordinaria forza. Dieci anni dopo, a Mosca nel 1935, Lasker aveva stupefatto il mondo intero con uno dei suoi sorprendenti balzi di energia: a 67 anni era arrivato terzo, a mezzo punto dai vincitori Botvinnik e Flohr, senza subire sconfitte, e ancora davanti all’antico rivale Capablanca …


Inserto VI – Ludwig van Beethoven

… Nel libro “Scacchi e Musica Compagni di Vita” ho ricordato il fascino della musica di Beethoven e l’importanza della musica per lo sviluppo spirituale e culturale dell’Umanità. Beethoven aveva espresso la sua visione personale della vita e la parte più profonda del suo pensiero musicale nei Quartetti per archi. Tuttavia, il destino aveva voluto che proprio il 1798, l’anno in cui Beethoven aveva composto i primi quartetti per archi Op. 18, fosse la data del primo sintomo della sordità che lui aveva vissuto con terrore.

Nel Testamento di Heiligenstadt aveva scritto:

“… vieleicht geht’s besser, vieleigt nicht, ich bin gefasst schon in meinem 28 jahre gezwungen Philosoph zu werden”
(… forse andrà meglio, forse no, sono pronto a tutto, costretto a diventare filosofo a soli ventotto anni).

Nel 1824, l’anno della prima esecuzione della Nona Sinfonia e della Messa Solemnis, la sua sordità era ormai completa. Quando, al termine della prima esecuzione della Nona Sinfonia a Vienna, Beethoven, non sentendo gli applausi del pubblico, era rimasto immobile, seduto in mezzo all’orchestra, il contralto Caroline Unger, prendendolo per le spalle, lo aveva dolcemente indotto a voltarsi per mostrargli la folla festante.

Nonostante la tragedia, la più grande che possa capitare a un compositore, negli ultimi cinque Quartetti, dall’Op. 127 all’Op. 135, abbiamo la più grande musica di Beethoven, diversa da ogni altro tipo di musica fino allora scritta.

In questi quartetti, e particolarmente nei tre maggiori, in La minore, Si bemolle maggiore e Do diesis minore, Beethoven ha esplorato nuove regioni di conoscenza ad un grado più alto di quello manifestato in altre forme d’arte. Beethoven aveva ormai assimilato tutte le principali esperienze e la vita non aveva più niente da insegnargli. Il mondo interiore in cui si era ritirato, pur senza contatti col mondo esterno, aveva continuato a svilupparsi e a vivere in lui. La musica dei “Last Quartets” proviene da una profondità dell’animo umano che mai artista aveva toccato prima di lui.

Nei “Last Quartets“, in questi “strange seas of thought“, Beethoven aveva scoperto nuove isole e continenti. Beethoven si inoltrato in una visione mistica della vita, difficile da esprimere a parole, anche se da alcuni suoi scritti si puo’ dedurre che egli credeva in un Essere benevolo e intelligente, un Potere supremo che aveva pianificato il cosmo e dato uno scopo all’esistenza umana. Dio era diventato un Compagno dell’esistenza umana. Dio era diventato un Compagno di Vita. Nei suoi “Ultimi Quartetti” e nella “Missa Solemnis“, Beethoven aveva consegnato all’Umanità il suo ultimo messaggio …


da: Pollini, Ivano E. – “Scacchi nel tempo e nello spazio

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