Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

I premi di bellezza negli scacchi

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(Tristano. G.)
Negli anni Sessanta, i giocatori di scacchi italiani avevano a disposizione, per migliorare il proprio gioco con lo studio, i non molti libri che pubblicava il benemerito editore Mursia. Finiti quelli, per chi voleva allargare i propri orizzonti, ma non conosceva il russo (erano pochi a conoscerlo), e aveva giusto quel tanto di familiarità con il tedesco che gli permettesse a malapena di consultare manuali di aperture, come Offene, Halboffene, Geschlossene Spiele di Pachman ‒ dalla fraseologia più o meno comprensibile perché semplificata e ricorrente ‒, l’editoria scacchistica più ricca e ghiotta, non esistendo ancora la britannica Batsford (che al suo apparire, non molti anni dopo, avrebbe segnato una svolta decisiva), era senz’altro quella spagnola (con la fame di libri di scacchi che avevamo, non era certo un ostacolo il doversi impratichire nella notazione descrittiva!)

Fu così che, in viaggio con la scuola, credo nel 1967, ebbi la fortuna di scovare, in una libreria di Palma de Mallorca, uno dei più bei libri di scacchi pubblicati fino ad allora, di cui avevo tanto sentito parlare e nel quale investii, senza esitazione, gran parte dei soldi destinati a ricordini e regali: Premios de belleza en ajedrez di François Le Lionnais, Editorial Bruguera 1965, fresca traduzione dell’introvabile originale francese Les prix de beauté aux échecs, Editions Payot 1962 (seconda edizione; la prima è del 1939).

È necessario spiegare subito in che senso l’ho definito «uno dei più bei libri di scacchi». Non ha infatti la valenza epocale del Mein System di Niemzowitch, non ha la profondità del classico The Chess Struggle in Practice di Bronstein, non potrebbe mai essere messo vicino ai libri di Capablanca, Alekhine, Reti, Tartakower, Kotov, che tanto hanno contribuito al progresso della teoria degli scacchi negli stessi anni. Tutte opere che illustrano gli scacchi come scienza, la quale definisce i suoi capisaldi e li perfeziona, o li sovverte, in una continua evoluzione. Quello di Le Lionnais è semplicemente un’altra cosa, un libro unico e affascinante nel suo genere: leggendolo, si percepisce l’atmosfera che si respirava nei grandi tornei di fine Ottocento e della prima metà del Novecento, dove si affrontavano, con impeto da moschettieri, giocatori che coltivavano l’arte del gioco d’attacco (fra i nomi più ricorrenti ci sono quelli di Mieses, Janowski, Marco, Pillsbury, Spielmann, Marshall, Rubinstein, Schlechter, Tartakower, Maroczy, Duras, Teichmann, Bogoljubow, Niemzowitch, Reti, ma non mancano i campioni del mondo: Steinitz, Lasker, Capablanca, Alekhine, Euwe), e che, a differenza di ciò che accadeva spesso almeno fino all’epoca di Morphy (ammetto che questo possa essere un parere personale), si misuravano con avversari di pari livello, tenaci, non facili da soggiogare. Anche se ben nutrito di cultura scacchistica ‒ Le Lionnais, come si vedrà più avanti, è un equilibrato estimatore delle idee della scuola ipermoderna e ammira chi le ha teorizzate, come Niemzowitch e Reti ‒, è un libro che si apre più per goderlo che per studiarlo. Le  efficaci ma alquanto sintetiche analisi sono volte soprattutto a mostrare la bontà e la costruzione dell’idea combinativa, i meriti di attaccante e difendente, l’ineluttabilità dell’esito. È un libro la cui parola chiave campeggia nel titolo: ‘bellezza’. Che è, a ben vedere, compiutamente rappresentata, in ugual misura, dalla bellezza, scacchistica, delle spettacolari partite riportate e dalla bellezza, letteraria, della prosa dell’autore, fantasiosa, poetica, creativa. E piace immaginare che proprio questo libro sia quello (cui allude, senza mai descriverlo, Raymond Chandler nei suoi romanzi) che ha in mano Philip Marlowe quando, nel silenzio della notte, si concede il puro piacere intellettuale di sedersi davanti alla scacchiera per riprodurre le partite di quegli stessi grandi tornei.

A ciascuna partita Le Lionnais assegna un titolo d’insieme, che mira a cogliere la specifica essenza dello scontro, condensata in suggestioni di varia ascendenza cólta ‒ tratte dai dominî di  letteratura, mito, arte, musica, storia, natura ‒, che il lettore deve scoprire da sé. E ai momenti salienti delle partite sono sempre riservati uno o più diagrammi, con sottotitoli altrettanto immaginifici. In tal modo l’Autore configura il suo commento come fosse il racconto di una avvincente avventura, di volta in volta diversa, nella quale il lettore viene maliosamente trasportato. Il titolo della partita che inaugurò la tradizione dei premi di bellezza, la Bird-Mason (New York 1876: n° 1), è biblico: I cavalieri dell’Apocalisse sono i Cavalli che portano il Bianco alla vittoria dopo un brillante sacrificio di Donna. Quello della famosa Steinitz-Bardeleben (Hastings 1895: n° 23), La sinfonia compiuta, è un trasparente omaggio all’Incompiuta schubertiana, ma la raffinata antifrasi cela una pointe più sottile. Anche la partita sarebbe potuta rimanere un’incompiuta, giacché Bardeleben abbandonò la sala da gioco dopo la 25a mossa del Bianco

per protesta contro i rumorosi e ripetuti applausi degli spettatori, perdendo così per il tempo e non, apparentemente, sulla scacchiera: ma, come Le Lionnais ci racconta, Steinitz mostrò agli astanti che, nella posizione finale, egli aveva in serbo un elegante  matto in dieci mosse, degna conclusione della ‘sua’ sinfonia! Non è l’unico aneddoto del libro: gustoso quello di Emanuel Lasker, che, quando qualcuno del pubblico lo raggiunge al bar della sala del torneo di Londra 1899 per comunicargli la spettacolare 31… Th1+!!

appena giocata dal suo avversario Blackburne, per la sorpresa lascia cadere a terra il bicchiere che ha in mano.

Se un competente appassionato di scacchi decide di raccogliere, per la prima volta, un corpus di partite che delineino espressamente, anche se non da sole, il firmamento della bellezza scacchistica, difficilmente potrà sottrarsi all’arduo compito di cercarne e discuterne i presupposti teorici. La conoscenza del gioco che aveva Le Lionnais e il suo senso logico ed estetico erano sufficientemente profondi e fini da permettergli di farlo egregiamente: il capitolo introduttivo più interessante del libro, il secondo della Prima Parte, di quasi un centinaio di pagine, costituisce un vero trattato di estetica degli scacchi. Estetica che nasce, tuttavia, con un obiettivo limitato e  requisiti di partenza ben precisi: concerne solo partite vinte, escludendo le patte, e vinte in bello stile tattico (anche se quella che più avanti ripercorreremo, la Niemzowitch-Rubinstein del 1926, esibisce un profondo gioco posizionale con poche brillantezze); ed esclude altresì una fase della partita, il finale, che è spesso ricca di sottigliezze, ma meno spumeggianti, almeno in apparenza, degli attacchi all’arma bianca. Il nostro autore rivela la sua apertura di vedute dichiarando che sarebbe favorevole a regole che permettessero di riconoscere e di consacrare anche la bellezza di un finale, o di una difesa ben riuscita, o di una partita senza esclusione di colpi finita patta perché nessuno dei contendenti è riuscito nell’impresa, pur tentata fino all’ultimo, di superare l’altro. Le norme che regolano, o dovrebbero regolare, una partita di scacchi come creazione artistica ‒ ma solo una partita del tipo che abbiamo detto ‒ sono, per Le Lionnais, sette, ed egli le analizza in grande dettaglio.

  1. La correttezza (assoluta): la combinazione vincente non deve poter essere confutata (cosa invece accaduta all’Immortale di Anderssen: n° I).
  2. La correttezza (relativa): non deve esistere una via più breve alla vittoria (ne fa le spese la notissima Colle-O’Hanlon, Nizza 1930: n° XXII).
  3. La difficoltà: errori gravi dello sconfitto, che facilitino il compito dell’attaccante, oscurano e riducono il valore di qualsiasi combinazione (è il caso, per esempio, della Schiffers-Harmonist, Frankfurt 1887: n° 8).
  4. La vivacità: nella sostanza equivale alla spettacolarità.
  5. L’originalità: su tale requisito Le Lionnais si sofferma a lungo, spiegando che i basilari sacrifici sull’arrocco corto, quello dell’Alfiere campochiaro in h7/h2 e il doppio sacrificio di entrambi gli alfieri in h7 e g7/h2 e g2 (che ha il suo capostipite nella Lasker-Bauer, giocata nel torneo di Amsterdam del 1889, dove purtroppo non erano previsti premi di bellezza), non dovrebbero da soli, senza ulteriori elementi di originalità, essere considerati rilevanti ai fini dell’attribuzione del premio, perché sono patterns che ricorrono con una certa frequenza e fanno parte della cultura e della tecnica scacchistica di ogni giocatore di qualche esperienza.
  6. La ricchezza: consiste essenzialmente nella complessità dei rami delle varianti non giocate (la ‘ricchezza invisibile’), ma che l’attaccante doveva prevedere, in risposta alle possibili  difese dell’avversario, prima di inscenare la sua combinazione (un esempio di splendori nascosti è, tra le tante, la Tschigorine-Janowski, Cambridge Springs 1904: n° 52).
  7. L’unità logica: quando le mosse e le manovre, attuate o latenti, siano il più possibile informate ad un unico e preciso disegno ordinatore.

La bellezza di una partita di scacchi è definibile, dunque, come una associazione di originalità, vivacità e ricchezza, rispondenti il più possibile a una unità logica, laddove la vittoria sia conseguita per mezzo di un gioco corretto che abbia superato una serie di difficoltà frapposte da una strenua resistenza dell’avversario.

Quale espressione insigne di un tale canone, Le Lionnais presceglie, su tutte, la Niemzowitch-Rubinstein, giocata a Dresda nel 1926 (n° 159), che egli intitola Nel paese delle meraviglie e alla quale dedica ben dieci pagine di commento, di cui qui di seguito sintetizzo, molto liberamente, ampi stralci, rappresentativi del suo pensiero scacchistico e del suo stile di narratore. Vorrei però far notare, per dare il giusto rilievo alla lungimiranza di Le Lionnais, che questa partita è fra quelle che meno concedono allo spettacolo, è una partita che permette di vedere più la profondità della concezione strategica di Niemzowitch che le sue abilità tattiche, qui confinate nell’ambito di quella che abbiamo denominato ‘ricchezza invisibile’. La strategia è in primo piano; la tattica, che essa rende possibile, è solo il suo braccio armato: l’accerchiamento, lo stritolamento del Re nero è talmente inesorabile che alla fine, invece di rutilanti brillantezze, basta il sacrificio di sgombero di un Pedone (34.b5!!) per far crollare la posizione del Nero.

L’aperitivo, prima dei piatti forti

La mossa d’attacco più formidabile che sia mai stata giocata!

I. Il cammino proibito

Non poteva ora il Nero portarsi in vantaggio giocando 21… Te8 ?

II. Per andare da h4 a h4!

È ora di stringere il nodo scorsoio!

L’ultima partita riportata nella seconda edizione del libro di Le Lionnais è del 1949. La storia dei premi di bellezza dal 1950 ad oggi è ancora da scrivere.

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