Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Perché giocare l’Est-indiana col Nero? Per dare matto al Re bianco!

9 min read

Storia della ”filosofia indiana degli scacchi”, prima parte

(del MF Pierluigi Passerotti)

Da ragazzo mi piaceva “L’isola del Tesoro” di Stevenson con il pirata Long John, adesso preferisco “La vera storia del pirata Long John” di Bjorn Larsson (ovviamente storia non vera ma opera di fantasia, come gli scacchi che non sono solo calcolo computerizzato ma anche creazione della fantasia) Provo a emularli in questo mio “divertissement”, con tracce di “Alla fiera dell’Est” di Branduardi (topolino acquistato alla fiera mangiato dal gatto che fu morso dal cane che fu picchiato dal bastone che fu arso dal fuoco che fu spento dall’acqua…). A chi si cimenta nell’Estindiana faccio lo stesso augurio di Yoda nel film “Guerre Stellari”: Che la forza sia con te, col Nero e col Bianco!

All’inizio l’Estindiana era una difesa ipermoderna posizionale.

Primi decenni del 1900. Reti, Nimzovic e si può dire anche Alekhine, furono gli esponenti della nuova concezione della lotta negli scacchi: la rivoluzione “Ipermoderna”.

Rivoluzione? Rispetto a cosa? Cosa si doveva superare per far posto alla nuova “verità”?

Tanto tempo prima, fine 1500 – inizio 1600, la “scuola italiana” aveva scoperto il concetto del rapido sviluppo a costo di sacrifici di materiale (Polerio e Greco, forti giocatori e validi scrittori). Gli italiani avevano intuito l’importanza dei Pedoni, ma in senso aggressivo: occupavano il centro allo scopo di avanzare come carri armati o come una testuggine romana (gli scacchi sono guerra antica), per travolgere cavalieri e distruggere castelli avversari.

1750. Venne il francese Philidor, disse: “I Pedoni sono l’anima degli scacchi!”. La sua rivoluzione fu difensiva (sua la manovra di patta nel finale R+T contro R+T+P), superò l’idea del manipolo centrale di aggressivi legionari (premonizione della futura leggendaria “Legione Straniera” francese?) per farne controllori (difensori) delle case centrali d5 e d4 col Nero (avendo un Pedone in c6 e un altro Pedone in e5).

Poi venne Staunton, inglese, Anderssen, tedesco, e Morphy, americano. Più che un vittorioso Napoleone degli scacchi, Morphy nel 1850 incarnava l’energia e l’inventiva americana con grande sensibilità posizionale. I suoi attacchi erano fondati sull’armonico sviluppo (cioè l’Attività e Coordinazione dei pezzi) senza dimenticare la velocità nello sviluppo, il Tempo, caro agli italiani. In confronto a Morphy, Anderssen e i posteriori Zuckertort e Steinitz prima maniera, erano attaccanti meno sensibili ai vantaggi posizionali. A differenza degli altri grandi attaccanti, Morphy non si avventurava nella fredda steppa russa (come Napoleone e poi Hitler), senza avere basi posizionali che giustificassero l’attacco. Gli attaccanti più rozzi di lui vincevano per la scarsa capacità difensiva degli avversari. Ma i difensori miglioravano e capivano che bisognava disarmare gli eserciti nemici e arrivare in finali semplici con strutture pedonali solide. Così Lasker, secondo campione mondiale, vinceva con la Variante di cambio della Spagnola! Già il primo campione mondiale Steinitz, seconda maniera, aveva operato una rivoluzione. Prima di tutto in se stesso: da emulo dei grandi attaccanti, cambiò, diventò posizionale, molto posizionale. Smise di giocare il Gambetto di Re o l’Italiana, per impiantare sistemi detti Gioco Piano, Variante Steinitz della Spagnola e altre brutture chiuse, oserei dire “paranoiche”… si sa che verso la fine Steinitz pretendeva di sfidare Dio dandogli un Pedone e tratto di vantaggio!

Ai vertici c’erano lo psicolottatore Lasker, l’elegante seducente pigro cubano Capablanca, spodestato dal grintoso lavoratore russo Alekhine, quando all’improvviso arrivò la rivoluzione “indiana”.

Un nuovo germe entrò in Europa portato da un ufficiale dell’esercito imperiale britannico. Immagino un altezzoso inglese rientrato in patria dopo aver prestato servizio militare nelle Indie Orientali, assiduo frequentatore di club dove si beveva the, si fumava, si discuteva di politica e si giocava a whist, bridge e a scacchi. Aveva un servo indiano (pagato forse due soldi?) dal nome spropositato Sultan Khan. L’umile cenerentolo fece qualche partita al club e… vinse contro gli alteri dominatori dell’Impero britannico. Lui, umile portatore di Verità, non occupava il centro coi Pedoni, nulla sapeva degli italiani del 1600, dei francesi e dell’americano Morphy.

Giocò contro 1. d4 Cf6, vinse gli altezzosi inglesi poi… se ne andò. Il suo padrone era stato comandato da sua maestà britannica in nuovi servizi in giro per il mondo, ma qualche maestro occidentale aveva imparato il suo modo di pensare.

Ad esempio Nimzovic che dopo 1. d4 Cf6! 2. c4 propugnava e6 per rispondere a 3. Cc3 Ab4! impedendo al Bianco l’occupazione di e4 col Pedone e2. Inoltre Nimzovic non vedeva l’ora di rovinare la struttura pedonale nemica, pur cedendo la coppia degli Alfieri: quando il Bianco, presuntuoso, giocava 4. a3, il gatto mangiava il topo: 4… Axc3+ 5. bxc3. Il centro bianco perdeva l’importante supporter Cc3 e il Nero guadagnava un tempo nello sviluppo.

Venne Reti che, come un cane, rincorse il gatto. Non metteva Pedoni in centro, con 1. Cf3 d5 2. g3 c5 3. Ag2 si comportava come Nero: controllava da lontano il centro occupato baldanzosamente dai Pedoni nemici. E vennero Lasker, Capablanca, Rubinstein che, grazie a una tecnica raffinata, bastonarono i giovani rivoluzionari mettendo un po’ d’ordine in quel marasma di concetti. Poi venne il fuoco di Alekhine che bruciò tecnica e armonia. Lui studiava le aperture per trovare eccezioni, casi particolari per scatenare i suoi attacchi.

Poi ci fu l’incendio che bruciò tutto, la Seconda Guerra Mondiale. Najdorf, con i suoi compagni di squadra, venne a Buenos Aires per le Olimpiadi. Figlio di ebrei polacchi rimase in Argentina a causa dell’invasione tedesca della Polonia nel 1939. Acqua, o meglio maremoto, sul fuoco: diede una nuova interpretazione della Difesa Indiana contro l’apertura di Pedone di Donna del Bianco.

L’Estindiana si era sviluppata con l’armonico sviluppo Cb8-d7-c5: 1.d4 Cf6 2.c4 g6 3.Cc3 Ag7 4.e4 d6 5.Cf3 0-0 6.Ae2 Cbd7 7. 0-0 e5 e se 8. d5 Cc5 seguita da 9… a5 per non farsi scacciare il Cc5 da b4. Ma Najdorf, nella partita con Tajmanov, Zurigo 1953, bloccato il centro, avanzò, contro i principi strategici noti, i Pedoni dell’arrocco contro l’arrocco bianco, schiacciandolo. La sua brama di distruggere la roccaforte nemica aveva un sottile motivo psicologico? La Russia di Stalin aveva fatto il patto Ribbentrop con il diavolo Hitler per invadere la Polonia. Vendetta sulla scacchiera!

Torneo dei Candidati di Zurigo del 1953 – da sinistra Paul Keres, Miguel Najdorf, Vasily Smyslov e Mark Taimanov. (foto da zurich-cc.com)

I maestri russi avevano tre dogmi: conquista del centro con potenti Fanti (come già gradivano gli italiani tre secoli prima!); massificazione di forze da usare come arieti contro qualsiasi obiettivo si potesse prendere di mira; studio sistematico e approfondito di apertura, mediogioco e finale. I loro campioni Cigorin, Botvinnik, Romanovsky, Bronstejn, oltre che grandi giocatori erano anche eccellenti insegnanti-scrittori. Bronstein pubblicò un celebre libro sul torneo dei Candidati (ai match per la designazione dello sfidante del campione mondiale) del 1953 a Zurigo dove l’Indiana, specie l’Estindiana, fu giocata e profondamente analizzata. Non che prima non ci fossero stati contributi di iugoslavi, ma era la maturazione definitiva della filosofia indiana di unità tra attacco e difesa, tra vita e morte. Una sintesi tra tesi e antitesi?


Anche uno iugoslavo come il celebre GM Gligoric non riusciva a controbattere, col Bianco, l’Attacco iugoslavo propinatogli dal sudamericano Quinteros.


Il Nero ha appena giocato 20… g3! Facile ormai, ce l’ha insegnato Najdorf!





Potremmo pensare che per vincere con il Nero contro l’apertura di Pedone di Donna del Bianco basti giocare l’Estindiana. I conduttori del Bianco hanno ideato vari sistemi anti Estindiana, ma sono stanco, serve una pausa prima della fine di questa storia (vera?).

[1 – continua]


MF Pierluigi Passerotti, classe 1954, vita a scacchi per 55 anni. Romano (ma anche milanese, torinese e ora toscano), due volte nelle squadre olimpiche, campione seniores nel 2019 e più volte nelle squadre campioni d’Italia (Banco di Roma, Montecatini). Responsabile settore giovanile FSI ai tempi delle presidenze Mariotti e Zichichi, editore con Prisma prima e Torre & Cavallo poi, scrittore di scacchi..

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