Uno Scacchista

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Reykjavik 72: quell’indimenticabile “match del secolo” (1)

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(GM Sergio Mariotti)
Se Boris Spassky non avesse accettato di giocare in privato, al primo piano, nella sala del ping-pong, invece che nel salone del piano-terra dello Sport-Stadion di Reykjavik, dove quattro giorni avanti aveva vinto la prima partita del match contro il bizzoso Challenger americano, Robert Fischer non sarebbe mai diventato Campione del Mondo.

Ma la storia -ammoniva Benedetto Croce- non ammette ipotesi, non si fa con i ‘se’.

Da buon seguace della “religione dell’aria” predicata dalla sua setta di Pasadena, Bobby aveva già prenotato un comodo posto su tutti i voli in partenza domenica 16 luglio 1972 -giorno fissato per la terza partita- avendo deciso di piantare tutto e ritornarsene a farneticare in parrocchia, agli ordini del suo amato pastore Armstrong.

Aveva perduto malamente la sopraddetta partita, prendendo alla mossa n. 29 quel disgraziato “pedone avvelenato” e non riuscendo poi a trovare una continuazione buona. Il ronzio delle telecamere -secondo lui- l’aveva costretto a commettere la malaugurata ‘cappella’, e perciò Bobby non si era presentato a giocare la seconda partita che, a norma di regolamento, era stata assegnata a Boris Spassky dall’arbitro Lothar Schmid.

In verità, dopo la levata di scudi di Fischer contro le telecamere, gli organizzatori avevano risolto il problema, sistemandole in un pozzo vicino al palcoscenico e rendendo così quasi impercettibile il loro rumore (55 decibel scarsi!). C’era un contratto con un certo Chester Fox e non si poteva mandarlo a monte per esaudire l’ennesimo capriccio di Bobby. Ma Fischer era stato irremovibile: ‘Via le telecamere o me ne vado!’.

Gudmundur Thorarinsson, presidente della Federazione scacchistica islandese, era disperato, e tutti erano amaramente delusi a Reykjavik, Spassky compreso. Fischer stava per andarsene davvero.

Non l’aveva già compiuta un’impresa del genere quando, nel 1967, piantò tutti all’interzonale di Sousse, in Tunisia, ritirandosi al momento in cui comandava la classifica con tre patte e sei vittorie?

Il mondo degli scacchi, che aveva tanto delirato per la “sfida del secolo”, dovette quel giorno esternare il suo sdegno e tutto il suo raccapriccio; gli stessi circoli di New York e di tutta l’America stavano per insorgere contro il loro pazzo idolo.

Ma ecco che a mezzogiorno il monomaniaco ci ripensa (si dice che abbia ricevuto addirittura una telefonata dal segretario di Stato USA Henry Kissinger!) e fa sapere, attraverso un suo rappresentante, che è disposto a continuare il match, purché si giochi privatamente, senza telecamere e senza pubblico, in un’altra sala dello Sport-Stadion. E’ la sua ultima parola: prendere o lasciare.

L’arbitro interpella Spassky, che si consulta con il suo entourage. I sovietici accettano, sicuri come sono della loro forza. In fin dei conti chi è questo Bobby Fischer? Uno sbruffone, un parolaio … Ha sconfitto nettamente un Petrosjan, ha annientato un Tajmanov e un Larsen, tutti e due per 6 a 0? E’ vero. Ma con Spassky non le ha forse prese per ben tre volte? Accontentiamolo pure e lasciamo che si cuocia nel suo brodo di pedoni avvelenati e di alfieri perduti.

Dunque, si ricomincia, nella sala del ping pong: Chester Fox e i suoi bravi cameramen non possono far altro che rassegnarsi.

Il Campione del mondo in carica, come al solito puntuale e garbato, arriva per primo nella nuova sala da gioco. Si accomoda nella sua elegante poltroncina nera, fa la sua mossa col Bianco e mette in moto l’orologio con un ben assestato colpo d’indice.

Fischer non c’è. Ma appena arriva, qualche minuto dopo con la cravatta sgargiante, e vede sulla scacchiera il “d4” di Boris, comincia subito a protestare a gran voce. Il sovietico -egli blatera- gli ha mancato di riguardo, iniziando a giocare prima del suo arrivo!

Allora Spassky mette da parte la sua calma proverbiale e la sua tanto ammirata politeness e si arrabbia anche lui. Apriti cielo …

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… scoppia quasi una rissa. Il russo, che parla correntemente l’inglese, urla all’americano: ‘Qui non ci gioco più. Se proprio te la senti di giocare con me e non hai paura, vieni giù nel salone, di fronte a tutti!’.

Fischer invece va fuori dai gangheri. Il suo volto è paonazzo, i suoi occhi di fuoco sembrano schizzare scintille, la sua bocca vomita parole che farebbero inorridire persino il più sguaiato dei cow-boy. Una belva ferita. Il momento è drammatico. Il malcapitato Lothar Schmid è bianco in faccia come un fantasma. Sbigottisce. Poi si riprende e si mette a fare acrobazie per abbonire i due energumeni, coadiuvato da qualche volenteroso. ‘Boris, ti supplico, sii bravo come sei sempre stato, hai promesso di giocare qui … Bobby, per favore, calmati, sii gentile…’ La voce del Grande Maestro tedesco è suadente, ma la gazzarra tocca il diapason. Allora gli viene in mente d’invocare Caissa, l’adorata musa degli scacchisti.

E Caissa risponde, stendendo il suo manto di pace sulla contesa. Come per incanto, nella sala del ping pong torna la quiete, dopo la tempesta. Fischer chiede addirittura scusadelle parolacce. Che bravo ragazzo è diventato! Si siede, ma è ancora tremante e pallido. Dà di piglio, con un gesto felino, al ligneo e nero cavallo che gli sta davanti lì nella casa “g8” e lo colloca nel centro esatto della casa “f6” facendogli fare un tonfo. E’ l’ultimo guizzo dei suoi nervi delicati. Poi si calma sempre più e così anche Spassky.

Ne viene fuori una meravigliosa “Benoni moderna” considerata poi dallo stesso Bobby come la migliore del match. Forse è la prima volta che l’ira partorisce un capolavoro dell’arte, almeno in materia di scacchi.

Ma godiamocelo, questo capolavoro … con calma:

Ecco la posizione prima della “chiusura della busta”, ovvero dopo il tratto n. 41 (41.Dd4) del Bianco:

Spassky e i suoi secondi (Geller, Krogius e Nei) fanno la notte bianca analizzando il gioco. Sono preoccupati, perché temono che Bobby abbia sigillato la mossa vincente. Se è così, non c’è niente da fare. L’indomani pomeriggio, quando Schmid apre la busta, Spassky può infatti vedere il grosso “Ad3+” di Bobby. Non gli resta che rovesciare il suo Re e andarsene.

Dopo 15 minuti buoni arriva, tutto ansimante, l’americano. Lancia uno sguardo sulla scacchiera. Gli occhi di Bobby brillano di felicità: è la prima volta che vince una partita contro il russo! Firma freneticamente il modulo delle mosse e corre fuori. Salta sulla “Mercedes” e si allontana furiosamente assieme al suo secondo, padre Lombardy. Ora Fischer sa più che mai che può farcela. Deve solo contenere il suo nervosismo, anzi il suo isterismo. Deve giocare tranquillo e non far capricci come un ragazzino viziato.

Il 18 luglio si riprende a giocare nel salone, con il pubblico ma senza le telecamere. La quarta partita è una patta. Ma il 20 luglio Fischer vince la quinta, una bellissima “Nimzoindiana” di 27 mosse. Nei giorni successivi vince anche la sesta, l’ottava e la decima. Dilaga. Boris riesce soltanto a pattare la settima e la nona. La potenza strategica di Bobby è veramente formidabile, e la sua tattica è sconvolgente.

Il mese di luglio se n’è andato, ma se ne sta andando a rotoli anche Spassky.

Già da un pezzo il russo è in crisi, i suoi gesti tradiscono un linguaggio intimo che è la coscienza di trovarsi in un vicolo cieco da cui non si esce se non sconfitti. La sua mente vacilla, comincia ad essere sopraffatta da quella di Fischer. La malìa del settario di Pasadena l’ha già preso nelle sue spire, inesorabilmente.

Spassky commette errori su errori, alcuni quasi elementari. Sta quasi sempre in zugzwang; le combinazioni mal gli riescono, gli scambi sono sfavorevoli, il tempo lo assilla: gli stanno accadendo cose strane, inspiegabili.

Pur tuttavia … (segue domani)


P.S.: ho scritto questo articolo nel 1981 per la rivista (“numero unico”) “Campionato mondiale di scacchi”, editoriale “T&C”, direttore A.F. Corrarello. Il titolo originario era: “Quel fatidico primo settembre 1972 a Reykjavik”.

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