Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

The Chess Problemist (Abraham J. Bogdanove, 1920)

(Fabio Lotti)
Per gli amici del blog ripropongo un mio racconto a tema scacchistico tratto da Tre racconti brevi in Giallo Scacchi – Racconti di sangue e di mistero di AA. VV. Edizioni Ediscere 2008.

Questo è il secondo caso inquietante e incredibile che mi è capitato. Sempre con i giocatori di scacchi che il Signore li abbia in gloria.

Mario Cortellesi, o meglio il fu Mario Cortellesi, era scivolato lungo la sedia ed era rimasto in una posizione tragicomica con le gambe divaricate per terra e la nuca appoggiata al cosiddetto “culo” della sedia stessa in un precario equilibrio. Il volto, o meglio quello che era rimasto del volto, era rivolto verso l’alto con la bocca spalancata. Sembrava fosse stato colpito da una lupara. Sul tavolo una scacchiera con tutti i pezzi al loro posto. Niente di strano se si eccettua che erano macchiati di sangue. Per terra, vicino alla porta erano sparsi dei pezzi di tazza ed un liquido giallastro.

Chess Battle (Gerardo Enrique Soto)

“Allora, signora Cortellesi, ci dica quello che è successo”.
“Ma gliel’ho già detto, commissario” rispose con una voce flebile che sembrava venire dall’altro mondo. La signora era poi così esile, quasi diafana che davvero poteva essere scambiata per una entità diversa da quella umana.
“Lo ripeta, perché ripetendo può venirle in mente qualche particolare che prima le è sfuggito”.

“Mio marito era nel salotto intento come al solito a muovere quegli aggeggi…”.
“I pezzi”.
“…a muovere i pezzi sulla scacchiera mentre io ero in cucina a preparare il tè che a quell’ora gli portavo regolarmente”.

“Che ore saranno state?”.
“Gliel’ho detto, saranno state le cinque, lo so perché ormai è diventata un’abitudine”.
“E poi?”.
“E poi, quando era pronto l’ho messo nella tazza, ho preso dei biscotti e sono andata a portarglielo. Appena giunta alla porta ho visto…ho visto il mio povero marito conciato in questo modo e mi è caduta la tazza per terra. Il mio povero marito, commissario, che non ha mai fatto male ad una mosca…” E qui la signora cominciò a singhiozzare.

“Si calmi, capisco il suo stato d’animo ma faccia uno sforzo e cerchi di rispondere a queste ultime domande. Sono importanti, mi creda”.
“Capisco”.
“Durante la preparazione del tè ha sentito dei rumori, delle voci, qualcosa di cui magari al momento non ci ha fatto caso?”.
“Non ho sentito nulla, né un fruscio, né un passo, né un gemito”.
“Ci pensi bene, non abbia fretta”.
“No, no, sono sicura”.
“La porta di casa era chiusa?”.
“Come sempre”.
“Ne è certa?”.
“Ma sì”.
“Per caso non è uscita lei o suo marito per qualche motivo e al ritorno l’ha lasciata aperta inavvertitamente?”.
“No, non siamo usciti”.

“Suo marito aveva dei nemici o qualcuno che per un motivo o l’altro poteva avercela con lui?”.
“Ma no, commissario, gliel’ho già detto. Mario era una pasta d’uomo. Chi poteva volergli male? Non voglio stare più in questa casa. Tra poco andrò dalla mia sorella se mi è possibile”.
“Vada pure ma mi lasci una chiave della casa se ne ha una copia”.
“Ce l’ho”.
“Mi lasci anche l’indirizzo di casa di sua sorella che potremmo avere bisogno ancora di lei”.
“Va bene”.


La scientifica non trovò alcuna impronta né alcun tentativo di effrazione alla porta di casa. Notò soltanto che il volto della povera vittima era stato colpito con inaudita violenza da tutti i pezzi degli scacchi per trentadue volte. Una morte quasi istantanea avvenuta verso le diciassette secondo il parere del medico legale che collimava con quello che aveva detto la vedova. Al commissariato il giorno dopo scambiai due opinioni con Pierini.

“Che ne pensi?”.
“Non so cosa dire, la prima indiziata pare proprio la moglie ma a vederla…”.
“Anche a me ha fatto la stessa impressione, regge l’anima coi denti. Non ce la vedo ad uccidere il marito che era bello robusto”.
“E poi in quella maniera”.
“Appunto”.

“È chiaro che la vittima doveva conoscere bene l’assassino. Non essendoci tentativi di effrazione l’ha fatto entrare o aveva anche lui le chiavi”.
“E la moglie non ha sentito nulla?”.
“Questo è un bel mistero”.
“Inoltre è un giocatore di scacchi”.
“Che certo non avrebbe mai pensato che  proprio questi sarebbero stati l’arma inconsapevole della sua misera fine. Tu che sei il sapientone della famiglia hai mai trovato tra le tue letture giallistiche qualche esempio simile?”.
“In questo momento non saprei risponderle anche se, sì… un momento… mi ricordo di un certo Alfiere avvelenato o roba del genere che manda un poveretto all’altro mondo. L’autore comunque mi sfugge. Ma tutti quanti i pezzi insieme proprio no”.
“Vedi di applicarti meglio. Che ti ci ho mandato a fare a scuola!”. Pierini diventò rosso e sembrò ondeggiare pericolosamente. “Ma commissario, come faccio a ricordarmi così su due piedi…”.
“E allora ricordatelo su quattro. Bando alle ciance e andiamo a far visita a quella combriccola di lunatici che si ritrovano al Cral del Monte dei Paschi per saperne qualcosa di più su questo signore”.
“A chi?”.
“Agli scacchisti”.


Il covo degli scacchisti, perché così si dovrebbe chiamare qualsiasi luogo di ritrovo di pazzi che si divertono a spostare pezzi di legno su un cartone quadrettato, si trovava nel centro della città ed era costituito da una piccola stanza che poteva contenere a malapena sei o sette persone dove ne erano accatastate invece una quindicina.

Il nostro arrivo non portò alcun scompiglio perché tutti erano intenti a muovere pezzi e a dar botte a certi strani orologi che attirarono l’attenzione del Pierini che si mise ad osservarli come fossero oggetti calati da Marte. Solo quando urlai chi fossi si voltarono guardandomi imbambolati.

Dopo averli edotti dell’accaduto ci sistemammo in un’altra stanza libera dedicata al gioco delle carte e volli che tutti quanti, uno per uno, venissero a rispondere alle mie domande. Il primo che si presentò aveva una faccia talmente stralunata che pensai di avere sbagliato luogo e di essere arrivato in una clinica di supporto psichiatrico. Me la sbrigai in quattro e quattr’otto che tanto non ci avrei ricavato nulla.

Il secondo aveva l’occhio più sveglio anche se un leggero tic alla parte sinistra della bocca e un modo di parlare concitato rivelavano un certo fermento dell’inconscio.

“Allora mi parli del signor Cortellesi”.
“Una brava persona”.
“Bene, e così abbiamo concluso…”.
“Allora arrivederla…”.
“Arrivederla un corno!”.
“Ma se lei mi ha detto…”.
“Ma era un modo di dire! Non può cavarsela dicendomi soltanto che era una brava persona. Mi parli di lui anche come giocatore, come si comportava, che cosa diceva, eccetera, eccetera”.
“Dire non diceva nulla”.
“Gli mancava la favella?”.
“No, commissario. Le spiego”.
“Era l’ora”.

“Il Cortellesi, che il Signore l’abbia in pace, arrivava sempre silenzioso, faceva un cenno ad uno dei presenti se voleva fare una partita e incominciava a giocare. E qui veniva il bello”.
“Sono tutt’orecchi”.
“Il povero Mario, mi scusi, commissario ma mi sembra poco opportuno…”.
“No, qui tutto è opportuno, opportunissimo. Vada avanti che altrimenti la incrimino per reticenza”.
“No, ma le pare! Io incriminato… insomma il povero Mario, dicevo, era una vera e propria schiappa. Non ci capiva nulla e quando giocava diveniva lo sberleffo degli altri giocatori che lo prendevano in giro anche con certe frasi che mi vergogno pure…”.
“Non si vergogni”.
“Ecco, per esempio “Bella mossa!”, “Che fine tratto!”, oppure “Che alzata di genio!” e giù risate a non finire”.
“E il Cortellesi come la prendeva?”.
“Non faceva una piega, non muoveva un dito. Accettava tutto senza scomporsi”.
“Quindi non si era fatto un nemico?”.
“Mario un nemico? Ma che dice? Nessuno poteva avercela con uno che non rispondeva mai alle provocazioni. Semmai ce l’avranno avuta gli stessi pezzi degli scacchi che venivano trattati a pesci in faccia”.

Gli altri interrogati riferirono suppergiù le stesse cose, che il Cortellesi era una brava persona, che non diceva mai nulla, che giocava da cani e che veniva preso in giro dagli altri perché loro non avrebbero mai avuto il coraggio e la spudoratezza di prendersela con lui. La faccenda era strana.


A casa cercai di riepilogare il tutto. Dopo avere combattuto con i pargoletti cresciutelli che volevano uscire dopo cena e ritornare a loro piacimento. La discussione fu lunga ma si venne ad un patteggiamento che mise d’accordo genitori e figli. Più i figli che i genitori, o meglio un genitore dato che la madre, cioè mia moglie, finì per stare dalla loro parte attenuando di molto la primitiva durezza. Anche per questo motivo le tenni il broncio e mi chiusi nello studio. E qui, ripeto, cercai di tirar fuori qualcosa da quel caso del tutto singolare.

C’era un morto ammazzato con i pezzi di scacchi nel salotto di casa sua (e già questo fatto mi metteva una certa angoscia perché non riuscivo a capire come l’assassino, maschio o femmina che fosse, avesse potuto mettere in atto il suo disegno senza che l’altro tentasse una benché minima reazione) mentre la moglie se ne stava tranquilla a preparare il tè in cucina. La cucina era ubicata a fianco del salotto, la porta di casa era chiusa, il povero defunto era una brava persona, nessuno ce l’aveva con lui, anzi tutti lo prendevano in giro e semmai proprio lui ce l’avrebbe dovuta avere con qualcuno. Inoltre era di corporatura robusta, nessuna traccia di lotta, i pezzi degli scacchi erano al loro posto macchiati di sangue, nessuna impronta, niente di niente, la moglie era debole, evanescente, non avrebbe potuto far male neppure se lo avesse voluto. C’era qualcosa di strano, di assurdo in tutta quella vicenda.

L’enigma dell’alfiere

Un lampo, seguito dallo schianto di un fulmine, illuminò il mio piccolo studio e mi riscosse dalle mie congetture. Mi alzai di scatto come trascinato da una forza invisibile, bevvi d’un fiato tre dita abbondanti del mio brandy preferito, presi l’ombrello dato che era incominciato a piovere e mi avviai di corsa verso il luogo del delitto che non distava molto dalla mia abitazione.

Aprii la porta con la chiave che mi aveva dato la signora, entrai e mi avviai verso la stanza dove era stato trovato il cadavere. Mi avvicinai ansimando un poco per la corsa e stetti un istante in ascolto perché mi era parso di sentire un parlottare sommesso. Poi spalancai la porta con una spallata. Accesi la luce e mi guardai intorno. Nessuno. La scacchiera era al suo posto con tutti i pezzi ben collocati. Per un attimo ebbi la sensazione (colpa del brandy?) che sogghignassero. Mi avvicinai perplesso.

Li guardai fisso e fu allora che mi tornò in mente l’ultima frase di quel tizio, sì di quello scacchista…Scossi la testa, scrollai le spalle, spensi la luce e mi allontanai balbettando “Ma no, non può essere, non è possibile…E’ meglio che torni a casa”.

Per la cronaca il delitto non fu mai risolto.


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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2 pensieri su “Vendetta

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