1946, scacchi a Berlino, 10 a 0
1945, Radio match USA - URSS - Il sindaco di New York Fiorello La Guardia fa la prima mossa
(Claudio Mori)
Il 2 maggio l’esercito russo conquistò Berlino. Il 4 luglio l’esercito americano occupò la parte sud ovest della città. 1945. La guerra era finita, la Germania nazista sconfitta era stata occupata dalle truppe dell’URSS, degli USA, della Gran Bretagna e della Francia. E fino al 1949 rimase sotto il controllo delle amministrazioni militari di questi stati.
Nel delizioso palazzo Cecilienhof di Postdam, poco distante da Berlino, regalo dell’imperatore Guglielmo al figlio e a sua moglie Cecilia, dal 17 luglio al 2 agosto 1945 Clement Attlee (GB), Harry Truman (USA) e Josef Stalin (URSS) ridisegnarono l’Europa.
In un intervallo durante i giorni della conferenza Stalin fu visto giocare a scacchi con il maresciallo dell’Unione Sovietica Georgij Konstantinovich Zhukov. Zhukov era un abile giocatore. Giornalisti stranieri chiesero al maresciallo il risultato della partita: “Ha vinto Stalin” rispose laconico, con un rapido sorriso di cortesia. Improbabile che il risultato sarebbe stato diverso.
Un mese dopo, da l’1 al 4 settembre, si svolse il famoso radio match di scacchi tra Urss e Stati Uniti. Il NY Times del 2 settembre scrisse: “Seduti in stanze silenziose a 5.000 miglia di distanza, i dieci giocatori di scacchi più importanti degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica ieri mattina hanno trasmesso via radio le loro mosse iniziali tra New York e Mosca e hanno iniziato una partita a squadre di quattro giorni che ha segnato il ritorno della competizione sportiva internazionale”.

Per settimane gli appassionati di scacchi di tutto il mondo, dai principianti agli esperti, avevano atteso con ansia le sfide tra i campioni americani alloggiati presso l’Henry Hudson Hotel e i giocatori russi sistemati nella Casa della Cultura dei lavoratori di Mosca.
C’era più di un motivo d’interesse. Intanto era la prima volta che una partita a squadre ufficiale veniva condotta via radio, poi era anche la prima volta che una squadra di scacchi russa incontrava un gruppo americano. I russi vinsero senza appello per 15,5 a 4,5.

Dopo quasi un anno, a Berlino palpitava ancora l’emozione di quello scontro transoceanico. Erano gli inizi dell’estate millenovecentoquarantasei. Il quotidiano Komsomol di Mosca (Moskovsky Komsomolets) a proposito della situazione tra i due blocchi scrisse: “I comandanti dei reggimenti, dei corpi e delle divisioni fraternizzarono”. Inviti tra un quartier generale e l’altro, pacche sulle spalle, doni, alcol a volontà e bugie. Si recitava la commedia dell’amicizia. Teatranti.
Il comandante del 12° gruppo di truppe americane Omar Nelson Bradley sbavò davanti all’esibizione di un gruppo coreografico composto da giovani donne attraenti. E il comandante del 1° fronte ucraino, il maresciallo Ivan Konev, disse con noncuranza: “Niente di speciale. Sono ragazze normali che prestano servizio nel nostro esercito!” Erano artiste di uno dei migliori ensemble russi.
Bradley ricambiò l’invito e offrì il concerto di un violinista. “Che bravo!”, osservò Konev. “Niente di speciale! È solo un semplice soldato“, rispose Bradley. Era un famoso violinista reclutato per l’occasione.
Cosa è vero? Cosa è falso? Nulla più di un confronto diretto può dirlo. In quei primi giorni di giugno 1946 due maggiori dell’Amministrazione militare sovietica in Germania (SVAG), Isaak Lipnitsky e Boris Naglis, chiesero al neo-nominato vice capo, il colonnello generale Vasily Ivanovich Chuikov (1900-1982), colui che durante l’assedio di Stalingrado aveva detto “Non c’è terra oltre il Volga per noi!”, di potere organizzare una partita a scacchi con gli americani. Dieci contro dieci, come nella partita via radio dell’anno precedente.
Che Chuikov ne sapesse di scacchi era fuori discussione. Al culmine della battaglia di Stalingrado, si diffuse la voce che il generale Chuikov fosse gravemente ferito e che qualcun altro aveva preso il comando dell’esercito. Il soldato Ivan Krushinsky, campione di scacchi del Donbass, ricevette l’ordine dal comandante del suo reggimento di recarsi al posto di comando, consegnare un rapporto e allo stesso tempo scoprire chi realmente fosse al comando dell’esercito. Il Volga era pieno di boati.

“Entrai nel bunker“, ricordò Krushinsky, “c’erano una mappa e degli scacchi sul tavolo. Un uomo cupo camminava lungo il muro. Non riuscivo a stabilirlo con certezza se fosse lui o no: la lampada a olio in prima linea ardeva debolmente. Feci rapporto. Consegnai il pacco e guardai gli scacchi…”
Chuikov si accorse dell’interesse del militare per gli scacchi e lo invitò a giocare. “Non avemmo il tempo di fare un paio di mosse che il tavolo iniziò a tremare – continua Krushinsky – qualcosa scricchiolò negli angoli… ‘Muovi!’ ‘Muovi!’ Krushinsky fece un’altra mossa, senza riuscire a pensare fino alla decima mossa. Poi il soffitto tremò e pezzi di terra iniziarono a cadere. L’aiutante di campo corse dentro: ‘Compagno generale, carri armati!’ Chuikov, senza nemmeno guardare l’aiutante, fece la sua mossa: ‘Scacco. E allora, carri armati? Stanno passando direttamente qui, fino al posto di blocco? Così dovrebbe essere. Paulus (il feldmaresciallo tedesco Friedrich Paulus, ndr) è esausto. Vuole spaventarci con i carri armati di notte. Corri, dai un’occhiata… Vai, vai!’
Krushinsky fece altre tre mosse infruttuose. Presto l’aiutante tornò e riferì che i carri armati erano tornati indietro. Krushinsky venne messo sotto scacco alla quindicesima mossa. Per un anno sognò di riabilitarsi e di giocare con Chuikov nella sconfitta Berlino. Ma non doveva andare così: morì vicino a Zaporozhye” (Konstantin Chernyshov. La guerra popolare, Pravda. N. 64, 20 giugno 2008).
Di scacchisti come Chuikov ce n’erano parecchi in Unione Sovietica. Boris Mikhaylovich Shaposhnikov, ad esempio, capo di stato maggiore generale delle Forze armate sovietiche. Era talmente appassionato di scacchi che i suoi commilitoni avevano coniato l’espressione “finale di partita di Shaposhnikov”. Lui stesso scrisse: “La mia memoria, anche visiva, era così acuta a quel tempo che tutte le direzioni principali, tutti i punti geografici e topografici principali erano sempre davanti ai miei occhi. Potevo ricevere resoconti senza una mappa: il capo del dipartimento operativo, che riferiva, nominava i punti e io vedevo mentalmente dove stava accadendo tutto. Nessuno di noi due perdeva tempo a guardare la mappa. Lui nominava solo i numeri associati al punto indicato, e tutto era chiaro per entrambi”.
Qualche bunker più in là la situazione non era molto diversa. E la solidità di quel bunker dipendeva dagli stessi fattori degli altri, dallo spessore delle pareti, dalla distanza dalle latrine e dalla sua visibilità dal cielo. Un rettangolo lungo settecento metri e largo quattrocento metri soprannominato “Isola di Lyudnikov”, sempre a Stalingrado, nella zona dello stabilimento Barrikady, era comandata da Ivan Lyudnikov, 138ª Divisione fucilieri. “Nella nostra divisione – scrisse – avevamo un tenente anziano di nome Nikolaev, un bravo ufficiale. A volte, di notte, quando per qualche minuto c’era più silenzio, veniva da me e mi diceva: ‘Compagno colonnello, che ne diresti di giocare una partita a scacchi?’ Accettai subito. E che battaglie a scacchi abbiamo fatto!”
Prima di dare il via libera al confronto russo-americano di Berlino, a quanto riferisce lo storico degli scacchi Vladimir Neishtadt, Chuikov chiese ai due maggiori: “Garantite la vittoria?”.
I maggiori, calmi come la pietra, risposero: “Vinceremo, compagno generale Chuikov”. E aggiunsero che avrebbero condotto loro stessi le trattative con gli americani e che avrebbero guidato la squadra.
Chuikov non aveva motivo di dubitare: conosceva molto bene almeno uno di loro, Boris Pavlovich Naglis (1911-1977), dai tempi della battaglia di Stalingrado. Il colonnello e scrittore Ivan Grigorievich Paderin lo ha raccontato dalle pagine della rivista settimanale Ogonyok.
C’era in ballo, tra l’altro, anche il trono mondiale degli scacchi, formalmente ancora occupato da 17 anni da Alexander Alekhine (1927-1935, 1937-1946). Era morto a Estoril, in Portogallo, il 24 marzo 1946. E le grandi manovre per impossessarsi del titolo erano riprese.
La rivista Scacchi nell’URSS pubblicò la composizione della squadra sovietica: “In ordine di scacchiera – candidato maestro maggiore Lipnitsky, candidato maestro guardia maggiore Naglis, candidato maestro junior. Tenente Nezhmetdinov, giocatori di scacchi di prima categoria Nikolaev, Tenente Spivak, Maggiore Filimonov, Tenente Boguslavsky, Tenente anziano Voronov, Sokolovsky e giocatore di scacchi di seconda categoria Petropavlovsky. La squadra americana era composta dal Tenente Neckerman, dal Colonnello Stevens, dal Capitano Salison, dal Capitano Winegard, dal Sergente Polkowski, dal Tenente Bank e dai Soldati Kleipfeld, Pulitzer, Konchek e Levy.”

Un ampio resoconto di quegli avvenimenti è stato fatto da Michail Birin (9 maggio 2019): Nezhmetdinov a Berlino: come le truppe sovietiche organizzarono una guerra lampo per gli americani. Per allenarsi prima della partita, su iniziativa del comandante, venne organizzato un torneo per il campionato della guarnigione di Berlino. Il primo premio, un prezioso fucile da caccia, fu assegnato al maggiore della guardia Naglis, mentre ottenne il secondo posto l’istruttore politico junior Rashid Nezhmetdinov. “Ci accolsero calorosamente. È vero, con la schiettezza caratteristica degli americani, espressero in anticipo la loro fiducia nella vittoria”, ha ricordato Naglis.
Fu Naglis, in seconda scacchiera, a chiudere per primo la sfida. Il confronto con il colonnello Stevens, in divisa ricoperta al petto di medaglie, durò tredici mosse per complessivi tredici minuti.
Rashid Nezhmetdinov fu il secondo. Nezhmetdinov era stato un’invenzione, per così dire, del maresciallo Konev. Prestava infatti servizio nel distretto militare del Trans-Bajkal, a Chita, ma era stato trasferito a Berlino fingendo che avesse partecipato alla presa della città tedesca. Invece il suo trasferimento dalla Transbaikalia era stato fatto in un periodo successivo e al solo scopo di rafforzare la squadra di scacchi russa in quanto candidato Maestro.
La squadra sovietica prese gradualmente il sopravvento su quella americana e in quattro ore di gioco ne ottenne la capitolazione. La partita sulla prima scacchiera fu quella più combattuta, ma alla fine anche il maggiore Lipnitsky ebbe la meglio sul tenente Neckerman.

Sempre Naglis ha raccontato: “Durante la partita, ai giocatori di scacchi venne servito whisky e cognac. Nezhmetdinov e io ne bevemmo un bicchiere a testa. Avevamo deciso di non bere troppo perché ci sarebbe stato un banchetto. Ed ecco finita l’ultima partita. Lipnitsky ha riassunto il risultato complessivo: 10:0!”
“Sapevamo che i russi combattono bene, e ora sappiamo che giocano a scacchi altrettanto bene!” dovettero ammettere gli americani. La rivista Scacchi in URSS (n. 8-9, 1946) raccontò: “Vittoria degli scacchisti dell’esercito sovietico: Di recente, si è svolta a Berlino una partita su 10 scacchiere tra le squadre del Central Club dell’Amministrazione militare sovietica in Germania e l’Amministrazione militare americana. La partita si è conclusa con una vittoria decisiva per la squadra sovietica, che ha vinto tutte e 10 le partite“.
Naglis conobbe la fine della guerra a Berlino tra i felici vincitori, ma subito dopo la partita a scacchi con gli americani, il lituano allegro e troppo loquace fu denunciato e mandato in prigione. Cadde nelle mani dell’investigatore “nano sanguinario” Mikhail Ryumin, che ruppe il timpano di Naglis per estorcergli la testimonianza necessaria. Boris trascorse diversi anni nei campi di disboscamento, presentando di tanto in tanto ricorsi per una revisione del caso, ma ricevendo sempre un rifiuto. Gli anni ’50 cambiarono radicalmente il destino dell’investigatore e del sospettato. Naglis fu rilasciato e divenne direttore dello Stato maggiore centrale, mentre lo stesso Ryumin finì sul banco degli imputati dopo la morte di Stalin. Tra coloro che testimoniarono nel caso c’era anche Boris Pavlovich e Ryumin fu condannato alla pena capitale.
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Claudio Mori, giornalista