Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

La fine di una leggenda

Paulsen-Morphy, 1857

(Fabio Lotti)
Ripropongo un pezzo già pubblicato su “Soloscacchi” per farlo conoscere anche ai lettori di questo blog. Scritto, davvero, con il cuore…

Si alzava tardi, verso mezzogiorno, si vestiva di tutto punto e andava a camminare nel parco o per le vie di New Orleans. Passeggiate, lunghe passeggiate. Solo con i suoi pensieri, con il tarlo che lo rodeva da sempre. Un tarlo di nome Howard Staunton, il campione del mondo. Sfidato più volte aveva sempre rifiutato portando delle sciocche, futili scuse, come quella che doveva finire un lavoro su Shakespeare! Aveva ottenuto i più grandi successi ma questo incontro-scontro gli mancava. E lo tormentava…

Allora si riscuoteva, aumentava i passi e ripensava all’inizio, quando da ragazzetto imberbe riusciva a battere facilmente sia il padre Alonzo che lo zio Ernest, uno dei più forti giocatori della Lousiana. Che soddisfazione! Ed era solo l’inizio…

Già solo l’inizio, che a ripensare a tutta la sua carriera scacchistica era davvero difficile. Anche perché i giocatori di scacchi venivano considerati  alla stregua di giocatori d’azzardo con tutte le conseguenze possibili. Se ne era reso conto quando aveva aperto uno studio di avvocato ottenendo un ben misero successo di clienti proprio per questo motivo e quando…quando…Qui si arrestava sempre per un attimo, colto da un momento di malinconia e di profonda delusione, quando aveva fatto la sua richiesta d’amore ad una ragazza che si era rifiutata proprio perché giocatore di scacchi. Maledizione!…E ci si era messa pure sua madre sin dall’inizio che lo aveva continuamente contrastato, ammonendolo sempre di non prendere nemmeno un soldo da quel brutto mestiere!…

Gli scacchi…gli scacchi… la sua vita e gli scacchi che aveva abbandonato sopraffatto dal professionismo, dalla competizione e dal ruolo politico che non voleva assumere,  lasciandogli dentro una scia di indelebili ricordi. Li aveva battuti tutti! Tutti, anche alla cieca e da tutte le parti. A New York dove era diventato campione degli Stati Uniti e poi in Europa. Sia a Londra, a Parigi, o in qualche altra città nessuno poteva resistergli, e anche ad occhi chiusi era in grado di seguire le sfavillanti evoluzioni dei pezzi facendo fuori perfino duchi e conti. Una grazia piovuta dal cielo…

E che feste, che celebrazioni al suo ritorno in patria come quello di un eroe! Una folla in delirio a chiedergli l’autografo, regali su regali favolosi come uno splendido orologio d’oro in cui i pezzi degli scacchi bianchi e rossi sostituivano i numeri sul quadrante… Giornate splendide, memorabili…

Quando era a letto impoltronito fino a tardi rivedeva gli avversari uno per uno davanti alla scacchiera, a partire dal gigantesco Adolf Anderssen che lui, David contro Golia, aveva battuto. Non bastava la corporatura per vincere a scacchi e nemmeno il motto strafottente “Attaccare, sempre attaccare!”. Poi arrivavano improvvisi gli enormi basettoni di Löwenthal a suscitargli un lieve sorriso riportandolo indietro nel tempo quando era ancora un ragazzetto. Insieme al volto pallido e scavato di Zukertort che una certa impressione gliela faceva e al faccione rotondo incorniciato da una barba rossiccia di Steinitz. Entrambi li aveva pure incontrati una volta nelle sue quotidiane passeggiate provocando un rimescolamento di certe emozioni e sensazioni…

Ricordi e ricordi un po’ caotici nel tempo e nello spazio si accavallano, ora qui ora là. Destrezza e pazienza erano le due doti necessarie per vincere. Destrezza e tanta pazienza come quella necessaria per battere Louis Paulsen che ponzava ore e ore prima di muovere un pezzo! Ma ci voleva anche lo studio, la preparazione su certi testi indispensabili di riferimento come quelli di Philidor, Bilguer e Staunton e informarsi sulle migliori riviste internazionali. Poteva farlo tranquillamente dato che conosceva un bel mazzo di lingue. Studio, studio e intuito, ma soprattutto una visione completa, filosofica del giuoco come un’arte che gli veniva spontanea, quasi naturale…

Però ora, ora c’era qualcosa che non andava… Qualcosa che lo tormentava. Tutti ce l’avevano con lui come se fosse il capro espiatorio della società! Il cognato, amministratore dei suoi beni che gli ruba i soldi. Un amico, sempre del suo maledetto cognato, che gli distrugge i vestiti custoditi gelosamente nell’armadio. E poi un tizio, è sicuro, che lo segue continuamente per ucciderlo. Deve stare attento, deve guardarsi continuamente alle spalle…

Maledetti! E maledetto Staunton che gli aveva creato tutti questi problemi!

Paul Morphy, preso da tali deliri, ci lascia nell’estate del 1884 a soli quarantasette anni. Un grande, un mito.

Molti dopo la sua morte hanno tentato di tracciare un suo profilo psicologico come lo psicoanalista Ernest Jones con il libro The problem of Paul Morphy, e lo scacchista psicologo Ruben Fine con il volume La psicologia del giocatore di scacchi dove inserisce un intero capitolo dedicato al nostro.

A me basta ogni tanto tirar fuori Paul Morphy- partidas completas di Rogelio Caparrós, Ediciones Eseuve, Madrid 1993, e scorrazzare festoso fra i suoi gioielli. Ecco a voi una delle tante perle che ci ha regalato. a voi una perla tra le millanta che ci ha regalato.

Paulsen – Morphy
New York 1857

Grazie, Paul!


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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