Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Scimmie scacchiste

(Adolivio Capece)
Forse qualcuno dei nostri Lettori meno giovani ricorderà una fortunata pubblicità di EstaThè di alcuni anni fa, in cui si vedeva un gorilla che giocava a scacchi con un ragazzo e lo batteva.

Uno spot che ebbe notevole successo pur non essendo nuova l’idea della scimmia che gioca a scacchi e vince: un’idea non nuova ma sempre coinvolgente, proprio con riferimento agli scacchi come scontro tra cervelli.
Anche in questo caso, come in molti altri e non solo in pubblicità, nessuna attinenza tra gli scacchi e il prodotto reclamizzato.
Ancora una volta gli scacchi vengono utilizzati pensando soprattutto al cosiddetto ‘grande pubblico’ che secondo il classico ‘immaginario collettivo’ vede gli scacchisti se non come veri e propri geni almeno come persone con una intelligenza superiore.

Nel post “Scacchi bestiali” trovate qualche foto di scimmie scacchiste.


Andando indietro nei secoli uno dei primi accenni agli scacchi come ‘giuoco di scimmia’ lo troviamo nientemeno che in Francesco Petrarca.
Francesco Petrarca (1304-1374), giocava a scacchi: aveva imparato ad Avignone, forse già da ragazzo nel 1312 ma più probabilmente durante il soggiorno tra il 1326 e il 1330.
Avignone era allora città ricca e mondana e vi risiedeva la Corte pontificia; fu qui che nel 1327 Petrarca incontrò Laura. Sembra tuttavia, ma questo non è documentato, che Petrarca non fosse molto bravo a scacchi e che non sia mai riuscito a migliorare il suo livello di gioco.
Per questo si dice che egli non nutrisse eccessiva simpatia per gli scacchi e, quando del gioco si occupò in alcuni dei suoi scritti, lo fece con tono piuttosto negativo, in particolare nel famoso “De remediis utriusque fortunae”, scritto in latino tra il 1354 e il 1366.

Questo testo, che con una serie di brevi dialoghi spazia sugli argomenti più di attualità dell’epoca, divenne uno tra i manuali di filosofia pratica o ‘arte del vivere’ più diffusi in Europa tra Medio Evo e Rinascimento: i dialoghi offrono al lettore opportuni consigli sul modo di comportarsi nelle più diverse circostanze. In uno di questi dialoghi, che il Poeta immagina svolgersi tra il Gaudio e la Ragione e che è dedicato interamente agli scacchi, Petrarca si chiede “come si possa perdere il proprio tempo” in un gioco “tanto noioso, durante il quale i due avversari siedono silenziosi per ore e ore, uno di fronte all’altro, e sospirano e si grattano la testa, muovendo i pezzi con lentezza e attenzione, come se si trattasse di cosa della massima importanza”.
Comunque, a parte la negatività delle parole, il fatto che Petrarca abbia dedicato un “dialogo” agli scacchi conferma l’importanza e la diffusione del gioco già nella prima metà del Trecento.
Vediamo il breve dialogo completo, seguendo il testo volgarizzato da don Giovanni di Bassaminiato (monaco degli Angeli, Bologna 1867).

Il Gaudio: Io volentieri gioco agli scacchi.
La Ragione: Oh studio puerile! Oh tempo perduto! Oh sollecitudini superflue! Oh gride sconcissime! Oh stolte letizie, e corrucci da ridersene! Vedere vecchi rimbambiti mettere tempo in su lo scacchiere, e in piccoli legni, cioè in scacchi vagabondi, co’ quali fanno futuri inganni e tolgono e rubano su questo or su quello scacco; per la qual cagione appo gli antichi era detto giuoco da rubare, al quale giuoco la scimmia già fece, secondo dice Plinio; di che so che tu piglierai amirazione. Ed è propriamente giuoco di scimia mescolare e trasportare gli scacchi e percuotergli dietro agli altri scacchi del compagno; di subito gittare la mano e ritrarla; insultare all’avversario suo, cioè al compagno con cui giuoca; e, percuotendo i denti, minacciarlo, crucciarsi, quistionare, fare romore; et a ciò che io usi il detto di Orazio, mentre che famosi detti atti, or l’uno or l’altro grattarsi il capo, rodersi l’unghie, et alla perfine fare ogni cosa che abbi a fare ridere quegli che passano inde.”


Torniamo a tempi più recenti e parliamo di Samuel Beckett e del suo romanzo “Murphy”.
Curiosamente fu scritto in inglese, a differenza di diverse opere successive di Beckett che vennero composte in francese, e venne poi tradotto in francese dallo scrittore stesso, con l’aiuto dell’amico Alfred Péron, nel 1947, “ottenendo come risultato una lingua finale media e sporca per far nascere un personaggio letterario che è piena rappresentazione della sua idea del mondo”.

Per saperne di più rimandiamo al post “Samuel Beckett“.

Qui ricordiamo solo che Beckett avrebbe voluto come copertina per “Murphy” questa foto che aveva visto su una rivista tedesca anni prima, che raffigurava due scimmie che giocano a scacchi. Ma l’editore la rifiutò. Nella vignetta originale, la scimmia a sinistra diceva: «Cosa? Ti fai mangiare la regina? Che follia


E arriviamo in conclusione a due testi nei quali si parla di scimmie che davvero sapevano giocare a scacchi.

Il primo testo lo troviamo nel ben noto ‘Le Mille e una notte’, dove nel lungo racconto ‘Il facchino e le dame’ si narra proprio di una partita a scacchi tra il Sultano e una scimmia.
La scimmia però in questo caso era un Principe, il figlio del potente re Imar sovrano delle immense Isole d’Ebano, che era stato tramutato in animale da un terribile sortilegio fatto dallo spietato “ifrit” Jarjaris (gli “ifrit” erano entità sovrannaturali con carattere maligno originate all’inizio dei tempi da Allah).
Il Principe-scimmia racconta: “Il Sultano mi presentò una scacchiera e a cenni mi chiese se ero disposto a fare una partita con lui. Con un movimento della testa acconsentii e cominciai a disporre i pezzi, prima sul suo lato e poi sul mio. Persi la prima partita, riuscendo però a far capire al mio avversario che non ero del tutto spiazzato davanti ai suoi attacchi; poi vinsi la seconda e la terza, il che non mancò di colmarlo di stupore.”


Il secondo testo lo troviamo nell’altrettanto noto libro il ‘Cortegiano’ di Baldassar Castiglione, pubblicato a Venezia nel 1528. Nato in provincia di Mantova (1478-1529) nobiluomo di corte di Ludovico il Moro e di Francesco Gonzaga e poi di Guidobaldo d’Urbino, poeta e letterato, dice riguardo agli scacchi: “Questo è gentile intertenimento ed ingegnoso”.
Sarebbe interessante scoprire se la storiella raccontata nel Libro II del ‘Cortegiano’ sia stata pura invenzione dell’Autore oppure sia stata ispirata dalla lettura del brano delle ‘Mille e una notte’.

Baldassar Castiglione racconta la storiella attribuendola ad un amico che affermava che “una scimmia di forma diversissima da quelle che noi siamo usati di vedere, presa in India e portata in Europa dai portoghesi, giocava agli scacchi eccellentissimamente”; e si diffonde a descrivere le vicende di due partite giocate e vinte da quel portentoso animale contro un gentiluomo, alla presenza del Re del Portogallo.

 

“E tra l’altre volte un dì essendo innanzi al Re di Portogallo il gentilhuomo che portata l’havea e giuocando con lei a scacchi, la Simia fece alcuni tratti sottilissimi, di forte che lo strinse molto, in ultimo gli diede scacco matto: e il gentilhuomo turbato, come sogliono essere tutti quelli che perdono a quel giuoco, prese in mano il re, che era assai grande, come usano i Portoghesi, e diede una gran scaccata in su la testa de la Simia, la quale subito saltò da banda, lamentandosi molto, e parea che domandasse ragione al Re del torto che gli era fatto.
Il gentilhuomo poi la reinvitò a giocare; essa havendo alquanto ricusato con cenni, pur si pose a giuocar di nuovo; come l’altra volta havea fatto, così questa ancora lo ridusse a mal termine; in ultimo vedendo la Simia poter dar scaccomatto al gentilhuomo, con una nuova malitia vuolse assicurarsi di non esser più battuta; chetamente senza mostrar che fusse suo fatto, pose la man destra sotto’l cubito sinistro del gentiluomo, il qual per delicatura riposava sopra un guancialetto di taffetà; prestamente levatoglielo in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina, con la destra si pose in guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece un salto innanti al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Hor vedete se questa Simia era savia, aveduta et prudente.”


L’apertura ‘Sedere di scimmia’

Chiudiamo con una sequenza di apertura che è ufficialmente nota con il nome ‘Monkey’s Bum’, che in italiano è stato tradotto ‘Sedere di scimmia’:

Su ‘Scaccomania’ di M.Fox e R.James (Sugar Edizioni) si legge che venne analizzata e praticata dai soci dello Steatham Chess Club di Londra nella seconda metà degli Anni Settanta del secolo scorso. Quando alcuni di loro spiegarono tale apertura agli altri, ci fu chi, non condividendola, esclamò: “Se funziona, allora io ho il sedere di scimmia!

Ma c’è un’altra versione, apparsa nel 1976 sul British Chess Magazine a firma del Maestro Internazionale Nigel Povah, che scrisse che, incuriosito dalla partita Ljubojević–Keene, Palma di Maiorca 1971, aveva mostrato le prime mosse a Ken Coates, un amico del Leeds e sarebbe stato questi ad aver dichiarato: “Se funziona, allora io ho il sedere di scimmia!”

L’dea strategica della apertura è il sacrificio del Pedone d2 per ottenere un vantaggio di sviluppo e gioco attivo dei pezzi.

Sembra tuttavia che maggior successo abbia avuto la ‘Monkey’s Bum Deferred’ ovvero ‘Sedere di scimmia ritardata’, che è stata usata tra gli altri anche da John Nunn, Sergei Rublevski e Judit Polgar.

Judit Polgar  – Alexei Shirov
Donner Memorial, Amsterdam, 1995

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