La bellezza si impara?
Bronstein a Hastings, 1953
(del MF Pierluigi Passerotti)
L’ottimo articolo del 21 marzo “La Bellezza è negli occhi di chi guarda” del Maestro Patelli mi ha stimolato associazioni di idee.
All’età di 8 anni, dopo aver letto un libretto sull’astronomia, fui affascinato dal vedere gli anelli di Saturno con il telescopio acquistato da mio padre. A 9 ricevetti in regalo una scatola di elettronica dalla quale si poteva assemblare una rudimentale, ma per me magica, radio a Galena, due anni dopo ero così sedotto da quella magia da impegnarmi per imparare a leggere le formule dei fenomeni elettrici su un libro.
Fui catturato dalla bellezza di quel linguaggio matematico potentissimo. Da ogni primo passo un altro avanti, dai giochi di carte al primo divertente libro “Giochiamo a Scacchi” con le buffe vignette di Donna che insegue il Re con il mattarello, di una Torre sulla bilancia in equilibrio con 5 Pedoni sull’altro piatto o ancora il Cavallo con il fiore in bocca con in groppa il cavaliere addormentato. Era bello il nostro agilissimo gatto bianco e nero e la meraviglia del passerotto raccolto e curato da mia madre che visse con noi per una decina d’anni. Mia madre se lo lasciò scappare dalla gabbia ma fu sorprendente il suo ritorno dopo pochi giorni! Da allora fu libero di entrare e uscire dalla finestra della cucina riempiendoci di gioia mentre veniva su spalle e teste per starci il più vicino possibile.
Matto del barbiere e l’affogato con sacrificio di Donna furono belle scoperte che mi introdussero alle partite di Anderssen e Morphy. Tutto servì per meglio gustare l’epico match Spassky Fischer, sullo sfondo la Guerra Fredda mentre la stupefacente fisica nucleare con l’equazione di Einstein E=mc2 prometteva cose bellissime (grazie all’italiano Fermi con la pila atomica) e cose terribili come le bombe nucleari che assicurarono il primato militare a Stati Uniti e URSS sul pianeta Terra.
La posizione che rappresenta un salto concettuale della bellezza negli scacchi è Short – Timman, Tilburg 1991:
Ho riportato analisi per sottolineare due fatti: la bellezza delle varianti nate da idee sorprendenti che fanno esclamare “ma come gli è venuta in mente!”, secondariamente la soddisfazione di un bisogno di validità dell’idea nonostante le risposte dell’avversario. Quest’ultimo aspetto della bellezza è tipico delle posizioni a carattere forzante ma ci educa ad allargarlo a posizioni non legate a sacrifici con mosse forzate. Esemplare è la seguente celebre partita dalla nona mossa in poi.
Nella condotta di Short contro Timman meraviglia la manovra del Re bianco che arriva in h6 per mattare il Re nero. Bellissima idea, come diavolo gli è venuta in mente? E non mi si dica che Short l’aveva calcolata tante mosse prima, al massimo lo avrà fantasticato quando ha iniziato a constatare la passività, quasi lo zugzwang, in cui era costretto il Nero! Non è una combinazione con sorprendenti sacrifici, ci meraviglia la lenta manovra frutto di una “costellazione” armonica delle forze del Bianco. Ora un tipo di bellezza diversa: il Bianco è un’orchestra che suona in perfetto accordo.
Nel 1989 Bronstein venne a Roma e noi editori della Prisma lo invitammo ad un colloquio per progettare libri a sua firma. L’eccentrico vecchietto non si mostrò interessato a scrivere di scacchi ma ci propose un libretto stampato in Russia con un gioco da tavolo di sua invenzione vagamente simile agli scacchi ma con figure geometriche colorate, governate da regole che non capimmo. Non ne facemmo nulla e ci limitammo a conversare con questo grande personaggio dalla carriera scacchistica eccezionale. Quasi campione del mondo fu forse frenato nel match con Botvinnik dal potere politico.
IMPAZZIRE PER LA BELLEZZA
Gli ultimi anni della sua carriera furono caratterizzati da una ricerca ossessiva dell’originalità che non reggeva alla precisione e forza di degni avversari.
Mi viene alla mente il ricordo indelebile di un libro che lessi quarant’anni fa: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Romanzo autobiografico di un professore statunitense di retorica, impazzito per le elucubrazioni sulla bellezza. Egli considera la bellezza il fondamento dell’esistenza umana e di tutto il creato. Ricoverato in ospedale psichiatrico viene dimesso dopo cure apparentemente soddisfacenti. Ha un figlio ed è per lui che fa finta di essere tornato alla normalità per essere dimesso e intraprendere un viaggio in moto nella sconfinata America. Dialoga tra sé e sé e con il figlio su tutto, dalla manutenzione della motocicletta alla vita, la morte, la bellezza. Solo alla fine si capisce che la sua ossessione per il concetto di bellezza non è sparita ma solo tenuta sotto controllo per poter vivere libero gli affetti e godere del viaggio, del cielo, della scoperta di nuove cose. Come uno scampato alla morte apprezza la vita come prima non aveva fatto, godendo e riconoscendo la… bellezza ovunque, in ogni forma.

Educazione alla bellezza: “La mente di ognuno impara a vedere la bellezza coi propri occhi“. Che salto si fa quando si apprezza della partita di Bronstein, ma in quella “poesia” zen c’era un errore nella metrica, una possibile dissonanza tra i “suonatori” cioè i componenti delle costellazioni delle figure bianche e nere.
10… c5? rende libero il Pedone d senza scalfire la centralizzazione delle figure bianche.
Non mi interessa mostrare le proposte del computer, basta la buona mossa “umana” 10… Ab4+ che risponde al principio teorico dello sviluppo, permette l’arrocco e mira a cambiare le figure più potenti secondo la tecnica che in vantaggio materiale è bene ridurre i pezzi sulla scacchiera. Anni fa ho giocato così in una partita con il Nero. Ero molto interessato a verificare la resistenza della posizione nera e ricordo che nonostante la mia conoscenza e l’assenza di errori di entrambi dovetti difendermi passivamente per decine di mosse prima di approdare a un finale che vinsi faticosamente e non senza rischi di venire stritolato dai Pedoni bianchi. Ciò diminuisce la bellezza dell’idea di Bronstein? In un certo senso, agonistico, sì ma non troppo. Se considero questa una poesia invece che un saggio scientifico sono meravigliato dalla sia pure parziale efficacia e soprattutto dalla concezione originale e coraggiosa di trattare l’indeterminatezza, la vaghezza, il dubbio. Come nel quadro l’Urlo dove il brutto diventa bello, qui è il dubbio a meravigliarci tanto da farci studiare come mai il Nero sia stato schiacciato così inesorabilmente. Dalla comprensione di questo caso si impara a giocare meglio ed essere originali, affinando la sensibilità posizionale.
Ora l’inizio di una storia che mi riguarda, inizia con l’insegnamento di Petrosian.
Se la bellezza della strategia non ha ancora conquistato i vostri occhi, cari lettori, osservate cosa è stato capace di ideare il maestro della difesa Petrosian. Che poi… come si fa a considerare Petrosian un difensore quando fece a pezzi Spassky con spettacolari sacrifici in una partita che ogni appassionato dovrebbe aver visto almeno una volta? Qualcuno scrisse che il povero Petrosian sviluppò la prevenzione posizionale delle iniziative avversarie, altrimenti come sarebbe mai potuto sopravvivere ai super attaccanti suoi contemporanei come Bronstein e Tal, poi Spassky? Ma quando attacava non gli difettava la tattica, lo disse Kasparov per esperienza diretta in partite contro quel suo predecessore!
Vincere a Ovest nell’Est-indiana è una delle grandi speranze posizionali del Bianco. Da quando smisi di giocare e4 per l’apertura di Donna fui spaventato dall’attacco iugoslavo del Nero (Tajmanov-Najdorf docet) e cercai di fare a Ovest quello che faceva Petrosian, come?
Qualcosa si impara osservando idee dei campioni e non parlo di specifiche mosse in un dato momento, parlo di visione strategica generale.
Ho vinto molte partite con la mossa g4 per fermare l’attacco del Nero prima che si scateni.
Vedremo il Nero giocare attivamente, ma non basterà a impedire la vittoria a Ovest.
Spero di aver dimostrato che oltre alle belle combinazioni con matto finale anche la profondità di un gioco manovrato inesorabile come quello di un serpente che stritola la preda, come si diceva fosse lo stile di Petrosian. Per apprezzare la bellezza di queste partite “noiose” serve un’educazione alla bellezza.
Ciao Pierluigi, grazie per avermi citato e per avere ulteriormente trattato un argomento che evidentemente sta a cuore anche a me.
Reterebbero da approfondire alcuni concetti ai quali abbiamo entrambi solo accennato.
1. perché spesso si associa la bellezza allo stupore? Forse quest’ultimo è un amplificatore di emozioni, quindi questo dimostrerebbe che la bellezza è un’emozione….
2. Il fatto che occorra un’educazione specifica per apprezzare la bellezza. Gli scacchi ne sono un esempio lampante. Vale del resto quasi per tutto. “Quasi”… Ci sono cose che ci appaiono belle a prescindere dall’educazione, oppure frutto di un’educazione inconsapevole. Un paesaggio, i lineamenti di un volto, certe opere d’arte, etc… Ecco, forse gli scacchi ci insegnano come sia possibile “scoprire” la bellezza mediante la conoscenza e l’esperienza. Una specie di “ricompensa” per la nostra passione!
Bravo Piero