Il segreto del cubano Capablanca
José Raúl Capablanca (foto colorizzata da Olga Shirnina)
(Riccardo Moneta)
Mario Monticelli (Venezia 16 marzo 1902 – Milano 30 giugno 1995) è stato uno dei migliori scacchisti italiani di ogni tempo; grande maestro ad honorem, fu anche ottimo giornalista, lavorò per il Gazzettino di Venezia, poi per Il Popolo di Milano e infine per il Corriere della Sera, dove era il capo della redazione esteri. Pubblicheremo, ad iniziare da oggi, alcuni degli articoli apparsi sulla sua rubrica scacchistica del Corsera.
In quegli ultimi decenni del ‘900 le figure di Capablanca ed Alekhine, che avevano dominato la prima metà del secolo, si ergevano come colossi, subito alle spalle di Fischer, nell’immaginario di ogni appassionato di scacchi. Con l’avvento dei programmi scacchistici ci siamo accorti che le scelte tecniche dei campioni del passato, anche di Capablanca e Alekhine, non sempre siano state irreprensibili e come sovente sulle scelte non irreprensibili non sia caduta subito l’attenzione di fior di commentatori. Ma questo lo vedremo meglio alla fine di questo post, per adesso lasciamo la tastiera (o la penna?) a Mario Monticelli, che in verità titolò questo articolo “Segreto del precoce cubano Capablanca”. Oggi l’aggettivo ‘precoce’ fa un poco sorridere, dal momento che tutti i giovani GM imparano ormai il gioco degli scacchi all’età in cui li conobbe il cubano, ovvero a 5 anni, ma all’epoca di Capablanca, e anche di Monticelli, quella era un’eccezione:

‘Fra i grandi giocatori della prima metà del secolo il più ammirato fu senza dubbio Josè Raoul Capablanca. Nato a Cuba nel 1888, appena dodicenne era già campione dell’isola. La sua precocità si era rivelata casualmente: a 5 anni, guardando giocare il padre, dal quale non aveva appreso alcun elemento degli scacchi, gli aveva fatto notare che era stata eseguita una mossa irregolare (il tema dello spettatore che impara il gioco vedendo battersi gli altri sarà sfruttato da Stefan Zweig nel suo breve e amaro romanzo Schachnovelle pubblicato postumo nel 1943).
Nel 1911 vinceva il suo primo grande torneo, nel 1921 diventava campione del mondo, titolo che doveva perdere sei anni dopo in una drammatica sfida con Alekhine.
Proprio alcuni mesi prima di soccombere in quell’incontro sensazionale, Capablanca era stato proclamato dalla stampa “Champion of all times” dopo una schiacciante vittoria in un torneo a New York, imbattuto, con 2 punti e mezzo di vantaggio sul secondo classificato. Il campionissimo esaltava soprattutto per la qualità del suo gioco: un’apparente semplicità e naturalezza brillava in ogni mossa.
Aveva -per principio- un ristretto repertorio di aperture, che nelle sfide individuali limitava ancor più. Non accadeva mai che nella fase iniziale della partita fosse sorpreso dall’avversario con una variante preparata a tavolino: sapeva sempre reagire nella maniera più efficace, specialmente con la semplificazione, in cui era davvero insuperabile. Anche nel centro della partita non amava gli attacchi complicati, ma era assai raro che gli sfuggisse la possibilità di andare in vantaggio con una “piccola combinazione”, come usava dire.
Ma il punto debole di Capablanca era stato assai bene individuato dal rivale sin dal 1924, dopo una partita fra loro finita patta. Alekhine commentò:
“Il cubano mi aveva sopraffatto (“uberspielt”, egli scrive, usando un termine tedesco intraducibile) nell’apertura: aveva ottenuto nel centro di partita una posizione vincente, e mantenuto nel finale di Torri gran parte del suo vantaggio; ma poi anche qui l’arma gli era caduta di mano ed egli si era dovuto contentare della patta… Ero persuaso che io, al posto di Capablanca, avrei sicuramente vinto la partita. Finalmente avevo scoperto una piccola debolezza nel mio futuro avversario: di fronte a un’accanita resistenza, una incertezza crescente”.
Ma lasciamo andare questa polemica lontana su due dei più grandi giocatori che il mondo abbia mai visto. In Capablanca una qualità eccezionale e innegabile era la rapidità nell’analisi. Ben difficilmente si trovava a corto di tempo per riflettere.
La brillante e poco nota partita che segue è stata da lui giocata a Barcellona nel 1936 in una seduta di “simultanee”.
Jose Raoul Capablanca – Angel Ribera Arnal
Barcellona 1936 (1)
NOTE
(*) da successive analisi pare che con questa mossa, trascurata dal Monticelli, il Bianco dovesse perdere quasi tutto il vantaggio; esatta sarebbe stata 19.Te1: il grande cubano era tutt’altro che infallibile! Ma non dimentichiamo che questa era una partita in simultanea.
(**) e invece qui oggi i programmi indicherebbero una posizione più o meno pari dopo quelle mosse indicate da Monticelli e dopo 23… Ac6 24.Cd6,Td8, dove lo svantaggio di un pedone è abbastanza compensato dal possesso dell’Alfiere e dal disagio nella posizione dei pezzi bianchi: infatti dopo 25.Cc4 (unica) seguirebbe 25… Cg6 e il Bianco deve decidere se cedere anche il pedone ‘h’ (26.Cg3 Cxh4 27.Ce3 con parità) o difenderlo con ‘g3’ ma restando con un cavallo piuttosto imbarazzante in ‘h5’. Di conseguenza al ventesimo tratto del Nero (20… Df8, perdente) si sarebbero dovuti attribuire anche due punti interrogativi. Glieli mettiamo oggi?
(1) 1936, scrisse Monticelli, ma la partita dovrebbe essere stata giocata nel dicembre 1935.
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