La scimmia che giocava a scacchi e l’ “aurea mediocritas”
(Riccardo Moneta)
L’immagine che vedete qui sopra è stata realizzata nel 2017 dall’agenzia CD’I e utilizzata per lo spot relativo al lancio di una nuova bevanda da parte di una nota casa. Davanti a studenti e professori, un allievo ed uno scimpanzè si affrontano in un test d’intelligenza del quale fanno parte anche gli scacchi: il ragazzo si è beccato uno scaccomatto micidiale, ma continua come se niente fosse accaduto a sorseggiare la sua deliziosa bevanda.
L’agenzia che ideò lo spot forse conosceva la storiella narrata nel XVI secolo dal nobiluomo Baldassar Castiglione e ricordata in qualche occasione anche dal nostro Adolivio Capece, che in un articolo per Sport24h.it dal titolo “Quando le scimmie giocavano a scacchi” aveva scritto così nel 2023:
“ … Passiamo a Baldassar Castiglione (1478-1529): nato in provincia di Mantova, nobiluomo di corte di Ludovico il Moro e di Francesco Gonzaga e poi di Guidobaldo d’Urbino, poeta e letterato. Nel libro II del ‘Cortegiano’, pubblicato a Venezia nel 1528, scrisse riguardo agli scacchi: “Questo è gentile intertenimento ed ingegnoso”. Ma poi dedicò ampio spazio alle ‘scimmie scacchiste’, raccontando la storiella di un suo amico che affermava che “una scimmia presa in India e portata in Europa dai portoghesi, giocava agli scacchi eccellentissimamente”; e si diffondeva a descrivere le vicende di due partite giocate e vinte da quel portentoso animale contro un gentiluomo alla presenza del Re del Portogallo”.
La prima pubblicazione italiana di scacchi ad aver scovato quella simpatica narrazione di Baldassar Castiglione (che era di nobile famiglia in quanto figlio di Luigia Gonzaga) è stata probabilmente “L’Eco degli Scacchi”, nel 1917, in un articolo di E.Ferrari dal titolo “Curiosità Scacchistiche”.
Ecco ciò che il Ferrari scriveva in quel numero:
“Castiglione Baldassarre nel libro XI° del Cortegiano dice: “Questo (gli scacchi, n.d.r.) è certo gentile intertenimento, ed ingegnoso. Ma parmi che un tal difetto vi si trovi: e questo è che si può saperne troppo; di modo che a chi vuol essere eccellente nel giuoco degli scacchi, credo bisogna consumarvi molto tempo e mettervi tanto tedio!, quanto se s’avesse imparar qualche nobile scienza, o far qualsivoglia altra cosa ben d’importanza: eppur in ultimo, con tanta fatica, non saprà altro che un giuoco. Però in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cioè che la mediocrità sia più laudevole dell’eccellenza”.

Per mostrare però che il giuoco non è poi di tanto difficile riuscita, quanto si suppone, narra Baldassarre questa curiosissima storiella:
“Tra i vari animali, e altre cose rare che i Portoghesi sogliono riportare dall’India, raccontasi che fu una volta una scimmia di forma diversissima dalle ordinarie, la qual giuocava a scacchi eccellentissimamente. Fra le altre volte un dì, essendo innanzi al Re di Portogallo il gentiluomo che portata l’avea, e giocando con lei a scacchi, la scimmia fece alcuni tratti sottilissimi, di sorte che lo strinse molto. In ultimo gli diede scacco matto. Perché il gentiluomo turbato, come vogliono esser tutti quelli che perdono a quel gioco, prese in mano il re che era assai grande, come usano i portoghesi, e diede in su la testa a la scimmia una gran scaccata. La qual subito saltò da banda, lamentandosi forte, e parea che domandasse ragione al Re del torto che le era fatto. Il gentiluomo poi la rinvitò a giocare. Essa, avendo alquanto ricusato con cenni, pure si pose a giocare di nuovo, e come l’altra volta avea fatto, così questa ancora lo ridusse a mal termine. In ultimo, vedendo la scimmia poter dar scaccomatto al gentiluomo, con una nuova malizia volle assicurarsi di non esser più battuta e, chietamente, senza mostrare che fosse suo fatto, pose la man destra sotto il cubito sinistro del gentiluomo, il qual esso, per delicatura, riposava sopra un guancialotto di taffetà e prestamente levoglielo; in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e con la destra si pose il guancialotto in capo, per farsi scudo alle percosse. Poi fece un salto innanzi al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua”.
Vorrei tornare un attimo su quella significativa frase del Castiglione, sopra riportata e trascritta dal Ferrari, ovvero: “ … però in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cioè che la mediocrità sia più laudevole dell’eccellenza”.
Qui il buon Baldassarre richiama un po’ alla mente l’Orazio dell’Ode 10 del libro II “Aurea mediocritas” (ovvero “aurea moderazione”):
… Auream quisquis mediocritatem
diligit, tutus caret obsoleti
sordibus tecti, caret invidenda sobrius aula.
Saepius ventis agitatur ingens
pinus et celsae graviore casu decidunt turres …
(… Chiunque ama l’aurea moderazione,
sicuro sfugge dallo squallore d’una casa fatiscente,
sobrio sta lontano da una reggia invidiata.
Un alto pino è più spesso agitato dai venti
e le alte torri cadono con crolli fatali …)
In particolare per Baldassarre nella “nobile scienza” ha valore massimo l’eccellenza, mentre in ciò che non è “altro che un giuoco” è più lodevole la mediocrità o moderazione. All’apparenza sembra che si sia di fronte ad un’affermazione un po’ strana, ma la stessa non è affatto banale né sbagliata e rispecchia la visione più generale che delle cose della vita aveva lo scrittore mantovano, visione che risulta evidente in quest’altro passo del suo citato lavoro e che ritengo sia perfettamente da condividere, massimamente nello sport e quindi anche per il giocatore di scacchi, laddove così si descrive la virtù più richiesta a un cortegiano, quella della “grazia”:
“ … avendo io già piú volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l’hanno, trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano piú che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto piú si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.
Da questo credo io che derivi assai la grazia; perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia …”.

Così commentava queste parole Luca Pirola (in “Medium”, 11.3.23):
“… La virtù essenziale per Baldassarre Castiglione è, dunque, la grazia, cioè la misura e l’equilibrio che permettono di calibrare le proprie azioni adeguandole al contesto e alle circostanze. La grazia per Castiglione non consiste soltanto nella esibizione di buone maniere, ma è una virtù interiore, applicata nei rapporti con gli altri e nelle azioni di ogni giorno.
Il contrario della grazia è l’affettazione, cioè la rozza ostentazione delle proprie capacità.
Avere grazia, perciò, significa mostrare disinvoltura e naturalezza. Per indicare tale capacità Castiglione inventa poi il neologismo ‘sprezzatura’, con cui intende la competenza di far sembrare spontanea ogni espressione di sé, comunicando al prossimo un’impressione di leggerezza anche quando la perfezione ottenuta sia stata il frutto di impegno e fatica. Ciò richiede capacità di autocontrollo, consapevolezza e padronanza degli strumenti intellettuali in ogni settore dell’attività umana …”
… E così anche negli scacchi! Sono queste capacità quelle che davvero fanno la differenza e distinguono il campione di uno sport dal campione nella vita. Nello sport (e non solo negli scacchi) in particolare il buon gioco dovrebbe essere posto esclusivamente al servizio dello spettacolo e quindi del piacere degli appassionati, anziché essere finalizzato alla ricerca di fugaci titoli, record, classifiche e trofei o per accontentare esagitati animaleschi tifosi al servizio di ricchissimi idoli di folle plaudenti.
E tutti gli sportivi, di ogni sport, dovrebbero in determinate occasioni ricordarsi che è cosa più lodevole giocare e battersi per la propria squadra o per la propria nazionale, cioè per un superiore obiettivo, piuttosto che esclusivamente per se stessi, e ciò anche quando (o forse soprattutto) si è numeri uno o due al mondo.
Ai nostri tempi, purtroppo, la saggezza degli Orazio e dei Baldassarre Castiglione è quasi sparita, oscurata da antichi ma sempre più imbattibili dèi (denaro, potere, ambizione, successo, gloria …), dèi che rischiano alla lunga di portare lo sport molto lontano dai propri confini e il mondo molto vicino al tramonto delle civiltà. Ma gli uomini nonostante tutto insistono a sfidare la sorte e a ritenere che basti loro un ‘guancialotto’, come alla scimmia descritta dal nostro amico Baldassarre Castiglione.