Concorso letterario “L’ultimo scacco”- IV edizione
(Courtesy Danilo Mallò)
(Carlo Alberto Cavazzoni)
“Se val la pena di farlo, val la pena di rifarlo“, è un intelligente aforisma dal tono quasi stoico e perfezionista.
Cogliendo il suo suggerimento l’a.p.s. “Le Pergamene di Melquiades” presenta la quarta edizione del concorso letterario.
“L’ultimo scacco” è una sfida letteraria riservata a racconti brevi inediti che abbiano attinenza, anche solo metaforica con l’affascinante gioco degli Scacchi.
“If a thing is worth doing, it’s worth doing well” questo molto noto proverbio anglosassone che in italiano è “Se una cosa vale la pena farla, vale la pena farla bene” aggiunge un tocco più umano ed è condiviso dall’organizzazione.

L’importanza di questo progetto la si può comprendere dal sostegno ricevuto dalla Federazione Scacchistica Italiana che ha concesso il proprio patrocinio, dalla partnership della casa editrice “LE DUE TORRI” e di quella dell’Università degli scacchi UNICHESS.


Rilevante sin dalla prima edizione anche il sostegno del Blog UnoScacchista nella promozione del concorso e per la pubblicazione dei racconti vincenti.

Le valutazioni dei testi sono affidate ad una commissione giudicante i cui partecipanti sono stati scelti tra i più autorevoli esperti del panorama scacchistico e culturale italiano.
Nelle precedenti edizioni, sono giunte oltre cento opere provenienti da ogni luogo d’Italia, dimostrando che il nobile gioco con il suo forte potere ipnotico e metaforico è una inesauribile sorgente culturale.
L’obiettivo degli organizzatori è stato quello di spronare i concorrenti a parlare degli Scacchi oltre gli aspetti tecnici. rendendo i loro scritti graditi non solo per chi vive la passione degli Scacchi ma anche a chi li conosce superficialmente.
I racconti delle passate edizioni sono stati molto apprezzati per stile ed originalità dai numerosi lettori delle due antologie pubblicate.
In tali raccolte, consigliate a chi ama la letteratura scacchistica fornita a piccole dosi, si possono trovare narrazioni variegate a volte storiche, esistenzialistiche, comiche, spesso surreali e quant’altro; tutte non si dimenticano perché lasciano un segno.
Sono racconti sintetici, effimeri ma narrano più di mille dialoghi.
Gli autori hanno mostrato una potente immaginazione ed una rilevante abilità espressiva, trasformando spesso l’arte della scrittura in poesia.
I personaggi protagonisti di queste storie sono fragili, si sentono spesso fuori posto, non hanno risposte ma hanno il coraggio di bastarsi e in tal modo la loro debolezza diventa bellezza.
Non temono la semplicità e nemmeno la complessità.
Obbedendo all’intelligenza del cuore navigano su fragili vascelli con la prua rivolta all’infinito; hanno dignità e desiderano ogni giorno la migliore versione di loro stessi.
Il cantautore toscano Piero Ciampi avrebbe proclamato “Hanno tutte le carte in regola per essere degli artisti“.
Spesso cadono ma si rialzano e continuano il loro ardito viaggio.
Gli scacchi sono per loro uno stile di vita, un mezzo per uscire dalla mediocrità.
Si oppongono al fatalismo e davanti ai problemi che la vita presenta con ingiustificata crudeltà con orgoglio pronunciano il loro valoroso motto
“Houston ci arrangiamo”
Per scaricare il bando della quarta edizione del concorso letterario “L’ULTIMO SCACCO”, cliccare qui.
Di seguito il racconto vincitore della terza edizione.
“Perdere”
di Mauro Nervi
Not one of all the purple host
who took the flag today
can tell the definition,
so clear, of victory,
as he, defeated, dying,
on whose forbidden ear
the distant strains of triumph
break, agonized and clear.
Emily Dickinson, Success, 1859
In un pomeriggio di aprile del 1912, Josef Blumenfeld scendeva lungo il marciapiede di pietre scure della Niklasstrasse di Praga per raggiungere il Café Savoy, dove nell’ampio salone del locale avevano disposto lunghi tavoli scuri su cui erano allineate una trentina di scacchiere, ciascuna con il suo doppio orologio. Blumenfeld le aveva intraviste il giorno prima, passando sulla Ziegenplatz, e aveva deciso, per una volta, di partecipare al torneo; era entrato e aveva lasciato il suo nome al cameriere incaricato dell’organizzazione. Benché non giocasse ormai da molti anni, in gioventù era considerato una promessa; ma in seguito gli studi universitari, l’immediata assunzione in una grande banca, l’interesse verso la musica e la letteratura lo avevano allontanato dagli scacchi. Rimaneva in lui però la nostalgia della scacchiera, il ricordo confuso della sala da gioco annebbiata dal fumo delle sigarette, in un angolo gruppi di persone impegnate nell’analisi di una partita appena terminata. Per alcuni, gli scacchi sono un’ossessione che devasta la vita; la felicità di una vittoria li rapisce per sempre, e la famiglia, il lavoro, gli amici diventano uno scenario insipido rispetto all’isola lucentissima che emerge nel gioco, dove non ci sono segreti, tutto è sempre lì, davanti agli occhi di tutti quelli che vogliono e sanno vedere. Menzogna e fortuna sono ugualmente banditi dalla scacchiera; e se nella vita di tutti i giorni l’amico ti tradisce a tua insaputa, il collega ti sorpassa con l’inganno e l’amore sbiadisce per sospetti che non puoi in alcun modo controllare, sulla scacchiera puoi avere la tua rivincita. Blumenfeld ricordava la cantilena del Deuteronomio, così spesso recitata nella sua sinagoga: tzèdeq, tzèdeq tirdòf…, “la giustizia, la giustizia perseguirai, affinché tu viva”. Ma questo comandamento enfatico e perentorio era disatteso da quasi tutti nella vita quotidiana, e apparentemente senza che ne seguisse punizione alcuna. Non così sulla scacchiera: qui l’errore viene sempre punito, a meno che l’avversario non ne commetta uno ancor più grave, addossandosi così il torto, e venendo perciò punito a sua volta. A fine partita, qualunque sia il livello del gioco, la giustizia prevale: e senza nessuna indulgenza, riflettendosi in uno specchio impietoso che, come il Dio innominabile della Torah, illumina della sua luce ogni colpa nascosta.
Nel Café Savoy, i giocatori in attesa del torneo erano distribuiti in piccoli gruppi, ciascuno intorno a una scacchiera. Una voce stridula invitò i giocatori a prendere posto. Tutti si sedettero sulle comode poltroncine di velluto allestite dal personale del Savoy, e anche Blumenfeld si diresse alla sua postazione, segnalata da un cartoncino piegato in due; su uno dei lati era scritto a penna il suo nome. Il suo avversario, già seduto, gli tese la mano senza l’ombra di un sorriso, senza alzarsi in piedi, guardando ostentatamente in un’altra direzione. Era un uomo tarchiato di mezza età, vestito in modo povero e trasandato. Blumenfeld dedusse dal nome sul cartoncino che doveva trattarsi di un cèco, forse uno dei tanti operai che affollavano i casermoni del nuovo quartiere di Žižkov; per qualche motivo pensò che l’uomo fosse un principiante, e questa idea – unitamente al fatto che a Blumenfeld era stato assegnato il Bianco – gli infuse una certa sicurezza. Si accomodò sulla poltroncina, perfezionò la posizione dei pezzi nel centro esatto delle rispettive case ruotando il muso dei cavalli verso la posizione avversaria, e in preda a un batticuore del tutto irragionevole (“è solo un gioco”, ripeteva a se stesso) attese il segnale d’inizio, che fu dato poco dopo.
Provava un’agitazione irrazionale, sproporzionata alle circostanze: l’agitazione dell’animale che sa di poter avere la meglio sul suo compagno di specie, ma che ancora deve dimostrarlo. E tutto per una semplice partita di scacchi! Cercò di calmarsi scegliendo l’apertura che conosceva meglio, una quieta apertura di donna che in gioventù aveva studiato fin quasi alla ventesima mossa, ricca di sottigliezze posizionali; a gioco corretto avrebbe fruttato solo un minimo vantaggio, ma consentiva sempre al Bianco uno sviluppo armonioso dei pezzi, in una musicale collaborazione da un lato all’altro della scacchiera. In passato, Blumenfeld aveva studiato e imparato a memoria decine di partite giocate con quell’apertura dai grandi maestri; ne conosceva ogni dettaglio, aveva ben chiari i diversi piani di gioco, sapeva quali strade seguire. L’aspetto più importante era la possibilità di mantenere la partita su un piano strategico di accorte manovre dei pezzi, migliorando la posizione attraverso l’accumulo di piccolissimi vantaggi nella struttura pedonale, anziché aprire le linee moltiplicando le possibilità di una combinazione tattica. Blumenfeld era convinto che i tatticismi fossero meschini espedienti, estranei alla natura intellettuale degli scacchi. L’intelligenza, e non l’astuzia, doveva trionfare in una buona partita; e questo gli sembrava realizzabile perché lo aveva visto nel gioco di Capablanca, il campione cubano di cui tutti gli appassionati parlavano e che aveva osato sfidare il campione del mondo. Sembrava a Blumenfeld che fosse sorto con lui un modo nuovo, e più nobile, di pensare al gioco: non più volgari trucchi, ma un dominio crescente dello spazio, una specie di pulizia del pensiero dove a prevalere sarebbe stata non solo una qualunque abilità, ma anche una comprensione profonda delle dinamiche degli scacchi: una forma di moralità, un’adesione spassionata alla verità oggettiva della posizione. Visti in questo modo, gli scacchi erano ben più di un passatempo qualsiasi, erano uno strumento per migliorare se stessi.
Con un certo stupore, si rese conto che il suo avversario rispondeva alla sua apertura seguendo le mosse della teoria. L’idea che quel cèco non fosse proprio un principiante non lo spaventava, anzi provava un certo piacere al pensiero di poter giocare una partita dignitosa; come quando si scopre di avere con il proprio interlocutore un campo di interessi comuni, grazie al quale sarà possibile trascorrere la serata in conversazioni interessanti. Blumenfeld dedicava un certo tempo a ogni mossa, anche quando sapeva perfettamente cosa avrebbe giocato: gli sembrava che così richiedesse l’estetica del gioco, per indurre in entrambi i contendenti la sensazione di un fluire tranquillo, quasi una celebrazione dell’intelligenza e dell’amore per la complessità che si sarebbero manifestati nel centro partita. Il suo avversario però non sembrava assecondarlo su quella strada: rispondeva quasi istantaneamente a ogni mossa, muovendo sgraziatamente il suo corpo massiccio per alzare il braccio e afferrare i pezzi con rapidità, premendo però poi l’orologio in modo curiosamente leggero, quasi senza rumore. Si notava in lui l’esperienza di chi gioca nei caffè quasi esclusivamente partite a ritmo veloce, dove la sveltezza dell’esecuzione è persino più importante della correttezza di ogni mossa. Un giocatore precipitoso, pensò Blumenfeld, il quale invece aborriva ogni tipo di partita veloce. E cercò di concentrarsi sui temi di apertura, sulle piccole debolezze che inevitabilmente dovevano crearsi, come ben sapeva, nella posizione del Nero.
Dopo una decina di mosse, però, e con la stessa identica velocità con cui aveva giocato le altre ben note mosse teoriche, il suo avversario spinse di due case, con allegra energia, il suo pedone di torre. Blumenfeld lo guardò per un attimo, interdetto, come se una parola volgare e inopportuna avesse interrotto un dialogo civile e costruttivo. Non aveva mai visto una mossa del genere in quell’apertura; provò a ricordare le molte partite che conosceva, e si rese conto di essere costretto, all’improvviso, a muoversi in uno spazio incognito. Cominciò a riflettere con calma. Se quella mossa non era mai stata giocata, un motivo doveva esserci; provò a calcolare qualche variante, probabilmente c’era un immediato vantaggio materiale che poteva punire quella incosciente deviazione dalla teoria. Per quanto si approfondisse nell’analisi, non ne trovò nessuno. Forse era una novità giocata di recente da qualche maestro, e di cui non era venuto a conoscenza? In fondo da molti anni Blumenfeld non seguiva gli aggiornamenti della teoria, poteva essere senz’altro. In tal caso il suo avversario avrebbe potuto prevedere ogni sua possibile replica, si sarebbe mosso in una geografia ben nota, mentre lui era in un paese straniero di cui non conosceva neppure la lingua. Più che paura, provava un senso di disorientamento, come chi si ritrova all’improvviso in una piazza sterminata, priva di punti chiari di riferimento, e non sa dove guardare.
Smise di calcolare, raddrizzò la schiena e si appoggiò al soffice schienale della poltrona, guardando la scacchiera nel suo complesso. A parte quel pedone fuori posto sull’ala di Re, tutti gli altri pezzi erano sviluppati in modo coerente ed efficace, entrambi i colori avevano coscienziosamente arroccato corto, tutto sembrava disposto per una normale battaglia posizionale. Ma c’era un pedone nero che si era lanciato in avanti con incoscienza, in direzione del re bianco, il quale però al momento era ben al sicuro, difeso da cavalli e pedoni. Sembrava un attacco senza speranza, in linea con l’aspetto grossolano e frettoloso di quel cèco. Contro quella mossa avventata, Blumenfeld avrebbe fatto valere la sua calma e la sua intelligenza. Valutò che un’avanzata così prematura avrebbe indebolito l’arrocco del Nero; inoltre ricordò una vecchia regola, che contro un attacco sull’ala prescriveva di reagire al centro. Ecco, uno dei suoi pedoni al centro sembrava chiedergli di essere spinto in avanti per partecipare alla battaglia e insidiare la cauta catena di pedoni neri sulla metà opposta della scacchiera; forse era quella la strategia giusta, impegnare l’avversario in uno scontro al centro per non consentirgli di proseguire l’attacco sul lato. Secondo le regole stabilite (e le regole vanno sempre osservate, pensava) la ritrovata armonia dei pezzi bianchi avrebbe consentito un attacco sull’arrocco nero indebolito da quella mossa sgraziata. Forse, attaccando il centro con quel pedone bianco che sembrava fremere per il desiderio di avanzare, avrebbe potuto scatenare l’impalpabile energia racchiusa nei pezzi ben coordinati, quella forza astratta di cui le figure in legno posate sulla scacchiera erano solo meschini rappresentanti.
Quando si sentì pienamente convinto da simili considerazioni, con un sospiro alzò la mano e – dopo un’ultima occhiata alla scacchiera nel suo complesso – spinse il pedone al centro, cambiando radicalmente la natura della posizione. Ora due pedoni di colore opposto brillavano in due case diagonalmente adiacenti, attirando su di sé l’attenzione, pronti ad aggredirsi a vicenda; certo, il pedone nero avrebbe potuto avanzare, sfuggendo alla sfida che gli era stata posta e chiudendo, codardo, la posizione fino al futuro finale; oppure, come unica alternativa, avrebbe scelto di accettare l’audace proposta del Bianco, scatenando una serie di cambi obbligati dove sarebbe andata parzialmente in fumo l’energia compressa nella posizione, aprendo le linee e schiudendo l’orizzonte a uno scenario incredibilmente complesso. Per la prima volta, il cèco si fermò a considerare la posizione. ammiccò diverse volte con le palpebre; poi, silenziosamente, appoggiò sul pugno screpolato la sua testa massiccia e si immerse in una profonda riflessione.
Ti ho dato qualcosa a cui pensare, eh? si disse Blumenfeld con un sorriso e una punta d’orgoglio. E in effetti i minuti passavano e il suo avversario rimaneva completamente immobile, solo i suoi occhi seguivano i movimenti immaginari dei pezzi sulla scacchiera. Dopo dieci minuti di attesa, Blumenfeld si alzò in piedi per ritrovare la percezione del proprio corpo. Intorno a lui si materializzarono di nuovo gli altri giocatori, che aveva del tutto dimenticato. Ognuno di loro era completamente inconsapevole dell’ambiente circostante, ma sul volto di quasi tutti si leggeva un sentimento di paura; e non solo in quelli che si dibattevano già in posizione inferiore, ma anche in chi si trovava nel pieno della battaglia, era il semplice ed elementare terrore di fronte all’infinita complessità degli scacchi. Blumenfeld percorse un breve semicerchio e si mise in piedi dietro al suo avversario, per valutare la posizione da quel diverso punto di vista. Calcolò nuovamente da quella prospettiva tutte le mosse, relativamente forzate, che potevano seguire, e ancora una volta concluse che la posizione d’arrivo sarebbe stata molto confusa, ma con qualche evidente vantaggio posizionale per il Bianco. A quel punto si rilassò, e posò lo sguardo sulle altre scacchiere, in ognuna delle quali si manifestava un mondo diverso, una diversa narrazione. A intervalli irregolari, si percepiva il rumore secco di un orologio premuto da un giocatore, l’unica prova di persistenza di un tempo magicamente sospeso.
Proprio quando aveva dimenticato di essere lui stesso un partecipante al torneo, sentì vicino a sé lo scatto dell’orologio, e voltandosi vide il cèco che aveva giocato la sua mossa e la stava trascrivendo sul formulario. Si affrettò di nuovo alla poltrona. Il pedone che Blumenfeld aveva avanzato era scomparso, e al suo posto si trovava il pedone nero del suo avversario. Senza perdere ulteriore tempo, giocò gli scambi che aveva previsto, approdando così alla situazione che aveva valutato come favorevole per il Bianco. Ora che la vide davanti a sé esattamente come l’aveva immaginata nella sua mente, si confermò nella convinzione di avere un relativo vantaggio: i suoi alfieri erano gradevolmente accoppiati, uno accanto all’altro, in direzione dell’arrocco avversario; certo, ora che le linee si erano aperte e la natura della posizione si era completamente trasformata, occorreva dedicare particolare attenzione al controgioco del Nero, il quale disponeva di una certa pressione sull’ala di re. Il ritmo di gioco si era enormemente rallentato. Lunghi minuti separavano una mossa dall’altra. Il cèco non si era mai alzato dalla sua sedia, e anche Blumenfeld non la lasciò più. Il gioco divenne violento e squilibrato. Non più sottili manovre per acquisire minimi vantaggi, ma varianti concrete e complicate che andavano controllate più volte per evitare che una minima distrazione facesse crollare il fragilissimo castello di carte della posizione, precipitando la situazione in un senso o nell’altro; si muovevano entrambi sul filo del rasoio, coscienti che una minima imperfezione del pensiero – una mossa intermedia, uno scacco di scoperta, un inusuale spostamento della donna lungo la traversa – poteva vanificare in un attimo un’intera catena di lunghi calcoli. Blumenfeld, nella dedizione completa dell’anima e del corpo al gioco, percorreva uno scintillante labirinto di varianti, sempre diverso di mossa in mossa, dove incontrava ogni tanto il suo avversario, che necessariamente vagava lungo gli stessi sentieri. Intravedeva fragili combinazioni, di nove o dieci mosse, che culminavano in sacrifici di abbagliante splendore, e che prestavano senso a una disposizione dei pezzi la quale prima era, in apparenza, senza scopo. Avvenne come quando davanti a un problema di scacchi, dopo lunga e infruttuosa meditazione, in un attimo vediamo (uso ben strano del verbo “vedere”) la mossa corretta, e tutte le varianti, prima confuse, si allineano all’istante in una ramificata soluzione. E allora, per un attimo soltanto, Blumenfeld capì la bellezza degli scacchi: la momentanea percezione di una profondissima simmetria del gioco che va oltre le singole varianti contingenti, un’intuizione fulminea di qualcosa che sta ben al di là di ciò che possiamo semplicemente calcolare, una specie di principio di identità fondamentale che pertiene alla logica ultima e ai fondamenti del mondo. È una bellezza disumana, inanimata, funeraria, radicalmente diversa dalla bellezza dell’arte comunemente intesa; e naturalmente negli scacchi il sospetto di futilità pervade anche le costruzioni più splendide e difficili. Lo scacchista è in preda a una razionalità algoritmica, quale può essere applicata solo al mondo inanimato; da qui il carattere opprimente e mortuario degli scacchi, perché essere immersi nelle profondità del gioco non è molto diverso dall’essere morti; o perlomeno, dal voler essere morti. E ciò la dice lunga anche sulla triste bellezza degli scacchi, sul loro splendore funerario: ogni vittoria è un riconoscimento alla morte.
Dopo una riflessione ancor più lunga delle precedenti, il cèco emise una specie di grugnito e spostò un cavallo su una casa periferica, in posizione inoffensiva. Blumenfeld si rese immediatamente conto che in quel modo il re nero rimaneva indifeso in un punto essenziale: calcolò una serie di cambi forzati che sembravano portare a una situazione di parità, avviata verso un finale arido e senza prospettive per entrambi i colori. Ma ecco, in quel momento vide tutto: dopo una lunga sequenza obbligata il Bianco, anziché giocare la mossa più ovvia – quella che certamente il cèco prevedeva – avrebbe sacrificato la torre su un pedone dell’arrocco, scardinando le difese avversarie e consentendo ai suoi alfieri di attaccare il re nero, in un attacco violentissimo. Un impercettibile spostamento della donna avrebbe concluso la combinazione, creando una minaccia di matto assolutamente imparabile. Blumenfeld fu quasi sopraffatto dalla bellezza della sua combinazione: un sacrificio di torre inatteso, generato come una scarica elettrica dalle debolezze che il Nero aveva creato nel suo tentativo squilibrato di attacco, e reso potente dall’armonioso sviluppo dei pezzi bianchi in apertura. Pensò a lungo, molto a lungo: controllò più volte ogni mossa, quasi stupito per la meravigliosa coerenza che gli scacchi esibivano, dando ragione in quella tempesta finale alla superiorità della sua strategia posizionale. Fino a poche mosse prima, l’abisso delle varianti era quasi insondabile; ora, come quando una nave si avvicina al porto, l’acqua diventava sempre più bassa, ogni mossa limitava enormemente lo spazio delle possibilità future, tutto si arrotolava sempre più strettamente in un fascio di poche varianti che un essere umano poteva ben controllare. Dopo molto tempo, pervaso da un’intima e felice certezza, diede inizio ai cambi inevitabili, che il suo avversario accettò con naturalezza; infine, quando certamente il Nero si aspettava la mossa più ovvia, afferrò senza quasi pensare la torre e la sacrificò sul pedone. Premette l’orologio, si appoggiò allo schienale e alzò gli occhi su quel cèco grossolano per gustare la sorpresa, il disorientamento, la disperazione del suo avversario.
Non fu così. Senza riflettere neppure qualche secondo, con grande naturalezza, il suo avversario catturò con il re la torre bianca, con noncuranza fece scattare l’orologio e rimase a guardare la scacchiera con un’espressione impassibile sul volto. Possibile che avesse previsto una mossa così brillante? Blumenfeld non riusciva a crederlo. Squadrò la propria coppia di alfieri, e ancora incredulo proseguì nella combinazione, lungo una serie di mosse ovvie, fino alla fatale piccola mossa di donna che avrebbe costretto il Nero all’abbandono. Il suo avversario però non mostrava il minimo segno di scoraggiamento, evidentemente non aveva ancora visto la punta della variante, la mossa tranquilla di una donna che si colloca su una diagonale indifendibile puntata verso il re, sostenuta dal proprio alfiere; certo, una mossa difficile da prevedere, e anche l’unica che giustificasse la combinazione; ogni altro seguito sarebbe stato privo di senso. Ormai la situazione era precipitata velocemente verso quell’unica mossa, e in breve Blumenfeld ottenne davanti a sé la posizione esatta che il suo meraviglioso sacrificio aveva evocato, bastava spostare la donna di una casa, sulla diagonale decisiva, e allora anche il suo ottuso avversario si sarebbe reso conto della verità, e avrebbe abbandonato congratulandosi con lui. Ma in quell’istante preciso, quando già aveva alzato la mano per muovere, capì.
Vide la posizione del proprio re; immaginò la donna bianca sulla casa in cui doveva muoversi; e in preda a un orrore mai provato prima si rese conto che il cavallo nero, così scioccamente spostato dal suo avversario su una casa distante e insulsa, avrebbe ora potuto infliggere un doppio attacco, volatilizzando la donna bianca e concludendo così all’istante la partita. Si irrigidì, come chi si rende conto che sta per toccare un ferro rovente, e ritrasse la mano. I quadrati della scacchiera davanti a lui si confondevano, e una sensazione amarissima di sconforto lo travolse. Guardò altrove, per dissimulare l’inedito stato d’animo che lo possedeva; ma intorno a lui il mondo continuava esattamente come prima, le ben note colonne del Café Savoy erano sempre al loro posto, gli altri giocatori continuavano tranquillamente le loro partite. Solo per lui tutto era finito. Con ripugnanza, diede uno sguardo alla posizione; la mossa che aveva previsto era ovviamente impossibile, provò a valutare se c’era un modo per sfuggire al vantaggio materiale del Nero, enorme dopo il sacrificio. Non lo trovò. In preda allo sconforto, spostò il re sottraendolo alla minaccia del cavallo. Se solo potessi giocare due mosse consecutive! gli capitò di pensare. Tutto sarebbe salvo, la bellezza trionferebbe sulla scacchiera, tornerei a casa felice. Ma proprio mentre formulava dentro di sé quell’assurdo pensiero, il suo avversario catturò uno dei suoi alfieri, che nell’angoscia dovuta all’errore aveva lasciato indifeso. Alzò gli occhi: il corpulento boemo lo stava osservando, con uno sguardo penetrante. Blumenfeld fermò l’orologio e si arrese, tendendogli la mano.
Non si alzò in piedi, però, ma rimase seduto davanti alla scacchiera ormai inutile, mentre il suo avversario rimetteva nella posizione iniziale i propri pezzi, e anche quelli di Blumenfeld. Forse la partita sarebbe cominciata di nuovo, e quello era stato solo uno scherzo da ragazzi? No, perché il cèco adesso si era alzato in piedi e stava per andarsene. Blumenfeld si coprì gli occhi con le mani, i gomiti sul tavolo. In quel momento sentì una mano che lo toccava sulla spalla, con gentilezza e quasi con affetto. Era il suo avversario, che lo guardava ora con bonarietà e simpatia. “Pane doktore, signor dottore, non se la prenda così. In fondo è solo un gioco.”
***
Superando le maestose arcate del Savoy, Blumenfeld uscì sulla strada alberata, e con grande stupore si rese conto che era ormai sera avanzata, i lampioni erano già stati accesi e un bagliore rosso vivo illuminava il cielo, su cui si distendevano lunghi cirri rosa orlati di nero. Estrasse l’orologio dal taschino e realizzò che erano passate quasi cinque ore, un intero pomeriggio volato in un istante e che aveva lasciato in lui solo una profonda stanchezza e un’amara sensazione di totale inutilità. Non sarebbe mai stato un buon giocatore; perché insisteva, perdendo tempo prezioso? Ricordò il suo amore per la musica e per la letteratura, e fu come ritrovare il giusto terreno sotto i piedi. Scese verso la Moldava, e giunto sul lungofiume, davanti al Ponte Carlo, si sedette su una panchina, contemplando l’acqua opaca che scorreva uniforme al di là della ringhiera. Folate di vento fresco trascinavano qua e là le poche foglie cadute dai pioppi lungo la passeggiata che portava fino al Weinberg.
Rimase a lungo seduto, guardando da lontano le statue dall’aria severa che erano disposte su entrambi i lati del ponte, a intervalli regolari. La luce declinava sempre più, una striscia cremisi attraversava il cielo ormai scuro, in un lungo arco che dalla Kleinseite si protendeva verso la sagoma, ormai nerissima, del Castello. Lo spettacolo meraviglioso di Praga al tramonto gli si parava davanti, ben più grande di lui e degli altri esseri umani che, minuscoli punti in movimento, passavano in quel momento sul ponte. Quale importanza poteva avere una svista durante una partita a scacchi, aver trascurato un doppio attacco alla fine di una variante?
Blumenfeld si alzò in piedi, proprio mentre l’ultimo barlume di luce rossastra scompariva laggiù, dietro il Castello. Si sentiva in parte rincuorato, come chi decide di non considerare più le obiezioni che continuano a venirgli in mente; e così, stanco e come privo di pensieri, si avviò sulla strada scura e ben nota, per tornare verso casa.
Carlo Alberto Cavazzoni è nato a Carpi il 17 settembre del 1953. Diplomato nel 1972 in Perito Tecnico Industriale ha successivamente superato il biennio d’Ingegneria chimica. È Maestro di Scacchi ad honorem ed Istruttore della F.S.I. Autore di libri di buon successo come: “Il Castello degli Scacchi” (Ed. LE DUE TORRI 2008), “I segreti del Castello degli Scacchi” (in collaborazione con il Maestro Internazionale Roberto Messa Ed. LE DUE TORRI 2011 ), “Il piccolo Cavaliere del Re degli Scacchi” (Ed. La Fondazione di Vignola). Nel 2010 ha ricevuto il premio per il migliore istruttore del nord Italia 2009.