Scacchisti e i giorni della guerra
Igor Kovalenko (selfie)
(Riccardo Moneta)
Del gioco degli scacchi durante i conflitti avrete già letto qui in questo bell’articolo del nostro Claudio Mori: “Il gioco durante i conflitti – Se le spie sono gli scacchi“.
Aggiungo ora alcuni frammenti incontrati nei miei viaggi letterari fra cronache e ricordi, di ieri e di oggi. Mi piace anzitutto riportare le parole che usò l’articolista ignoto del numero di aprile/maggio 1917 de “L’Eco degli Scacchi”, parole che disegnano momenti particolari nella grande guerra del 1915-18 e che trasmettono il respiro lento, grigio e partecipe di quel mondo che può sembrare tanto lontano e diverso da quello dei nostri giorni.
“Da qualche tempo un certo risveglio scacchistico va notandosi nella nostra penisola, ad onta delle condizioni anormali in cui si trova tutto il Paese. Nei circoli, resi semi-vuoti dall’assenza dell’elemento giovanile, i veterani cercano tuttavia di mantenerne viva l’attività con l’organizzare gare e tornei; qualche giornale indìce partite per corrispondenza; e sappiamo della imminente pubblicazione di una raccolta di problemi d’un nostro valido compositore.
Anche al Fronte non manca una certa attività scacchistica, non solo, ma vi si compie pure una lodevole opera di propaganda per parte di alcuni appassionati militari scacchisti. Il Tenente Giuseppe Cancelliere, per esempio, ci comunica che nel suo Battaglione giocano a scacchi quasi tutti i suoi colleghi e superiori, a cominciare dal Colonnello Manfredo Pio di Savoia Principe di Carpi, distinto amatore del nobile giuoco, che favorisce validamente la lodevole disposizione dei suoi ufficiali.
Più d’un nuovo adepto di Caissa è così sorto in poco tempo, e simpatiche competizioni si organizzano, sotto il vigile sprone del Cancelliere stesso col quale ci congratuliamo vivamente per la bella opera di divulgazione”.
Cancelliere non fu il solo. Sempre sul nostro Blog possiamo trovare un lavoro di Santo Daniele Spina sullo scacchista palermitano Achille Campo (1833-1910), soldato garibaldino: “Il colonnello Achille Campo: scacchista garibaldino“.
Le Guerre hanno cambiato la vita di molti giocatori di scacchi e delle loro famiglie, a qualcuno più sfortunato l’hanno anche tolta.
Nel settembre 1939, quando partecipavano alle Olimpiadi di Buenos Aires, i giocatori polacchi furono costretti a restare in Argentina a causa dell’invasione della Polonia da parte della Germania nazista: Frydman, Najdorf, Tartakower, Makarczyk, Regedzynski e Sulik, se non ricordo male. Alcuni di loro, come Najdorf, rimasero là per sempre.
Nel 2022, a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, alcuni scacchisti russi, donne e uomini, Ian Nepomniachtchi per primo, tentarono di far sentire la loro voce in patria, inviando questo appello:
“Ci opponiamo alle azioni militari sul territorio dell’Ucraina e chiediamo un cessate il fuoco tempestivo e una soluzione pacifica del conflitto attraverso il dialogo e i negoziati diplomatici. Gli scacchi insegnano le responsabilità delle azioni; ogni passo conta e un errore può portare a un punto di non ritorno. E se si è sempre trattato di sport, ora è in gioco la vita delle persone, i diritti e le libertà fondamentali, la dignità umana, il presente e il futuro dei nostri Paesi”.
Vano fu il tentativo di Nepo e compagni, sorde rimasero le autorità a questa ed altre voci dissenzienti, la guerra continuò terribile e spietata, e continua ancora mentre sto scrivendo questo post: quel “punto di non ritorno” è stato purtroppo già oltrepassato da centinaia di migliaia di sfortunate persone e dalle loro famiglie e probabilmente da intere comunità.
Altri maestri e Grandi Maestri si trovano oggi al fronte, e non solo da oggi, a lottare con l’orologio della vita e non più con l’orologio degli scacchi. Uno di loro, ma è soltanto il più noto, è l’ucraino Igor Kovalenko, un fortissimo GM dal momento che nel 2015 aveva superato i 2700 punti Elo e che tuttora resta intorno alla sessantesima posizione mondiale. Dal 2013 al 2021 Kovalenko giocò sotto la bandiera lettone, tornò in patria proprio nel 2022 per arruolarsi come volontario nelle Forze terrestri ucraine, insieme al fratello (foto sotto il titolo: Igor Kovalenko, di Igor Kovalenko da Chess.com).
Igor Kovalenko ha ricalcato le coraggiose orme che seguì il sovietico Aleksandr Tolush, che prestava servizio durante la seconda guerra mondiale e che, dopo aver partecipato al campionato sovietico del 1944, tornò ad unirsi al fronte ai propri compagni e marciò poi con loro verso Berlino.

Altri scacchisti ucraini stanno prendendo (o hanno preso parte, non so bene) alle operazioni belliche in difesa della loro patria; fra questi i GM Alexander Moiseenko (campione d’Europa nel 2013) e Yuri Timoshenko e il MI Evgenyi Odnorozhenko. Dietro il fronte, in Ucraina altri noti giocatori offrono la loro collaborazione per attività di ogni tipo, logistiche e di supporto; fra questi il non più giovanissimo GM Mikhail Golubev, piuttosto noto come autore, e la GM e già campionessa europea Natalia Zhukova, che è di Odessa.
“Penso che la guerra non finirà mai”, ha detto poco tempo fa Igor Kovalenko. Temo che abbia ragione. Quello del GM ucraino ricalca in fondo lo stesso pensiero che apparteneva allo scrittore novecentesco spagnolo Joan Fuster, secondo cui “le guerre non finiscono mai con una pace, ma con una guerra successiva”.
Del resto i grandi maestri di scacchi sanno vedere molto lontano, più lontano di qualche sciagurato uomo politico che, in Occidente e in Italia, ha fatto di tutto nell’ultimo quarto di secolo per spianare la strada ai progetti dei dittatori e in particolare a quelli dell’attuale presidente russo. Uno scacchista che ha saputo vedere più lontano di tanti altri è Garry Kasparov, il grande campione in esilio dal 2013, del quale già nel 2015 lessi e apprezzai il volume “L’inverno sta arrivando: perché Vladimir Putin e i nemici del mondo libero debbono essere fermati”.
Purtroppo non è facile fermare la follia e gli imperatori assetati di potere e di sangue: le guerre ci sono sempre state e, come ci dicono Kovalenko e Fuster, ci saranno sempre, almeno finché l’uomo non sarà di nuovo scomparso da questa Terra. Forse addirittura le Guerre esistevano qui anche da prima dell’Uomo, forse lo attendevano al varco per farne il loro giocattolo o il loro giocatore, non so. Avevamo tanto sperato che non si sarebbero più ripetuti in Europa i lutti e le nefandezze viste nella seconda guerra mondiale. Era una illusione, ora lo sappiamo.
Ho parlato di episodi e di attori non-protagonisti della prima e seconda guerra mondiale, e di soldati e giocatori dei nostri giorni. Possiamo però andare ancora più indietro nel tempo, perché le guerre, come si diceva, hanno sempre accompagnato il gioco degli uomini. Indietro, ad esempio, fino al secolo XVIII e in America, quando incontriamo un fatto realmente accaduto e del tutto particolare.

Johann Gottlieb Rall (o Rahl o Rawle) (1726-1776) era un colonnello tedesco, militare di professione e appassionato di scacchi. Combatté ovunque in Europa, dal Reno al Volga, e poi per le truppe britanniche nella Guerra d’indipendenza americana.
La notte di Natale del 1776 George Washington si stava preparando per attaccare gli inglesi a Trenton; qualcuno del posto mandò di corsa un ragazzo con un messaggio importante da consegnare al colonnello Rall, per avvisarlo dell’assalto imminente. Rall prese il messaggio e se lo mise in tasca: era troppo occupato nel riflettere sulla partita a scacchi che stava giocando (qualcuno scrisse ‘partita di carte’). Di lì a poche ore effettivamente Washington attaccò, sorprese il nemico e vinse la sua prima grande battaglia. Il colonnello Rall venne ferito mortalmente e il giorno dopo qualcuno ebbe a ritrovare quell’ormai inutile messaggio, mai aperto, in una tasca del suo cappotto. Evidentemente Rall, o Rawle, era in quel fatidico momento impegnato e concentrato su di un’altra guerra, quella scacchistica, altrettanto seria e decisiva per le sue sorti.
Orbene, qualcuno a questo punto potrebbe interromperci e segnalare che da più parti è stato scritto che gli stessi scacchi sono un gioco di guerra. E’ vero? E fino a che punto? Eppure io, fra i magnifici Cancelliere e Kovalenko, non vedo troppi scacchisti correre al fronte, né troppi altri fuggire dal fronte: lo scacchista medio mi sembra un uomo come tutti gli altri.
Ma oltre non apro questa porta, che spalancherebbe un mare immenso, dove “il navigar” sarebbe dolce e arduo in pari tempo. E poi noi del Blog siamo soltanto raccoglitori di news e di brandelli di pensieri, nulla d’altro.
Forse commenteremo di più quel mare dopo aver letto le opere di qualcuno dei grandi protagonisti del pensiero scacchistico moderno, ad esempio quelle del filosofo scozzese e Grande Maestro Jonathan Rowson (nato nel 1977), il vincitore di Hastings 2003/4, che qualcuno in Italia ricorda per la vittoria ottenuta nel 2008 a Capo d’Orso (Sardegna) e che è un’autorità nel campo delle scienze comportamentali. Rowson è l’autore de “I sette peccati capitali degli scacchi” e “La mossa giusta – il senso degli scacchi per la vita”, tradotti in numerose lingue e pubblicati anche in Italia in questi ultimi anni. Ma per oggi è tutto.