Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Scacchi e Shoah, la partita con la vita

L’Eco degli scacchi (marzo-aprile 1916, anno X, ritaglio di p.62) (Immagine cortesemente fornita da Santo Daniele Spina)

(Claudio Mori)
Il 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria, l’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz nel 1945. La storia di milioni di persone, per la maggior parte ebrei, sterminati nei lager nazisti. Non solo. Anche nei gulag sovietici e nei campi fascisti.

Era stato brutalmente interrogato dalla Gestapo, a Budapest, Ungheria, dopo essere stato arrestato un giorno di marzo del 1944 mentre prestava il servizio militare, e stava per essere spedito al campo di sterminio di Auschwitz, quando Roman Frydman Mirsk (n.d. – Varsavia 1964) vide una scacchiera presso una finestra. A un ufficiale delle SS, poco distante, domandò:

– Scusate, giocate per caso a scacchi?
– Cosa te ne importa? Gli rispose l’ufficiale.
– Anch’io gioco, me l’ha insegnato mio fratello maggiore.
– Io sono il miglior giocatore di Colonia. Chi è tuo fratello?
– Paulin Frydman…
– Frydman? Ho giocato con lui in un torneo nel 1932.
L’ufficiale prese allora la scacchiera e gliela mise davanti.
– Tocca a te, ti giochi la vita.

Roman vinse. E vinse ogni mezzogiorno contro il comandante nazista della Gestapo. Lo racconta una sopravvissuta alla Shoah, Francine Acher. Roman Frydam Mirsk era suo nonno.

Anche sua nonna Lucja era stata arrestata nel 1943, a Varsavia. Varsavia era ridotta a macerie, qualche scheletro di muro, come fantasma, ancora in piedi, “[…] e al terzo piano, solitaria e accessibile solo agli angeli, una vasca da bagno bianca dalla quale la pioggia cancellerà il ricordo di coloro che vi si sono lavati” scrive Czeslaw Milosz in La mente prigioniera (Adelphi, 1981). Lucja venne internata per sei mesi a Revensbruck, il campo di concentramento a nord di Berlino riservato alle donne. Le due figlie, Margherita e Irene, 12 e 6 anni, erano state prudentemente nascoste già nel 1942 in un convento cattolico di Buda. Perdersi, cercarsi, ritrovarsi. Lucja Aveva 36 anni. Morirà nel 1967, tre anni dopo suo marito.

“I lager erano le nuove città della Nuova Europa. E crescevano, e si ampliavano, con strade, piazze, ospedali, mercati, crematori, stadi” (Vasilij Grossman, Vita e destino).

Paul Hey, 1867-1952, Giocatori di scacchi

Il fratello di Roman era Paulin Frydman (Varsavia 1905 – Buenos Aires 1982), un maestro di scacchi molto noto. Per quattro volte aveva vinto il campionato di Varsavia, 1931, 1932, 1933 e 1936. Si era imbarcato ad Anversa, Belgio, il 29 luglio 1939 sul mercantile Piriàpolis, in terza classe, con la sua squadra polacca e quelle delle altre nazionali europee partecipanti alle Olimpiadi di scacchi che sarebbero iniziate il 24 agosto a Buenos Aires, tre giorni dopo lo sbarco. Frydman sul giornale di bordo compare come impiegato di Varsavia, ebreo, mentre furono registrati come giocatori di scacchi Eric Eliskases, tedesco di InnsbrucK, cattolico, Ludwig Engels di Düsseldorf, cattolico, Movsa Feigins, lettone di Griva, ebreo, Jan Foltys, cecoslovacco di Svinov, cattolico, Aristide Gromer, francese di Dunquerque, dissidente, Paul Michel, tedesco di Alzenau, cattolico. Miguel Najdorf nella lista è un uomo d’affari, ebreo di Varsavia, e Paul Keres un diplomatico estone di Narva, protestante.

I passeggeri trascorsero il tempo giocando partite blitz, in cui si distinse soprattutto Miguel Najdorf il quale, in seguito, ricordò: “A dispetto dell’imminenza della guerra su quella nave eravamo giovani e anziani, uomini e donne che parlavano lingue diverse, per i quali non esistevano distinzioni religiose o politiche. Tutto ciò che importava era ciò che accadeva sulla scacchiera. Nessuno poteva interferire, né Hitler, né Stalin, né Mussolini”. Altri preferirono darsi al bridge per non mostrare agli avversari la loro preparazione. Mentre Eliskases cercò tutto il tempo di scroccare e di farsi prestare degli abiti visto che il suo bagaglio, spedito da Vienna, non era mai giunto ad Anversa.

1920 ca – Ragazzi ebrei giocano a scacchi

Curiosa coincidenza, anche allo scoppio della Prima guerra mondiale si stava svolgendo in Germania, a Mannheim, un torneo internazionale di scacchi che fu cancellato il primo agosto 1914, con la dichiarazione di guerra tedesca alla Russia, e i giocatori dei paesi avversari furono arrestati e internati. Undici giocatori della squadra russa transitarono per le prigioni di Ludwigshafen e di Rastatt prima di finire nel campo di concentramento di Triberg, nella Foresta Nera. Il ventiduenne Alexander Alekhine, grazie all’intervento della sua influente famiglia, venne rilasciato il 14 settembre e andò ad arruolarsi nell’Armata rossa. Saburov e Bogatirchuk tornarono in libertà alla fine del mese, Romanovskii nel 1915, Efim Bogoliubov e gli altri dovettero attendere il 1917.

Frydman, come altri ventuno partecipanti alle Olimpiadi, a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale il primo settembre 1939, non fece mai più ritorno in quell’Europa dove nazismo, stalinismo e fascismo avevano fatto dell’antisemitismo e della propaganda scacchistica un punto di forza, di supremazia dell’intelligenza. Cosa del resto non nuova perché nei periodi di guerra, anche in quella del 1914 -1918, la propaganda scacchistica e l’estrema destra trovarono forti punti di contatto, come ha messo in evidenza lo storico Robin-Gaël Vinsot in uno studio sull’ambiente dei giocatori di scacchi in Francia nel periodo 1910–1924.

L’Eco degli scacchi (marzo-aprile 1916, anno X, ritaglio di p.62)
(Immagine cortesemente fornita da Santo Daniele Spina)

Ecco cosa scrisse A. Geoffroy-Dausay, pseudonimo dello scacchista Alphonse Goetz, su L’Eco degli scacchi (marzo-aprile 1916, anno X, pp. 61-62) preoccupato della supremazia ebrea nel gioco: “Scappate da loro, cacciateli, non nascondete il vostro disprezzo per loro. Ogni volta che entro nel Café de la Régence, mi viene voglia di impugnare la verga della vendetta e scacciare questi indesiderabili dal tempio. Almeno i mercanti avevano una scusa. Loro no. Sono i prodotti dell’oscurità della notte. Sono i gufi degli scacchi, i gufi di Morphy. Bisogna disperderli con la luce, proiettando fasci, torrenti di luce nelle loro tane. E solo la stampa può diffondere questa luce”. Un pericoloso imbecille che incita all’odio.

Roman Frydman Mirsk, a differenza del fratello Paulin, dovette giocarsi la vita giocando a scacchi contro un comandante SS ogni mezzogiorno, una campana di morte. Perché quel gioco brillantemente inutile, quel pensiero in perdita come gli scacchi diventa insostenibile per chiunque voglia avere un controllo totale sulla vita e sulla morte della gente. A meno di non piegarlo ai propri fini, di farne uno strumento di una strategia politica, della propria supremazia intellettuale, del sadismo connaturato a ogni regime totalitarista che pretende una società governata da un ordine assoluto, da leggi ferree come su una scacchiera. Un mondo attanagliato dalla follia dove la violenza è gratuita, fine a sé stessa. La filosofa ebrea Hanah Arendt ha parlato di “male radicale” e allo stesso tempo “banale” perché i tanti Eichmann dell’impero nazista erano il frutto dell’obbedienza cieca all’autorità e dell’assoluta mancanza di coscienza critica.

“Tocca a te, ti giochi la vita”.

Da brivido. Quel tocco di mezzogiorno può essere un’assicurazione sulla vita o una campana a morto. Roman è perennemente sotto scacco matto. Non ha scelta, perché è nelle mani dell’arbitrarietà di un potere totalitario che riduce ogni individuo a semplice pedone, disumanizzato. Uno scambio feroce di mosse e contromosse sulla scacchiera tra il carnefice e la vittima, danza selvaggia nel tentativo di assoggettare da una parte e di sfuggire all’assimilazione dall’altra. Roman riuscì a resistere a quella tortura psicologica proprio grazie agli scacchi. Una piccola vittoria dopo l’altra, un mezzogiorno dopo l’altro, gli consentì di rimanere sé stesso tra inimmaginabili sofferenze fino all’uscita da quell’universo di morte.

Nell’abisso nel quale visse Roman, come quello di tutti coloro che il nazismo cercò di cancellare, dei morti che non vogliono morire per un passato che non deve passare, si sono immersi gli scrittori cercando di vivisezionare attraverso il racconto di partite a scacchi, con tutte le varianti possibili, l’animo umano, i misteri dell’inconscio.
“Avrai tra le mani la vita degli altri individui”.
Qui non solo è messa in gioco la tua vita, come nel caso di Roman, ma sei anche l’arbitro del destino degli altri. Una discesa agli inferi, uno sdoppiamento tragico che il francese Patrick Séry ha descritto nel romanzo Le Maître et le scorpion (Parigi, Flammarion, 1991).

Partita a scacchi, fotografia Vienna, Angerer, 1910 ca

Il comandante del campo di concentramento Hemmrich costringe il campione di scacchi ebreo David Morgenstein, matricola 120344, a giocare con lui a scacchi ogni giorno. In quei momenti per Morgenstein non c’è che la scacchiera “la sua meccanica divina, la sua teoria impalpabile, la sua matematica del segreto”. Un mondo, dice, fuori da quale avrei perso il respiro, “uno spazio di magica sovranità opposto, grazie alla forza dello spirito, al miraggio della realtà”. Ma è anche il legame velenoso di una complicità imposta dal comandante SS al suo schiavo.

Il comandante, troppo inferiore nel gioco a Morgenstein, gli organizza un torneo con i più forti scacchisti di altri campi. Ancora la vittoria o la perdita che determinano la vita o la morte. L’ultima sfida del campionato dei lager è con un detenuto di Auschwitz, sulla cinquantina, così magro da non fare nemmeno ombra, un giocatore formidabile i cui colpi hanno “la precisione dello stiletto”, “il rigore della punta secca”. Dopo due ore di gioco, perfetta uguaglianza. Patta? Ai nazisti non sta bene, reclamano una vittima. La partita deve continuare alla cieca. Una piccola imprecisione dell’avversario e Morgenstein non può respingere la magnifica combinazione che riesce a individuare e “la deliziosa sensazione di una vittoria a portata di voce”.

– Cavallo e4 in g5… matto in cinque mosse.
– Abbandono.

Poi, con una tenerezza disperata, quasi con un soffio, l’avversario gli dice: “Hai vinto. Mi chiamo Salomon Arowitz. Vivi come noi ne abbiamo diritto. Vivi e racconta”. Apre la porta del blocco, corre nella neve verso il filo spinato sotto il fuoco delle mitraglie. Arowitz ha preferito suicidarsi.

Hemmrich eseguiva l’orrore, il nuovo comandante del campo, Diemler, lo mette in scena. Morgenstein è costretto a giocare con un tenente SS una partita a scacchi viventi. I pezzi sono i detenuti travestiti come maschere carnevalesche. “Libero di risparmiare quelli del tuo campo o del campo avverso, ma non dimenticare che anche la tua vita è messa in discussione. Farai bene a vincerla la partita” spiega un kapò a Morgenstein. Le forche per i pezzi umani sacrificati sono pronte a fianco della grande scacchiera in legno. “Avrai tra le mani le vite degli altri individui”, aggiunge Diemler. Ecco sprigionato tutto il potenziale sadico. E ancora una volta Morgenstein gioca, sacrifica vite per forza di cose, trova la combinazione vincente per salvare la propria pelle preso solo dal proprio gioco, “dall’incontenibile incanto dei pezzi”, come avessero in sé una forza autonoma superiore alla volontà di chi li muove, alla vita reale.

La liberazione dal lager è solo l’agonia della coscienza che porta Morgenstein a gettarsi da una rupe con incollata al petto una scacchiera.


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Claudio Mori, giornalista

 

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8 pensieri su “Scacchi e Shoah, la partita con la vita

  1. complimenti, articolo affascinante, bisognerebbe mettere un tag “shoa” su questi articoli per poter recuperare facilmente e leggere gli altri simili… ce ne sono altri?

    1. Grazie Danilo. In fondo all’articolo ci sono i riferimenti ad altri due miei articoli su scacchi e Shoah che, comunque, qui riporto:
      Scacchi dell’Olocausto, blog Unoscacchista 23 gennaio 2024
      Scacchi ariani ed ebraici, blog Unoscacchista 27 gennaio 2025
      Buon proseguimento.
      Claudio

    1. Roman era davvero il fratello di Paulin Frydman, maestro di scacchi per quattro volte vincitore del campionato di Varsavia, 1931, 1932, 1933 e 1936. Mentre Morgestein è un personaggio del romanzo “Le Maître et le scorpion” di Patrick Séry.

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