Scacchi ariani ed ebraici
(Claudio Mori)
Il 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria, l’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz nel 1945. La storia di milioni di persone, per la maggior parte ebrei, sterminati nei lager nazisti. Non solo. Anche nei gulag sovietici e nei campi fascisti.
La radura della morte, un’immensa fossa comune nel villaggio di Palmiry, alle porte di Varsavia. Tra il 20 e il 21 giugno 1940 polacchi, molti ebrei, 358 ne hanno contati, furono massacrati dai nazisti. Tra loro c’era forse anche il campione di scacchi Dawid Przepiòrka, o forse era stato ucciso prima, ad aprile, o a gennaio, che importa? Fu una delle 1700 persone giustiziate a partire dal dicembre 1939. Era stato arrestato in un caffè di Varsavia mentre stava giocando con altri scacchisti. Qualche cronaca dice che era a casa sua, con amici, e che anche la sua prestigiosa biblioteca venne distrutta. Che importa? Un’intera generazione di scacchisti dell’Europa orientale andava cancellandosi, come un campo di rovine, giorno dopo giorno, anno dopo anno, nei ghetti, nelle prigioni, nei campi di sterminio e di concentramento. Pedine sacrificate su una scacchiera infernale.

Per i nazisti ogni attività, per quanto disinteressata, doveva inserirsi in una strategia politica. Gli scacchi non fecero eccezione. Era stato così pure in Russia, già dal torneo internazionale di Mosca del 1925, quando dodici dei venti partecipanti vennero esaminati da tre psicologi dell’Istituto di Mosca, Diakov, Petrovsky e Rudik, allo scopo di determinare il valore educativo del gioco. Quasi un’autopsia dell’anima. Le conclusioni furono che gli scacchi facilitavano lo sviluppo delle capacità intellettuali e di autodisciplina e che dunque dovevano essere incoraggiati a qualunque livello in quanto gioco popolare. E dimostrare la superiorità del sistema politico e della cultura russi.
Richard Réti (1889 – 1929), con la sua raffinata analisi, aveva distinto due tipi di giocatori, quelli “geniali” come Emanuel Lasker, e quello “scientifici” come Raùl Capablanca. Nella Germania nazista le organizzazioni scacchistiche, che erano state raggruppate fin dall’aprile 1933 nella GSB, Großdeutscher Schachbund, Federazione scacchistica della Grande Germania, presieduta dall’onnipresente Goebbels, fecero ben altra distinzione rispetto a quella di Réti: con un colpo di spugna venne cancellata ogni traccia di ebraicità dal mondo degli scacchi.
Fuori tutti i dirigenti dalla GSB, il presidente Walter Robinow in testa, e fuori da tutti i club i giocatori ebrei.
Via i loro nomi dai manuali.
Via i nomi di aperture e varianti che li evocassero.
Come se si potesse cancellare la storia di generazioni di campioni.
Anche Emanuel Lasker, campione del mondo dal 1894 al 1921, dovette lasciare il circolo più antico di Berlino, il Berliner Schachgesellschaft, e la Germania. Con la moglie Martha soggiornò dal 1935 al 1937 in Unione Sovietica per poi approdare negli Stati Uniti dove morì a New York il 10 gennaio 1941.
L’Italia fascista, seguendo pedissequamente l’esempio tedesco, con le leggi razziali del 1938 escluse gli scacchisti ebrei dai tornei.

Il comunicato ufficiale dell’Associazione Scacchistica Italiana (ASI) del 4 dicembre 1938-XVII specificò che il licenzino dell’ASI non sarebbe stato rilasciato a persone di razza ebraica o di nazionalità straniera, eccetto i sudditi germanici con tessera dell’O.N.D. (Opera Nazionale Dopolavoro, NdR.)
A inizio settembre 1939 i tedeschi invasero la Polonia dando inizio alla seconda guerra mondiale.
Scamparono miracolosamente alla Shoah, perché impegnati dal 24 agosto al 19 settembre alle Olimpiadi di Buenos Aires, in Argentina, tutti i giocatori tedeschi, i polacchi Paulin Frydman, Henryk Friedman, Ksaweri Tartakover, Mieczyslaw Najdorf, Kazimierz Makarczyk. In quell’occasione il campione del mondo per la seconda volta dal 1937 Alexander Alekhine, che guidava la compagine francese, rifiutò di giocare contro la squadra tedesca ma tornò, inspiegabilmente, nel caos europeo per combattere con i francesi fino al 1940.

A Lasker vennero risparmiate le parole sul gioco degli scacchi che solo due mesi dopo la sua morte furono scritte dallo stesso Alekhine in una serie di articoli antisemiti, pubblicati nel marzo 1941 dal Parizer Zeitung, in cui cercava di tracciare un confine netto tra scacchi “ariani” e scacchi “ebrei”(Arisches und jüdisches Schach): “Osiamo sperare che dopo la morte di Lasker, il secondo e probabilmente ultimo campione del mondo ebreo, gli scacchi ariani, traviati dal pensiero difensivo ebraico, possano trovare il loro posto nel mondo degli scacchi. È mio dovere non essere troppo ottimista, perché Lasker ha creato una scuola e ha lasciato discepoli che potrebbero essere molto dannosi per le idee del mondo degli scacchi”.
Alekhine, l’uomo che aveva rifiutato di giocare contro i tedeschi, con una perversione inquietante ora teorizzava una contrapposizione tra un’idea di gioco difensivo di natura anglo-ebraica e una aggressiva di stampo tedesco-europea. Sosteneva che per il giocatore “ariano”, il piacere estetico che dà ai suoi simili attraverso l’arte degli scacchi è al centro e al primo posto, mentre per lo “scacchista professionista di tipo ebraico orientale “, guadagnarsi da vivere è la prima priorità, e l’arte degli scacchi è solo in secondo piano. Una delirante ideologia razzista.
Sette mesi dopo la pubblicazione di quegli articoli Alekhine si trovò a collaborare con Hans Frank, uno dei più feroci carnefici del nazismo, governatore generale a Cracovia delle terre polacche occupate, il macellaio che provocò la morte di tre milioni di ebrei su una popolazione di tre milioni e mezzo. Il lager di Auschwitz dista solo 53 chilometri.

Frank era affascinato dagli scacchi. Nulla di strano perciò che fosse un fervente ammiratore di Alekhine oltre che di un altro russo riparato in Germania dall’Unione Sovietica nel 1926, Efim Bogoljubov (1889-1952). Frank promosse dal 1940 al 1944 il Campionato di scacchi del Governatorato generale (Schachmeisterschaft des Generalgouvernements). Proprio Bogoljubov, la cui sola menzione del nome era stata proibita in Russia, esattamente come i nomi degli scacchisti ebrei in Germania, si aggiudicò nel 1944 il campionato e si aggregò a una gita sociale organizzata per i partecipanti al torneo attraverso una Varsavia di vento putrido e di macerie, attraverso un ghetto dissanguato, dove gli ebrei eliminati saranno alla fine centomila. Che spasso.
Kārlis Ozols, lettone, invece aveva vinto il campionato di Riga del 1944 e, anni dopo, quando ormai era scappato in Australia, venne riconosciuto come membro dell’Arajs kommando delle SS e responsabile dell’omicidio di migliaia ebrei nei ghetti di Minsk e Slutzk.
Giustificazioni postume di Alekhine o di altri non hanno retto di fronte all’evidenza dei fatti, alle prove della sua collaborazione con il regime nazista come illustrato con puntualità anche in un articolo di Riccardo Moneta (Alekhine: nazista per convinzione, per ignoranza o per amore di Grace?, Unoscacchista, 14 maggio 2022).
Lo storico Christian Rohrer, inoltre, ha trovato inaspettatamente sepolto tra carte inesplorate per decenni dell’archivio dell’Istituto per il lavoro tedesco nell’Est (IDO), struttura para-universitaria con sede a Cracovia istituita nel 1940, il nome di Alekhine a libro paga come Consigliere per gli affari Orientali: 2050,88 zloty al mese, pari a mille Reichsmark. È così che si spegne una gloria, è così che il sole precipita dietro l’orizzonte.
Una figura talmente ingombrante, quella del campione mondiale, che finì per cancellare le storie di tanti giocatori di scacchi ebrei vittime dell’Olocausto. Un paradosso crudele, se si considera che gli ebrei hanno contribuito in modo fondamentale alla storia degli scacchi. Da sempre, dal medioevo quando “divertimenti casalinghi come gli scacchi e altri giuochi da tavolo erano permessi nel settimo giorno […] esso era un passatempo molto noto agli ebrei del dodicesimo secolo. Sembra che penetrasse prima nei circoli ebraici come giuoco femminile; e certo molti dei passatempi famigliari degli ebrei del medio evo iniziarono la loro carriera sotto il patronato del bel sesso […] Gli scacchi usati nel sabato erano fatti d’argento, uso che divenne una abitudine stereotipata nel XVI secolo […]” (Israel Abrahams, Giuochi e divertimenti nel ghetto, La Rassegna Mensile di Israel, seconda serie, vol. 9, n. 8/9 (Dicembre 1934 – Gennaio 1935, pp. 460-476).
Una leggenda racconta che il papa ebreo Andrea, buon giocatore di scacchi, sfidò il rabbino Simeone (ca 950 – ca 1020) di Magonza, considerato il primo giocatore del suo tempo. Il papa vinse, ma il rabbino lo riconobbe come suo figlio Elhanan grazie a una mossa particolarmente forte che gli aveva insegnato quando era bambino.

Impossibile non evocare i nomi di ebrei che fecero la storia degli scacchi come Reshevsky, Tarrasch, Zukertort, Hoffer, Mieses, Nimzowitsch. E il primo campione del mondo fu ebreo, il boemo-austriaco Wilhelm Steinitz, dal 1886 al 1894, finché non ne arrivò un altro, ebreo, Lasker. In un dipinto di Moritz Daniel Oppenheim, il tedesco capofila dell’illuminismo ebraico Moses Mendelssohn (1729 – 1786), e un teologo svizzero, Johann Kaspar Lavater, dialogano sulle loro differenti visioni religiose davanti a una scacchiera. Quell’età della ragione e del dialogo finirono nel passo dell’oca.
Come furono gli ultimi istanti delle vite degli amici spazzati via dalla furia nazista e dimenticati? Ebrei e non? Dove? Najdorf poté ricordare e raccontare: “Nessuno dei miei familiari è sopravvissuto alla guerra: moglie, figlia, quattro fratelli, mio padre…”.
Del maestro di scacchi Emil Zinner (1900 – 1942) si sa che fu assassinato nella fucilazione di massa denominata Aktion Ernrefest, Festa della mietitura, a Majdanek, nei pressi di Lublino, in Polonia. In una delle pagine de L’idiota di Fedor Dostoevskij un uomo che sta per essere fucilato pensa che “a chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante di poter non morire, del poter fare tornare indietro la vita, di trasformare ogni minuto in un secolo intero”.
Chi erano gli altri scacchisti, compagni di sventura di Przepiòrka, inghiottiti dal vortice della prigione di Pawiak? Nomi cancellati dai registri, vite spezzate e dimenticate, come segni di gesso bianco cancellati su una lavagna nera.
Sono i poeti, sono romanzieri che raccolgono le voci dei morti migliaia di volte. Che attraverso esecuzioni immaginarie danno loro un nome e non rendono vano il loro sacrificio. Che strappano dall’oblio destini ineluttabili e li fanno rivivere tramandando la memoria di una ingiustizia inaudita. Nel racconto breve Il miracolo segreto (1944) Jorge Luis Borges narra:
“La notte del 14 marzo 1939, in un appartamento della Zeltnergasse di Praga, Jaromir Hladik, autore dell’inconclusa tragedia I nemici, di una Vendicazione dell’eternità e di un esame delle indirette fonti ebraiche di Jacob Boehme, sognò una lunga partita a scacchi.
Non la disputavano due persone ma due famiglie illustri; la partita era cominciata molti secoli prima; nessuno ricordava quale fosse la posta, ma si mormorava che fosse enorme e forse infinita; i pezzi e la scacchiera stavano in una torre segreta. Jaromir (nel sogno) era il primogenito di una delle famiglie ostili; agli orologi suonava l’ora d’una mossa che non poteva essere ritardata; il sognatore correva per le sabbie d’un deserto piovoso e non riusciva a ricordare le figure né le leggi del gioco degli scacchi.
Qui si svegliò.
Cessò il fracasso della pioggia e dei terribili orologi. Un rumore ritmico e unanime, intramezzato da qualche voce di comando, saliva dalla Zeltnergasse.
Era l’alba, le blindate avanguardie del Terzo Reich, entravano a Praga.
Il 19, le autorità ricevettero una denuncia; lo stesso 19, di sera, Jaromir Hladik fu arrestato […]”.
Jaromir venne fucilato il 29 marzo, nella luce di piombo delle nove e due minuti del mattino.

Claudio Mori, giornalista
Questo articolo di Claudio Mori è bellissimo. Non so quanti articoli siano stati scritti sugli scacchisti ebrei, di certo credo che per tutti gli studiosi di scacchi, questo testo per profondità e ricerca storica resterà una pietra miliare della triste pagina dell’olocausto.