Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Scacchi e donne a Leningrado

(Foto di B. Kudoyarov, Archivi RIAN)

(Claudio Mori)

Dal 1977 la data dell’8 marzo è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come giornata dei diritti femminili.

La Sezione Scacchi era stata immediatamente ricreata e fornita di una brigata di insegnanti. Boris Veinstein, del Comitato per la sicurezza dello stato, organo di polizia segreta dell’Unione Sovietica (NKVD), era stato chiaro: “Dobbiamo organizzare simultanee e letture, discussioni sugli scacchi di particolare interesse per i soldati e gli ufficiali feriti”. E Rozalia Zemlyachka, a capo del Consiglio dei commissari del popolo, aveva immediatamente eseguito l’ordine. Gli scacchi dovevano essere di aiuto negli ospedali. Secondo il grande giocatore ucraino Mark Taimanov la propaganda sovietica si basava su tre pilastri, “gli scacchi, il circo e il balletto. In tutti e tre gli ambiti l’Unione Sovietica poteva mostrare al mondo di essere molto più avanti dell’Occidente”.

Domenica. Taisiya era corsa ad avvertire il marito Alexander Ilyn-Genevsky, l’uomo cui l’Unione Sovietica doveva la febbre degli scacchi. Un sussurro disperato: “Alla radio hanno annunciato che la Germania ha attaccato l’Unione sovietica”. Operazione Barbarossa, 22 giugno 1941. Era domenica mattina e a Rostov sul Don il nono round del 13° Campionato sovietico andò a gambe all’aria insieme a molte vite dei giocatori che corsero ad arruolarsi. E a quelle di quei patrioti, uomini e donne, che solo sette anni prima erano entusiasti pionieri. Nel gennaio 1934, durante le vacanze scolastiche, si era svolto il primo campionato giovanile. Più di centomila ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 14 anni vi avevano partecipato senza distinzioni di genere. A guidare la squadra di Smolensk , la città dai sette colli, lungo le rive del Dniepr, al confine con la Bielorussia, c’era una ragazza di 13 anni, Lina Sokhor. Le finali si tennero nella Sala Bolshoi del Conservatorio di Mosca. Vinse la squadra di Leningrado.

Domenica. Elizaveta Ivanovna Bykowa (1913 – 1989) aveva 28 anni e guardava all’angolo di una strada di Leningrado, la testa all’insù, la bocca dell’altoparlante: “È Molotov che parla. Alle 4 di stamane…”. L’assedio della città iniziò l’8 settembre. La Neva portava con sé un’aria fresca e odore di pesce. Le cannonate e le bombe mandarono in frantumi Leningrado per 871 giorni. Si diffusero il fetore dei cadaveri, le urla di dolore dei feriti nei reparti degli ospedali.

Anche Elizaveta, serrando le labbra come tutte le donne, riorganizzò la propria vita, uno scudo a difesa della città, un sostegno ai feriti. Era una scacchista. Le aveva insegnato a giocare suo fratello maggiore e a 14 anni aveva vinto il torneo scolastico. Non aveva più partecipato a tornei per laurearsi presso l’Istituto per la pianificazione economica, fino alle semifinali del Campionato sovietico femminile del 1935, dove risultò ultima in classifica. Ma era caparbia come un mulo, veniva da una famiglia contadina, e lo dimostrerà prendendosi il Campionato femminile di Mosca nel 1938. A interporsi alla conquista del campionato mondiale, nel 1953, ci fu la guerra.

Elizaveta Bykova

A Leningrado Elizaveta lavorava nell’industria della stampa, ma riuscì comunque a mettere in piedi una efficiente squadra che si occupava delle attività ricreative per i militari feriti. Anche l’ozio era una sofferenza. Sotto la sua guida negli ospedali di guerra si tennero corsi di scacchi, mostre, conferenze, letture come Scacchi (Shakhmati), il poema di Alexander Bezymensky, o come il capitolo del romanzo satirico Le dodici sedie, di Ilya Ilf e Eugenij Petrov, in cui i protagonisti raggirano il circolo di scacchi di un villaggio con la promessa di un torneo internazionale. E poi moltissime partite simultanee. Elizaveta stessa ne fece 340 coinvolgendo quasi 7 mila soldati.

Mantenere una parvenza di normalità era un imperativo, l’orgoglioso rifiuto di pensare a una sconfitta. Già il 20 novembre, sotto i bombardamenti, era iniziato a Leningrado un campionato. Si svolse negli ospedali, la sera, otto partecipanti in tutto ma non ebbero la forza fisica, debilitati com’erano, di arrivarci in fondo. I giornali riportavano: “Prima del quinto turno Novotelnov è in vantaggio… Oggi il prossimo turno si terrà all’Ospedale Nevskij”. Dopo ogni turno uno dei partecipanti doveva tenere una sessione di gioco simultaneo con i militari dell’Armata Rossa. Poi, il 22 dicembre, il torneo venne sospeso.
Solo a Mosca oltre 30mila soldati ricoverati ricevettero una graduatoria scacchistica (una sorta di elo, ndr.) attraverso la qualificazione a tornei.

Nel 1941 le donne di Leningrado costituivano il novanta per cento della manodopera nelle officine meccaniche, fino a quando continuarono a funzionare. Fazzoletti legati attorno alla testa, eseguivano lavori ai quali non avevano finora avuto accesso, 66 ore la settimana. Costruivano barricate, scavavano trincee anticarro, estraevano la torba. E poi la casa, i figli , i vecchi, “I piccoli lavori che schiaffeggiano, strangolano, sgonfiano e degradano, le catene della cucina…” aveva scritto Lenin agli inizi della Rivoluzione per affermare l’uguaglianza tra uomini e donne. Ormai solo parole che le imponenti nubi nere di Stalin avevano lavato. Sopraffazione e umiliazione erano quotidianità per un milione di donne che parteciparono alla Grande guerra patriottica anche nell’esercito, nella marina, nell’aviazione, nelle formazioni partigiane. Le lunghe trecce, come spighe di frumento, tagliate. Il dipartimento del Comitato centrale del Partito comunista bolscevico che si occupava della questione femminile era durato dieci anni, dal 1920 al 1930. Una rivoluzione che non riuscì a farsi felicità. Quasi una fiaba, “gioia breve e violenta”, come scrisse il poeta Sergej Esenin. I manifesti di propaganda appesi ai muri traballanti della città erano l’affermazione della loro forza d’animo.

Sopra il tetto della Casa degli Artisti, in una postazione di artiglieria antiaerea, il 15 luglio un uomo iniziava a scrivere note musicali sul pentagramma di un cielo notturno sfidato da un’ostinata chiara luce solare che faceva brillare anche l’asfalto. La Sinfonia di Leningrado, la numero 7, un’avvolgente vertigine, un bolero di guerra tra l’urlo delle sirene, gli squarci delle bombe. Dimitri Sostakovich nascondeva le partiture dentro la bambola della figlia Galina. “La sinfonia per uccidere Hitler”, come la definì il musicista Nikolas Slonimsky, fu terminata il 27 dicembre, il gelo aggrappato ai vetri degli edifici, come alle lacrime dei leningradesi. Il concerto venne eseguito tre mesi dopo nel villaggio siberiano di Kujbysev, dove Sostakovich era stato trasferito insieme ad altri artisti.

Evacuare i bambini. Una parola. Ma bisognava farlo a qualunque costo, con qualunque mezzo, carri, slitte, chiatte attraverso il lago Làdoga. Lidija Ginzburg (Leningrado, Memorie di un assedio) scrive: “I bambini erano i primi a partire. Li portavano via in treno, stipati come sardine, con piccoli fagotti e facce pallide. Molti non avevano mai visto un treno prima, e il rumore e il movimento li spaventavano. Alcuni piangevano, chiamando le loro madri, altri erano troppo deboli per parlare. I vagoni erano freddi e sporchi, e il cibo scarseggiava. Ma anche in quelle condizioni, i bambini cercavano di giocare, di cantare, di trovare un po’ di conforto l’uno nell’altro. I più grandi si prendevano cura dei più piccoli, condividendo le loro scarse provviste e raccontando storie per distrarli dalla paura e dalla fame. Quando il treno si fermava, i bambini guardavano fuori dalle finestre, sperando di vedere i loro genitori, ma spesso vedevano solo paesaggi desolati e rovine. Arrivati a destinazione, erano accolti da estranei, che cercavano di dar loro un po’ di calore e di speranza. Ma per molti, il viaggio era stato troppo duro, e non ce l’avevano fatta”.

Lyudmila Rudenko e Katya Bishard, 24 marzo 1950

Tra l’ululato delle sirene d’allarme aereo, tra i morti abbandonati per strada, viveva anche Lyudmila Rudenko (1904 – 1986). Si era trasferita da Odessa a Mosca e poi a Leningrado dove aveva sposato uno scienziato famoso, Lev Davidovich Goldstein, fondatore del dipartimento di cibernetica dell’accademia militare intitolata a Mozhaisky. Nel 1931 le era nato Vladimir. Lyudmila cresceva il figlio, lavorava in una tipografia, e giocava a scacchi. Aveva partecipato per la prima volta a un torneo organizzato dal giornale Komsomolskaya Pravda nel 1925.

“Scoppiò la guerra e lei (Rudenko, ndr) entrò nella fabbrica di armamenti, che fu evacuata a Ufa. Tuttavia i figli di molti operai della fabbrica rimasero a Leningrado. Il direttore diede a Ludmila Vladimirovna un mandato di passaggio in modo che potesse evacuare i bambini. Non riusciva a spiegarsi come ci fosse riuscita, aveva formato un treno speciale con sforzi sovrumani ed era riuscita a evacuare i bambini prima che l’anello del blocco si stringesse attorno alla città, per poi crollare per esaurimento nervoso.

Ekaterina Bishard (1939-)

La sua impresa è stata descritta in dettaglio nel libro Donne comuniste nella Grande Guerra Patriottica (AA. VV. В тылу и на фронте: Женщины-коммунистки в годы Великой Отечественной войны, Imprunta Mosca: Politzdat, 1984. Ndr) Ludmila Vladimirovna considerava il salvataggio dei bambini l’atto più importante della sua vita” racconta di lei Ekaterina Bishard (1939-) che l’aveva incontrata e battuta a scacchi quando aveva 11 anni, tra gli sguardi ancora acerbi dei compagni e delle compagne, in una simultanea il 24 marzo 1950 presso il Palazzo dei Pionieri non distante dalla prospettiva Newsky. Lyudmila era appena diventata la seconda campionessa mondiale dopo Vera Menchik, uccisa da una bomba tedesca sulla sua casa a Clapham, nei pressi di Londra. Lyudmila cederà il titolo a Elizaveta Bykova nel 1953.

Le poetesse Ol’ga Bergol’c (1910 – 1975) e Anna Achmàtova (1889 – 1996) parlavano alla radio, voci nella catastrofe per sentirsi ancora vivi. “Ascolta patria, parla Leningrado, parla la città di Lenin…” era l’annuncio iniziale delle trasmissioni. Gli altoparlanti per le strade, sui tetti, diffondevano bollettini, musica, poesie, racconti accompagnati dal cadenzato, ininterrotto, toc toc di un metronomo, il cuore di Leningrado che continua a battere, a resistere.

Sorelle mie, compagni, amici e fratelli
tutti siamo stati battezzati dall’assedio!
Insieme siamo Leningrado
e il mondo intero di Leningrado è fiero!

(Ol’ga Bergol’c, dal poema Il diario di febbraio)

Un giorno Achmàtova fu sorpresa all’aperto da un attacco aereo. Raggiunse un riparo di fortuna dove si trovavano già alcuni bambini e ragazzi. Di uno di essi, morto fra le sue braccia, scriverà:

Bussa alla mia porta col piccolo pugno e ti aprirò….
Non ti ho udito piangere.
Portami un ramoscello di acero
O semplicemente una manciata d’erba,
Come hai fatto la scorsa primavera.
E portami una manata di fredda, pura acqua della Neva
E io laverò le tracce di sangue
Dalla tua piccola testa dorata….
(Introduzione, dalla raccolta Requiem)

Durante l’assedio di Leningrado, 1942

Il convoglio che Lyudmila riuscì a formare per portare fuori città i bambini e le loro madri era composto da 12 carrozze. Il viaggio verso la Baschiria, negli Urali, durò 19 giorni, accompagnato da incessanti bombardamenti. Il cibo scarseggiava e l’intera scorta di medicinali consisteva in poche compresse di aspirina.

Quella notte Lyudmila sedette su una panchina per godersi il chiarore della luna e un soffio di vento. La Neva scorreva cupa e sussurrava le promesse frantumate degli innamorati.

I treni erano bersaglio di attacchi aerei e di artiglieria, il raggiungimento del luogo di destinazione incerto, l’acqua insufficiente, il gelo paralizzava. Su uno degli ultimi convogli che riuscirono a partire, lunedì 8 settembre, in una di quelle notti che ci sono solo se si è fanciulli, riuscì a salvarsi insieme ai piccoli compagni anche un bambino di 5 anni al quale era stata dato come giocattolo, per ingannare il tempo, una scacchiera. Si chiamava Boris Spassky (1937 – 2025), futuro decimo campione del mondo.

Il 18° Campionato di scacchi di Leningrado iniziò che la città era ancora sotto le granate, per respirare il domani, e terminò con la fine dell’assedio, il 27 gennaio 1944.


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Claudio Mori, giornalista

 

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