Scacchi di amori diversi
Miniatura nel testo di Jean Maillart Roman du Comte d'Anjou, poema scritto nel 1316
(Claudio Mori)
“Qui comincia il romanzo del conte d’Anjou che vuole deflorare sua figlia”. La storia medievale scritta da Jean Maillart inizia così. E c’è una scacchiera davanti alla quale il conte si trova a giocare con la figlia. Come avevano fatto tante volte in passato, prima del lungo viaggio intrapreso dal conte una volta rimasto vedovo.
Ora, per il rientro a casa del padre, la figlia organizza una festa e i due giocano di nuovo a scacchi. La giovane è concentrata sul gioco, il padre è in una situazione difficile, la sua torre è in pericolo, non muove. Starà pensando a come uscire da questa complicata situazione, crede la ragazza. Altri, invece, sono i suoi pensieri. È preda di un “désir désordonné”, di un desiderio disordinato, di un desiderio incestuoso. Non riesce a staccare i sui occhi dal volto della fanciulla e dimentica il gioco.

Copertina del libro di Jean Maillart, Roman du Comte d’Anjou, Editions Gallimard, 1998
Un dettaglio dei meravigliosi affreschi della Sala Baronale (XV secolo), Castello della Manta, Manta (Cuneo)
Quel gioco che in molte chansons de geste è l’immagine del combattimento erotico tra la dama e il suo innamorato, qui è il simbolo della lotta della fede contro il paganesimo. La figlia del conte d’Anjou deve fuggire, subire calunnie e sventure, affrontare crudeli prove per diventare un’adulta virtuosa, per raggiungere “la bonheur de l’innocente”, la felicità dell’innocente, e vedere finalmente puniti i responsabili delle sue sventure.

Come la storia de La belle Hélène, figlia del re Antonio di Costantinopoli il quale, alla morte della moglie, quando Elena ha quindici anni, si innamora della figlia bella come la madre e come nessun’altra. Il papa, al quale Antonio chiede una dispensa per sposarla, accoglie la richiesta solo dopo che un angelo gli assicura che l’unione non sarà mai consumata. Tuttavia Elena si sente più sicura fuggendo in un monastero nelle Fiandre.
Chi è la ragazza approdata con un barchino senza remi e senza vela sulle coste della Scozia, nei pressi di Dondeu? Da dove viene? Non dice il suo nome. Le manca la mano sinistra. Il re di Scozia s’innamora della bella sconosciuta e per potere manifestarle le sue “delicate intenzioni” gioca con lei a scacchi pur sapendo che “ella era così forte a scacchi che nessuno, per quanto esperto nel gioco, avrebbe potuto batterla”. Il re la chiamerà Manekine e la sposerà. È solo un intermezzo nella continua fuga della ragazza dal male verso la virtù.
Manekine era fuggita dal padre, re d’Ungheria, che aveva promesso alla moglie morente di risposarsi solo con una donna che le somigliasse. Solo la loro figlia, Gioia, rispondeva a tali requisiti. L’opposizione del re, e della figlia, a tale mostruosità viene spazzata via dai signori della corte e dal clero che si assumono la responsabilità di un simile peccato. Il giorno delle nozze Gioia si presenta con la mano sinistra tagliata per sfuggire all’unione incestuosa. E il padre la condanna al rogo, ma il siniscalco del regno la salva. Affida Gioia alla protezione divina abbandonandola su una barca senza vela né remo che la condurrà in Scozia. Ma anche qui dovrà combattere contro la malvagia suocera e fuggire di nuovo fino a ritrovare, a Roma, la serenità e la felicità (Philippe de Beaumanoir, La Manekine, ca 1240).

Immagine dalla copertina dell’edizione francese Stock, 1955
Donne in fuga da desideri disordinati, prede dei propri padri. Il loro peregrinare su barchette alla deriva in acque pericolose è un viaggio di formazione per conformarsi a un modello religioso, per affrontare prove escatologiche. Non è la loro voce a raccontare ma quella della Chiesa. Le guida la Provvidenza. Altre donne invece, innamorate, portano semplicemente e limpidamente il messaggio del loro amore. Anche attraverso un gioco, gli scacchi, che la narrazione prevalente, fin dagli scritti iranici, vorrebbe praticato solo dall’uomo.
Qotr-enneda è schiava dell’emiro Abou-Yahia. L’ha comprata dalla famiglia di lei e l’ha portata via a Zeyd, l’innamorato. Un’ultima partita a scacchi decide se la giovane resterà all’emiro o tornerà a Zeyd. La posta è schiavitù contro amore. La piccola mano di Qotr-enneda scivola sotto il braccio di Abou-Yahia, approfitta di una sua distrazione per spostargli un pezzo e fargli perdere la partita. Qotr-enneda può riabbracciare Zeyd. (Muhammad Al-Mahdi al Hafnawi, Contes du Cheykh El-Mokdy, 1833)
Nel pozzo delle storie delle Mille e una notte il califfo abasside Harun-al-Rashid ha sentito parlare di una schiava che gioca molto bene a scacchi. Vuole misurarsi con lei, sicuro della sua abilità in quello come in ogni altro gioco. Ma perde e deve mantenere la promessa di esaudire un desidero della donna.
– Libera dalla prigionia il mio amato, gli chiede.
Queste donne rovesciano il ruolo passivo che la storia vorrebbe assegnarle, di semplici protagoniste del desiderio maschile, di trofei muti. Dentro il quadrato di una scacchiera riflettono un altro universo, quello della forza dell’amare liberamente, del rifiutare l’acquiescenza del cuore infranto e lottare invece per il proprio destino e le proprie passioni. Altra partita.

Si era ai tempi della ghigliottina, e il Café de la Régence di Parigi apriva come ogni giorno la porta ai clienti.
Alcuni anni addietro quel ritrovo era saturo del silenzio dei giocatori di scacchi, “un posto dove si può dire di essere come in solitudine, benché vi siano invece sessanta persone”, aveva raccontato lo scrittore Jean-Baptiste Rousseau. Ci si rifugiava anche il filosofo Denis Diderot, se il tempo era troppo freddo, o troppo piovoso. E stava a osservare il gioco profondo di Ladal, quello sottile di Philidor, quello solido di Mayot, come ricorderà lui stesso nel romanzo Le neveu de Rameau.
Il Café era anche il posto dove a ora tarda la gentilezza delle maitresses era allettante. “Prima tra tutte la moglie di Lefèvre, grande artista nell’arte della caffetteria e dei gelati, che lasciava volentieri il marito nella ghiacciaia, mentre ella accendeva altrove dei fuochi per proprio conto e quello di altri” dicono le cronache. L’ora della ricreazione, del conforto delle carezze.
Anche ora, dentro il Café, avresti sentito il ronzare di una mosca. Accanto alle decorazioni di sempre, nella sala erano stati aggiunti un drappo tricolore, alcune corone civiche e i busti di Jean-Paul Marat, assassinato dalla girondina Charlotte Corday il 17 luglio 1793, e Louis-Michel Le Peletier, assassinato sei mesi prima da un monarchico.
Pochi si presentavano per giocare a scacchi. Se scappava l’occhio fuori dalle vetrine, preavvertiti da un sinistro cigolio di ruote, si potevano vedere i carri dei condannati a morte che attraversavano Rue Saint Honoré. Giusto il tempo per bisbigliare un miserere. Philidor, il più grande giocatore dell’epoca, era stato costretto a mettersi in salvo a Londra dopo essere stato messo nella lista nera dal Governo rivoluzionario. Aveva 67 anni.
A uno dei tavoli di marmo del Régence, come spesso verso le cinque del pomeriggio, era seduto Maximilien Robespierre, il capo dei giacobini. Se lo spettacolo dei carri in qualche modo lo affliggesse, non lo dava a vedere. Era un importante membro di quel Comitato di salute pubblica che organizzava quella macelleria. Attendeva un avversario per giocare. Non era molto forte, ma faceva ugualmente paura. Le ragioni erano evidenti. Al re di legno disposto sulla scacchiera era già stata decapitata la croce sopra la corona, mentre a un altro re, Luigi XVI, la testa era rotolata nel catino di zinco il 21 gennaio 1793.
Nessuno faceva a gara per sedersi davanti a lui. Era un uomo solo. Éduard Fournier nelle Chroniques et legendes des rues de Paris (1864) racconta che un giovanotto minuto, bello come l’amore, entrò nel locale e prese posto davanti a Robespierre. Senza dire una parola mise la posta sul tavolo. Robespierre fece altrettanto e la partita iniziò. Vinse il giovanotto. Chiesta e accordata la rivincita, si giocò una seconda partita e il giovanotto vinse ancora.
– Molto bene!, disse Robespierre con evidente nervosismo, ma qual era la posta?
– La testa di un uomo. Io l’ho vinta, datemela, e subito, il boia la prenderà domani.
Robespierre estrasse dalla tasca un pezzo di carta, scrisse l’ordine di mettere in libertà il giovane imprigionato alla Conciergerie, lo firmò e lo diede al suo avversario.
– Ma tu chi sei, dunque, cittadino?, chiese Robespierre tanto irritato quanto incuriosito.
– Di’ pure cittadina, perché non l’hai visto che sono una donna, la fidanzata del giovane conte?
Grazie e addio.
E la strada, fuori dalle vetrine del Café, fu una strada con i capelli sciolti.

Claudio Mori, giornalista