Uno Scacchista *Edizione 10 Anni*

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Marcel Duchamp e Raymond Roussel fra arte, letteratura e scacchi

Marcel Duchamp: Joueur d’échec, Acquaforte, 1965 (CHESSLONGO Collection)

(Sandro Montalto)
Gli scacchi da sempre affascinano scrittori, artisti e pensatori [1]. Pensiamo, per fare un nome su tutti, a Marcel Duchamp: autore di dipinti come Partita a scacchi (1910), I giocatori di scacchi (1911) e il bellissimo Ritratto di giocatori di scacchi (1912), oltre a Il re e la regina attraversati da nudi ad alta velocità, e Il re e la regina attraversati da nudi veloci (1912), fu anche un buon giocatore con un curriculum di tutto rispetto, e titoli prestigiosi.

Studiò le partite di campioni come Nimzowitsch e Capablanca, partecipò a numerosi tornei e nel 1925 a Nizza ottiene il titolo di Maestro dalla Federazione Scacchistica Francese. Con la nazionale francese giocò 4 Olimpiadi dal 1928 al 1933 e nel 1930, partecipando alla Terza Olimpiade degli scacchi, giocò la sua partita più importante contro Frank Marshall, campione degli Stati Uniti.


Nel 1932, divenuto ormai membro della Federazione Internazionale Gioco Scacchi in Francia, sarà attivo anche come teorico scrivendo con Vitaly Halberstadt un libro sui finali di partita intitolato L’opposition et les conjuguées sont réconciliées (secondo alcuni simile al libro di Rinaldo Bianchetti Contributo ai finali di soli pedoni, apparso sette anni prima a Firenze), una pubblicazione piuttosto astrusa nonostante il grande dispendio di risorse tipografiche, cui Duchamp stesso allude in prefazione.

Copertine di “Contributo ai finali di soli pedoni” (1925) e di “L’opposition et les conjuguées sont réconciliées” (1932)


Anni dopo Henri-Pierre Roché diede una interessante interpretazione di questo libro (da altri interpretato come un vero e proprio libro d’arte): lo studio del comportamento di due Re che, nella situazione di dover scegliere delle mosse, hanno l’aria (come due piccoli Duchamp, potremmo dire…) di disinteressarsi alla cosa e non cercare nulla, ambedue con eleganza leggera, e passeggiano disinvolti per la scacchiera dovendo però obbedire a certe regole,  in realtà, però, costantemente all’erta siccome devono evitare distrazioni fatali e cercare di indurre l’avversario a commetterne [2]. Il 1932 fu un anno importante anche perché il pittore, dopo aver perso (con tutti gli onori) la partita al Torneo del Circolo Caïssa di Parigi contro François Le Lionnais (ingegnere, matematico, appassionato di arte e letteratura, co-fondatore di OULIPO e autore anche di un dizionario enciclopedico scacchistico [3]), in una partita commentata da Tartakower in persona, in agosto si aggiudica il torneo di Parigi con una partita di oltre cinquanta mosse sconfiggendo Eugene Znosko-Borovsky, di cui peraltro in seguito tradurrà  il manuale Comment il faut commencer une partie d’échecs.

Duchamp cercò anche di scoprire una formula per vincere alla roulette (si ricordino le “obbligazioni per Montecarlo” da lui stesso emesse nel 1924), poi diventato (anche per esigenze squisitamente economiche) un tentativo di applicare il concetto di patta in un altro gioco: una tecnica di gioco d’azzardo da lui stesso pazientemente sperimentata che non mirava più a “far saltare il banco” ma a trovare un equilibrio fra vincite e perdite, declinando in un ennesimo modo la sua amata “libertà dell’indifferenza”. Proprio dopo l’esperienza a Montecarlo, nel 1925, si riavvicinerà agli scacchi interessato ora soprattutto, appunto, alle possibili tecniche per raggiungere questo stato di equilibrio, uno stallo.

Nel 1933 decise a sorpresa di abbandonare gli scacchi a livello agonistico, e lo fece in maniera simbolica dipingendo una scacchiera e appendendola al muro. Ma poco dopo prese a giocare per corrispondenza: partecipò al Campionato Europeo organizzato dalla IFSB e vinse. Nel 1935 per i suoi risultati complessivi la IFSB gli assegnò il titolo di Maestro per Corrispondenza (fece anche parte del comitato per la stesura delle regole per il primo Campionato del Mondo di questa specialità) [4].

Raymond Roussel all’età di 19 anni (fonte)

Dal canto suo Raymond Roussel, questo autore di libri tanto insoliti quanto misteriosi, nel 1932, pare senza alcuna precedente esperienza significativa, iniziò a giocare a scacchi. Solo pochi mesi dopo propose a Xavier Tartakower, per la pubblicazione sulla rivista «L’Échiquier», un importante contributo su un finale di partita (Re + Alfiere + Cavallo contro Re) [5].

L’échiquier, «Le Mat du fou et du cavalier», Novembre 1932.

La sua proposta per vincere questo “finale elementare” (i più semplici che i giocatori devono conoscere, e che si dicono “vinti” se, a gioco corretto di entrambe le parti, il giocatore in vantaggio può forzare lo scacco matto, o “patti” se, a gioco corretto, la parte più debole riesce ad evitarlo), è il più difficile da giocare e quello di gran lunga più raro a verificarsi. Difficile, soprattutto, è vincere entro il numero massimo di 50 mosse consecutive senza nessuna cattura o movimento di pedone dopo le quali la partita è patta come imposto dal regolamento della Fédération internationale des échecs (FIDE). Il metodo ideato da Roussel, pur essendo ritenuto valido dagli esperti del gioco, sembra presentare alcuni piccoli svantaggi tecnici rispetto ad esempio al metodo dei “Triangoli di Delétang” che prevede il confinamento del re solitario in una porzione triangolare di scacchiera via via sempre più piccola, costringendolo infine dalla parte dove c’è un angolo dello stesso colore dell’alfiere. Tuttavia Tartakower sostiene che la disposizione del Cavallo rispetto all’Alfiere, chiamata “Cedille” da Roussel, sia più facilmente memorizzabile da un principiante e migliore di quella appena citata. In estrema sintesi si tratta di un metodo forse non ottimale ma comunque interessante, ed è notevole che provenga da un giocatore allora alle prime armi.


Ecco il metodo elaborato da Roussel, come descritto ne «L’Échiquier» (1932):


Il legame fra Roussel e Duchamp, che qui non è possibile indagare per motivi di spazio, è piuttosto solido (anche se Duchamp vide Roussell una sola volta): fra il maggio e il giugno 1912 l’artista assiste a Parigi, in compagnia di Picabia e Gabrielle Buffet, alla rappresentazione della pièce tratta da Impressions d’Afrique di Roussel (che aveva esordito l’anno prima con scalpore). Anche se ad attrarlo è soprattutto la dimensione visiva dello spettacolo e l’atteggiamento ironico nei confronti delle macchine (prenderà bene coscienza del lavoro, linguistico e non solo, dello scrittore solo dopo aver letto Les Machines célibataires di Carrouges e il libro su Roussel di Jean Ferry, oltre ovviamente al celebre autocommento dello scrittore [6] in cui viene esplicitato il suo “procedimento”), è incuriosito dall’idea di fondare la creazione poetica sull’omofonia. Qualcosa in lui comunque fermentava da tempo perché ben presto inizierà a pensare che tale gioco si può applicare non solo ai titoli ma alle forme stesse dell’arte, sottraendosi alle catene della tradizione e sfuggendo almeno in parte al principio di causalità. Da allora nacquero opere che nel titolo e nella ideazione (spesso basata sulla decontestualizzazione, la trasformazione, lo spiazzamento) restano debitrici di quelle originarie suggestioni.

Arbitrarietà e ambiguità sono caratteristiche del segno e dell’immagine: Roussel continua a indagarle con un lavoro solitario, disperato e misconosciuto, Duchamp procedendo con (almeno apparente) serenità e assoluto rigore suscitando continuamente scandalo, ma ambedue non intendono asserire che l’artista in quanto tale può conferire nuovi significati, bensì che il gioco del guardare da una diversa angolazione è una precisa responsabilità di chi ha l’intelligenza e la sensibilità per giocarlo. A costo di finire in patta: se il gioco sarà ben condotto il Re comunque non morirà. Si tratta insomma di mettere in atto una possibile contraddizione: cercare meccanismi autonomi, freddi, che generino qualcosa di nuovo, inatteso, forse umoristico e (auto)ironico.

Forse Duchamp era affascinato dagli scacchi come gioco molto rigidamente regolato ma il cui potenziale combinatorio (ricordiamo il dantesco “Più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla”) fa sì che dopo un numero minimo di mosse le combinazioni possibili siano spaventosamente numerose: scrisse che ogni giocatore di scacchi prova «due piaceri estetici insieme, prima quello dell’immagine astratta simile all’idea poetica di scrivere, e poi il piacere sensuale dell’esecuzione ideografica dell’immagine sulla scacchiera» [7]. Disse anche che gli scacchi non hanno alcuna destinazione sociale e la cosa gli era particolarmente congeniale [8]. E ancora: «quando si gioca a scacchi, è come se si abbozzasse qualcosa, o come se si costruisse la meccanica che farà vincere o perdere. […] il gioco in se stesso è molto plastico ed è probabilmente questo che mi ha affascinato» [9].

Giocare a scacchi è accettare anche la regola secondo la quale una mossa fatta non può essere revocata (pensiamo alla rottura del Grande Vetro e all’accettazione da parte di Duchamp di questo evento inatteso e ineluttabile, rielaborato come facesse parte del gioco). Le regole sono assunti di partenza, impersonali: ciò che conta, si tratti di un quadro, di un dispositivo semplice come la rima oppure complesso come il “procédé” di Roussel o il gioco degli scacchi, è come si rispettano con un atteggiamento rigoroso e creativo al tempo stesso.


Sandro Montalto (Biella, 1978) è bibliotecario, scrittore, drammaturgo, critico e saggista, editore, musicista. Ha pubblicato una quarantina di libri e alcune centinaia di articoli su diversi argomenti (letteratura, musica, arte, bibliofilia…), curato mostre, ideato libri-oggetto e molto altro. Il suo sito è www.sandromontalto.it


[1] Cfr. Roberto Borghi, Di cavallo in torre e di torre in cavallo (Carlo Pozzoni Editore, Como 2015).

[2] Henri-Pierre Roché, Écrits sur l’art, Dimanche, Marsiglia 1998, pp. 242-243

[3] Francois Le Lionnais et Ernst Maget, Dictionnaire des échecs. Presses University de France, Parigi 1974

[4] Devo queste ultime informazioni al blog “Unoscacchista” (https://unoscacchista.com/2021/12/21/una-foto-passata-alla-storia-eve-babitz-e-marcel-duchamp/). Molte informazioni piuttosto dettagliate sul rapporto fra l’artista e gli scacchi sono disseminate nella bella biografia dedicatagli da Bernard Marcadé (Marcel Duchamp. La vita a credito, Johan & Levi, Milano 2025, pp. 33, 192, 200, 205, 219, 234-238, 247-248, 251-256, 257, 259, 288-289, 292, 295-296, 298-304, 352-353, 369, 389, 433, 471-473).

[5] Cfr. David Howells, “Formule Roussel”, in: Conference proceedings, Raymond Roussel: Interdisciplinary Perspectives, Benaki Museum, Athens, October 2010. Si vedano i contributi a cura di S. Tartakower Le mat du fou et du cavalier… e Raymond Roussel et les echècs dans la Littérature, in: Raymond Roussel, Comment j’ai écrit certains de mes livres, Pauvert, Parigi 1963, pp. 147-150, 153-158. Ringrazio Roberto Cassano il quale, oltre a indicarmi dei titoli in lingua francese, ha interpellato anche lo scacchista francese Thierry Lafargue che a sua volta ha interpellato il GM Emmanuel Bricard, per l’interessante discussione su questo finale e la sua effettiva importanza. Ringrazio altresì Uberto Delprato che ha descritto graficamente con la scacchiera interattiva il metodo elaborato da Roussel per come descritto ne «L’Échiquier» (1932)

[6] Raymond Roussel, Come ho scritto alcuni dei miei libri, in: Locus solus, Einaudi, Torino 1975, pp. 263-285. Qualche giorno prima di partire per Palermo, dove morirà forse suicida, Roussel aveva consegnato il manoscritto al suo stampatore precisando che il testo non sarebbe dovuto apparire prima della sua morte. Per quanto riguarda la scomparsa dello scrittore si veda almeno: Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio, Palermo 1971

[7] Arturo Schwarz, Duchamp, Electa, Milano 1988, p. 69

[8] Cfr. Marcel Duchamp, Ingegnere del tempo perduto. Conversazione con Pierre Cabanne, Abscondita, Milano 2009, p. 15

[9] Marcel Duchamp, Scritti, Abscondita, Milano 2005, p. 159

About Author

3 pensieri su “Marcel Duchamp e Raymond Roussel fra arte, letteratura e scacchi

  1. Raymond Roussel è immortalato in un’opera di Giulio Paolini dal titolo “Locus Solus” l’opera, un multilo di 64 scacchiere (cm 34×34) raffigura per l’appunto lo scrittore tra le caselle. L’opera è esposta al “Museo Internazionale di Scacchi, Giovanni Longo – Città di Marostica e può essere visibile all’indirizzo https://www.chesslongo.com/portfolio-item/arte-9/ Una curiosità Giulio Paolini rende omaggio allo scrittore Roussel, e, ccome molti artisti che hanno realizzato opere a soggetto scacchistico non conosce gli scacchi.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri di più da Uno Scacchista *Edizione 10 Anni*

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere