Cosa non si fa per la propria amata…

(Roberto C.)
All’inizio del Trecento Firenze è una delle grandi metropoli d’Europa, forse la maggiore. Popolosa, bella, ricca come Parigi e assai più di Londra [1] e, come si sa, la vita dei suoi cittadini era intessuta oltre che di arte anche di scacchi ed a testimonianza della grande diffusione del nostro gioco nel medioevo sono numerosi i documenti nei quali vengono citati: negli ordinativi di materiali, negli inventari, in alcuni testamenti ereditari e, ad esempio, anche in documenti molto meno privati e molto più famosi come la Divina Commedia e il Decamerone.

[Foto Museo della Casa fiorentina Antica – Palazzo Davanzati – MIBAC ]

Dante Alighieri ne scrisse nel Canto XXVIII del Paradiso (versi 91-93):

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che ‘l numero loro
più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla.

che, come ogni scacchista sa, si riferisce alla famosa leggenda dei chicchi di grano nella quale per ogni casella successiva viene raddoppiato il loro numero fino a raggiungere una quantità enorme di chicchi e la conseguente impossibilità di consegnarli al bramino Sissa, l’inventore del gioco.

Dante è con Beatrice nel Nono Cielo ed è abbagliato dalla contemplazione di Dio e dei nove cori angelici, cerchi luminosi e in perenne movimento nei quali gli angeli sfavillano come scintille da un ferro incandescente.” e “Per quanto possa sembrare incredibile, (questo) verso della Divina Commedia significa esattamente “è più grande di 18.446.744.073.709.551.615” o, se preferite, di 2 elevato alla 64 potenza -1, che è lo stesso.[2]

Scacchiera 2 alla (64 meno 1)
Scacchiera, Leggenda dei chicchi di grano

Giovanni Boccaccio nel Decamerone (1349-50), una raccolta di cento novelle, raccontate in dieci giorni da sette ragazze e tre ragazzi, che l’autore fa incontrare dentro Santa Maria Novella, basilica che divenne il punto di riferimento per l’importante ordine mendicante dei predicatori domenicani, che più di mezzo secolo prima erano arrivati in città da Bologna; di questo ordine faceva parte anche Jacopo da Cessole d’Asti, colui che intorno all’anno 1300 scrisse il Ludus scacchorum, il famoso trattato moraleggiante basato sul gioco degli scacchi.

Ludus_scacchorum
Illustrazione dal ‘Libellus de moribus hominum et officiis nobilium ac popularium super ludo scachorum’

Nel Decamerone il gioco degli scacchi viene citato sei volte:

Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all’animo gli è più di piacere, diletto pigliare. (Prima giornata, Introduzione).

… ma quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede. (Terza giornata, Introduzione).

Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di Messer Guiglielmo e della Dama del Vergiú; Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; (Terza giornata, Conclusione).

E questo con festa fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giucare a scacchi e chi a tavole; (Sesta giornata, Introduzione).

Dioneo, presa la corona, ridendo rispose: “Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo piú cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubidiste come vero re si dee ubidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.” (Sesta giornata, Conclusione).

Avvenne un giorno che, essendo andato Egano a uccellare e Anichino rimaso, madonna Beatrice, che dello amore di lui accorta non s’era ancora, con lui si mise a giucare a scacchi; e Anichino, che di piacerle disiderava, assai acconciamente faccendolo, si lasciava vincere, di che la donna faceva maravigliosa festa. (Settima giornata, settima novella).

mai però entrando nel vivo del gioco perché queste erano più che altro occasioni d’incontro (per rimanere soli ed ‘amoreggiare’) mentre, da un punto di vista strettamente più scacchistico, è più interessante il Filocolo; secondo il suo significato etimologico Fatica d’amore, il primo romanzo avventuroso della letteratura italiana scritto in prosa in volgare che il Boccaccio scrisse durante il periodo più lieto della sua vita, quello dai quattordici ai ventisette anni d’età, a Napoli. Molto probabilmente fu qui la sua ‘palestra’ scacchistica [3]: nel vivace ambiente culturale della corte angioina dove scrisse le sue due esuberanti opere giovanili (destinate prevalentemente al pubblico di corte), il Filostrato ed il Filocolo [4].

L’autore, seppur debitore ad una celebre chanson de geste francese [5], amplia notevolmente il passaggio relativo al gioco degli scacchi che, se è già molto importante sotto questo aspetto, lo è ancor di più per la nomenclatura medievale italiana della torre (rocco) da parte della volgar lingua dei grandi trecentisti toscani.

Il personaggio principale (Florio) gioca, con la scommessa di parecchi denari (bisanti), tre partite con Sadoc il guardiano del castello dov’è imprigionata la sua amata Biancifiore dopo aver cercato di liberarla senza riuscirvi (perché viene scoperto e condannato al rogo insieme a lei), anche se poi i due amanti vengono graziati e riescono a tornare in Spagna. Florio “perde la prima, patta la seconda, sta per vincere la terza ma il castellano, infuriato per la prospettiva della sconfitta, butta all’aria i pezzi.[6] ma delle tre partite la più importante è la prima dove viene descritta la fase finale (testo originale del Boccaccio e non copiato!): “Ristringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con l’uno de’ suoi rocchi e col cavaliere, avendo il re alla sinistra sua l’uno degli alfini; il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi, e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo a cui giucare conveniva, dove muovere doveva il cavaliere suo secondo per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco, e nel punto rimaso per salute al suo re il pose. Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo ch’egli matterà Filocolo, dove Filocolo avria lui potuto mattare; e dandogli con una pedona pingente scacco, quivi il mattò,a se tirando i bisanti, e ridendo disse: Giovane, tu non sai del giuoco -, avvegna che ben s’era aveduto di ciò che Filocolo avea fatto, ma per cupidigia de’ bisanti l’avea sofferto, infignendosi di non avedersene.

Questa la ricostruzione della posizione da parte di Adriano Chicco che ben si adatta al testo:

Filoloco partita 1 Castellano-Fiorio
Filoloco, partita n.1 Castellano-Florio con mossa al Nero

il Filocolo è anche il più antico testo nel quale si dia una posizione sufficientemente precisa, rispondente all’enunciato “aiutomatto in una mossa”: tale è infatti, la posizione che si raggiunge dopo la prima mossa del Bianco. Forse non sarebbe inesatto affermare che l’aiutomatto [7], questa “bizzarria”, oggi tanto di moda, trova nell’antico testo del Filocolo un lontano ascendente. Se così fosse, la data di nascita dell’aiutomatto, generalmente fissata al 1854 (data di pubblicazione di un problema di Lange) dovrebbe essere anticipata di oltre cinquecento anni[8].

dove dopo 1. … Ce3+ 2. Re1 (mossa unica), il Nero – invece di dare matto con l’altro Cavallo (2. … Cd3#) – muove 2. … Tg8 (??), permettendo al castellano la vincente 3. e7#.

Più o meno dello stesso tenore le scene di ‘amor cortese’ dove sono presenti gli scacchi:come ad esempio in una ‘valva di scatola per specchio’ in avorio decorato a rilievo del XIV secolo e negli affreschi di Palazzo Davanzati a Firenze, un’antica dimora trecentesca della famiglia dei Davizzi, mercanti e banchieri, oggi Museo dell’Antica Casa Fiorentina in Via Porta Rossa 13, dove furono dipinti sul finire del Trecento sulle pareti di una camera da letto alcuni episodi della Castellana di Vergi (o Virzù); la duchessa di Borgogna, approfitta dell’assenza del marito, per cercare di sedurre messer Guglielmo attirandolo nella propria camera da letto con la scusa di una partita a scacchi.

Camera_della_castellana_di_Vergy
Firenze, Palazzo Davanzati, ‘Castellana di Vergi e messer Guglielmo giocano a scacchi’

E cosa non si fa (anche) per il proprio amato…


[1]Firenze è un centro manifatturiero di prima grandezza e capitale dei commerci nonché luogo della finanza alla quale si rivolge sia la business community internazionale quanto i regnanti.” da “Firenze nel Trecento La tempesta e la gloria” – Comunicato stampa n. 3 Firenze Musei a cura dell’Ufficio stampa: Catola & Partners, Firenze
[2] “Dante, Sissa e il doppiar de’ li scacchi, ovvero la vertigine dell’inesprimibile” di Nino Grasso da http://www.velucchi.eu/?p=338
[3] Arnaldo Della Torre, La giovinezza di Giovanni Boccaccio: 1313-1341, Città di Castello 1905, pag.122
[4] Boccaccio, voce in ‘La biblioteca degli autori italiani’
[5] Con l’espressione francese chanson de geste (in italiano, canzone di gesta) si indica un genere letterario di tipo epico, sviluppatosi originariamente nel nord della Francia e attestato per circa tre secoli a partire dalla fine dell’XI secolo.
[6] Leoncini Mario: Antiche testimonianze degli scacchi in Toscana, pagg.25-29
[7] Nell’aiutomatto, un tipo di problema, nel quale il Nero, muovendo per primo, collabora con il Bianco allo scopo di dare scaccomatto al Re nero.
[8] A. Chicco, L’Aiutomatto di Messer Boccaccio, in Scacco!, VII (1977), pagg. 177-178

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