Un duello d’amore sulla scacchiera: il fascino segreto del dipinto di Giulio Campi
Giulio Campi, Una partita a scacchi, 1545 circa – olio su tela (cm 90 x 127), Palazzo Madama, Torino
(Massimo Cecchini)
Fino al 18 ottobre, le Gallerie d’Italia di Milano ospitano uno dei capolavori del Cinquecento lombardo: Una partita a scacchi di Giulio Campi, esposto nell’ambito della mostra “Bellezza e bruttezza”.
Accostare un’opera di tale armonia a un percorso incentrato sulla contrapposizione tra il bello e il brutto può, a prima vista, lasciare spiazzati. Tuttavia, come svela la visita guidata, la chiave di lettura si cela in un dettaglio apparentemente marginale: in basso a destra compare infatti la figura di un giullare, elemento che giustifica la presenza del dipinto nella sezione dedicata alle opere in cui il fascino e il grottesco si fondono.
Al di là della sua collocazione espositiva, il dipinto racchiude una fitta rete di significati allegorici e biografici. Nel tardo Medioevo e nel Rinascimento, il gioco degli scacchi non era un semplice passatempo, ma una potente metafora del corteggiamento e dell’amore cortese, intrisa di tensione erotica e simboli di seduzione.
Un po’ di storia sul dipinto è d’obbligo.
La travagliata storia attributiva del dipinto, che dal 1970 fa parte delle collezioni delle Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama di Torino, ha a lungo impegnato i maggiori storici dell’arte del Novecento. L’opera fu portata all’attenzione del pubblico nel 1963 dal noto critico e storico dell’arte Roberto Longhi, il quale la presentò sulla rivista Paragone mentre faceva parte della collezione privata dell’antiquario genovese Costantino Nigro (prima di questa attribuzione era considerata opera di anonimo). Inizialmente accostata alla celebre pittrice e ritrattista cremonese Sofonisba Anguissola — autrice, intorno al 1555, della Partita a scacchi in casa Anguissola, conservata al Museo Narodowe di Poznan —, l’opera fu tuttavia messa in relazione dallo stesso Longhi con il dipinto di Giulio Campi, anch’egli cremonese, Allegoria della Vanità, custodito al Museo Poldi Pezzoli di Milano. Il critico evidenziò precise affinità, tra cui il décolleté di foggia e dimensioni quasi identiche nelle due gentildonne ritratte nei due quadri, e sottolineò come la figura dell’uomo con berretta nera che si china sul tavolo richiamasse il Ritratto di Galeazzo Campi, dipinto da Giulio, custodito agli Uffizi di Firenze.
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| Allegoria della Vanità (1525 – 1530), olio su tela (cm 95 x 88), Museo Poldi Pezzoli, Milano | Ritratto di Galeazzo Campi (1535 circa) – olio su tela (cm 78 x 62), Galleria degli Uffizi |
Per un certo periodo l’attribuzione del quadro a Sofonisba Anguissola rimase incontestata, ed è proprio sotto tale nome che il museo torinese lo acquistò. Il dipinto era stato precedentemente rilevato dal collezionista veneziano Filippo Giordano delle Lanze durante un’asta svoltasi al Dorotheum di Vienna a metà degli anni Sessanta, per poi essere ceduto alla cifra di poco superiore ai dieci milioni di lire. Restavano tuttavia evidenti le marcate differenze stilistiche rispetto alla tela di Poznan. La svolta si ebbe solo nel 1985 grazie alle intuizioni di Mina Gregori e Giulio Bora: confermando la datazione alla prima metà del Cinquecento, i due studiosi indirizzarono definitivamente gli storici dell’arte verso Giulio Campi, assegnando l’opera al periodo giovanile del maestro.
La genesi cremonese dell’opera affonda le radici nel fervore culturale alimentato dal celebre poemetto Scacchia ludus del vescovo Marco Girolamo Vida, in cui si narra l’origine mitologica del gioco donato da Mercurio alla ninfa Scacchide.

Più che una mera cronaca, l’opera si configura come una raffinata allegoria amorosa. Nella cultura rinascimentale, attingendo anche a una tradizione medievale, gli scacchi non erano considerati un semplice passatempo, ma una vera e propria metafora delle relazioni umane e pretesto per il corteggiamento. Come sottolineano gli studiosi, il quadro va interpretato «sulla base di una tradizione iconografica d’antica origine che vede il gioco degli scacchi fungere da pretesto per schermaglie galanti.»
La scacchiera, visibile solo in parte e con pochi pezzi che nulla dicono sullo svolgimento della partita, non costituisce il fulcro di una vera competizione intellettuale, ma il teatro di una tenzone di natura sentimentale: l’uomo tenta l’assalto al cuore della dama, la quale gode dei consigli e della protezione delle proprie ancelle, vere complici in questa strategia di conquista.
Il dipinto raffigura una scena complessa: un gruppo di persone è raccolto attorno a un tavolo, concentrato su una mossa; al centro vi sono un uomo e una donna impegnati in una partita a scacchi. La figura femminile principale, riccamente ornata da uno zibellino (simbolo di fertilità e di status maritale), incarna la vittoria della bellezza e del sentimento sulla forza bruta, rappresentata dal soldato in armatura. Non è un caso che sul tavolo compaia una rosa, tipico ornamento femminile e attributo per eccellenza di Venere, a suggellare la vittoria finale. Come descritto da Gianfelice Ferlito, «l’atmosfera generale della partita è all’insegna della sensualità, da una parte la forza virile dall’altra la potenza femminile. Gli scacchi danno vita a una gara tra una donna abbastanza provocante e i soldati di un corpo di guardia il cui risultato, forse legato a una scommessa, può preludere all’intimità sessuale tra i contendenti.»
A completare la scena, interviene lo sguardo del buffone, che introduce una riflessione sulla caducità della vita e sulla conseguenza di scelte sconsiderate, mentre il giovane malinconico in primo piano potrebbe celare un autoritratto dello stesso Giulio Campi.
Il tema del nobil giuoco come duello d’amore ha attraversato l’intera iconografia medievale e rinascimentale, come testimoniano numerosi esempi raffigurati in miniature, affreschi, vetrate, oggetti d’arte:
- il re Otto di Brandeburgo, raffigurato nel 1320 su un Libro delle ore (Universitätsbibliothek di Heidelberg);
- la Castellana di Vergy che sfida il cavaliere Guglielmo, in un affresco di Palazzo Davanzati a Firenze (1350-1359);
- Tristano ed Isotta in una miniatura del XIV secolo;
- i due nobili ritratti in una vetrata dell’Hôtel de la Bessée a Villefranche-sur-Saône;
- il discusso dipinto attribuito a Francesco di Giorgio Martini o a Girolamo da Cremona (1475–1480), conservato al Metropolitan Museum di New York, dove il confine tra strategia di gioco e abbandono amoroso si fa sottile;
- la scacchiera conservata al Museo Nazionale del Bargello, tra le più grandi al mondo oggi note, dove il tema del corteggiamento amoroso, raffigurato lungo il perimetro, è messo in evidenza dalle scene di cavalieri, dame, battute di caccia, musici e danze, oltre a immagini connesse al tema dei “giardini d’amore”.




In conclusione, se opere coeve come la celebre Partita a scacchi di Sofonisba Anguissola prediligono la pacatezza e la concentrazione delle dame protagoniste, il capolavoro di Giulio Campi sceglie la via della corte e della passione, trasformando una mossa sulla scacchiera in un eterno e irresistibile corteggiamento.
FONTI CONSULTATE
- Ferruccio PEZZUTO, Quando la donna sfidò l’uomo, in “Torre & Cavallo Scacco!”, giugno 2004, pag.25-28
- Gianfelice FERLITO, Una partita audace, in “Scacco!”, aprile 1997, pag. 34-36
- Roberto LONGHI, Indicazioni per Sofonisba Anguissola, in PARAGONE – Rivista di arte figurativa e letteratura, gennaio 1963, pag. 50-52.
- Claudio MORI, Scacchi di distrazione amorosa, in UnoScacchista del 6 marzo 2024
- https://www.palazzomadamatorino.it/it/archivio-catalogo/il-gioco-degli-scacchi/
- https://gallerieditalia.com/it/milano/mostre-e-iniziative/mostre/2026/07/10/mostra-bellezza-e-bruttezza-ideale-reale-caricaturale-rinascimento-milano/#
- https://cremonasera.it/cronaca/e-passata-dalla-cremona-del-500-la-storia-del-gioco-degli-scacchi-dal-poemetto-di-marco-gerolamo-vida-ai-quadri-dei-campi-e-dell-anguissola
Massimo Cecchini è nato a Vigevano (PV) nel 1966. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Economia, ha ripreso a cimentarsi nei tornei e al termine del 2008 ha conseguito la 1^ categoria nazionale. Istruttore FSI dal 2006, ha insegnato e insegna il gioco alle giovani generazioni. Da sempre appassionato della storia di questo gioco.

