Mito, Simbolismo e Scienza

(I. E. Pollini)
Joseph Campbell sostiene in Mito e Modernità [1] che nei miti risiede quel tipo di saggezza che ha permesso agli uomini di sopravvivere nel corso dei millenni e che perfino nel nostro vivere quotidiano si palesa il legame con le diverse tradizioni del passato. Scopriamo residui del mito nelle nostre azioni, nei nostri sentimenti, nei labirinti della psiche ed echi antichi nei moderni miti del progresso scientifico.

[Foto di Adrian Askew, CC BY 2.0]

Nel Gioco Immortale di David Shenk si racconta un aneddoto dell’antica India dove gli scacchi sono un simbolo per conoscere verità nascoste [2].

The Immortal Game

Una regina aveva designato il suo unico figlio come erede al trono, ma il giovane era stato assassinato. I consiglieri del regno, cercando un modo adatto per comunicare alla sovrana la tragica notizia, si erano rivolti a un filosofo. Dopo tre giorni di silenzio e meditazione, il filosofo aveva incaricato un falegname di scolpire 32 figurine in legno di colore bianco e nero e di tagliare una pelle conciata a forma di quadrato dove venivano incisi 64 quadrati più piccoli. Sistemate le figurine sulla scacchiera, si era rivolto ad un suo discepolo dicendogli: “Questa è una guerra senza spargimento di sangue”. Dopo avergli spiegato le regole del gioco, avevano cominciato a giocare. Presto si era sparsa nel regno la voce di una misteriosa invenzione e la regina aveva convocato il filosofo per una spiegazione. Era rimasta ad osservare il filosofo mentre giocava col suo discepolo e quando uno dei contendenti aveva finalmente dato lo scaccomatto all’avversario, la regina, comprendendo il messaggio nascosto nella rappresentazione simbolica, si era rivolta al filosofo dicendo: “Mio figlio è morto”. Il filosofo aveva annuito e la regina si era allora rivolta alla guardia reale del palazzo dicendogli : “Lascia che il popolo entri a consolarmi.” Storie simili sono centinaia, forse migliaia. Quando le veniamo a conoscere non importa tanto sapere se siano storicamente accertate, quanto il messaggio simbolico che esse esprimono.

La realtà non è come ci appare

Nel caso della Scienza un notevole contributo è dato alla comprensione dell’Universo da parte del fisico Carlo Rovelli nel suo libro La realtà non è come ci appare [3]. Rovelli spiega che nel famoso mito della caverna nella Repubblica di Platone gli uomini sono incatenati nel fondo di una caverna buia e vedono solo ombre, proiettate da un fuoco alle loro spalle sulla parete davanti a loro. Pensano che quella sia la realtà. Uno di loro si libera, esce e scopre la luce del sole e il vasto mondo. All’inizio la luce lo stordisce, lo confonde: i suoi occhi non sono abituati. Ma riesce a guardare e torna felice dai compagni per dire loro quello che ha visto, ma i compagni stentano a credergli. Noi tutti siamo in fondo a una caverna, legati alla catena della nostra ignoranza, dei nostri pregiudizi, e i nostri deboli sensi ci mostrano ombre. Cercare di vedere piu lontano spesso ci confonde: non siamo abituati. Ma ci proviamo: la scienza è questo. Il pensiero scientifico esplora e ridisegna il mondo e offre immagini via via migliori e ci insegna a pensarlo in modo piu efficace. La scienza è un’esplorazione continua di forme del pensiero. La sua forza è la capacità visionaria di far crollare idee preconcette, svelare territori nuovi del reale e costruire nuove e più efficaci immagini del mondo. Questa avventura poggia sull’intera conoscenza accumulata, ma la sua anima è il cambiamento. Guardare più lontano. Il mondo è sterminato e iridescente e vogliamo andarlo a vedere. Siamo immersi nel suo mistero e nella sua bellezza e, oltre la collina, ci sono territori ancora inesplorati. L’incertezza in cui siamo immersi, la nostra precarietà, sospesa sull’abisso dell’immensità di ciò che non sappiamo, non rende la vita insensata, ma la rende più preziosa. Questo è un libro scritto per raccontare la meraviglia della scienza a un lettore che non sappia nulla di fisica, ma che sia curioso di sapere che cosa capiamo e non capiamo oggi della trama elementare del mondo e dove stiamo cercando. Vuole inoltre provare a comunicare la bellezza mozzafiato del panorama sulla realtà visibile da questa prospettiva.

Il libro di Rovelli è un’eccezione nel panorama della comunicazione scientifica. Nel caso della scienza non è infatti difficile constatare che il rapporto tra Scienza e opinione pubblica, eccezion fatta per alcuni programmi televisivi e qualche articolo sui quotidiani di maggior diffusione, non è molto forte. Ritengo che gli scienziati dovrebbero migliorare la propria comunicazione col pubblico e promuovere una comprensione della Scienza come fattore significativo del benessere di una nazione e parte integrante della sua cultura. Questo ci permetterebbe di scoprire che anche la Scienza ha i propri criteri di accuratezza e di bellezza. Il fisico-matematico Paul Dirac ha più volte dichiarato di essere sempre stato motivato nelle sue ricerche dal principio della bellezza matematica. Lo scienziato Henri Poincaré, parlando della bellezza della natura, ha indicato la profonda motivazione che spinge lo scienziato a studiare i fenomeni naturali. Ecco le sue parole: “Lo scienziato non studia la Natura perché è utile farlo, ma la studia per trarne diletto e ne trae diletto perché la Natura è bella. Se non fosse bella, non varrebbe la pena di conoscerla e, se non valesse la pena di conoscere la Natura, la vita non sarebbe degna di essere vissuta”.

Erwin Schroedinger

Vediamo adesso il pensiero di uno dei maggiori fisici teorici del XX secolo, Edwin Schrödinger (1887-1961), professore all’Università di Zurigo, Berlino, Oxford and Dublino, oltre che premio Nobel per la Fisica. Nel libro L’immagine del mondo [4], Schrödinger inizia con un dibattito sui fondamenti della Meccanica Ondulatoria, di cui è stato uno dei fondatori, discutendo le radici della comprensione razionale del mondo degli antichi Greci. Cerca poi di far luce sugli sforzi straordinari fatti dalla filosofia per trovare le caratteristiche essenziali comuni all’antica Grecia e all’Occidente. Infine, nel saggio conclusivo, presenta la sua visione filosofica e religiosa, affermando che il substrato comune delle visioni individuali del cosmo è solo un riflesso dell’Unità della Coscienza Universale, di cui la coscienza personale è un riflesso parziale, allo stesso modo in cui le molte faccie di un cristallo perfetto riflettono e rifrangono, nei vari raggi, un singolo fascio di luce. Questa sua concezione si riferisce alla filosofia indiana Vedanta, secondo cui la pluralità delle cose nel mondo è il risultato della nostra ignoranza dell’atto della creazione dell’Universo. Schrödinger afferma inoltre che solo l’esperienza mistica consente di avere una percezione della Mente Universale. Risulta da tutto questo che la concezione del mondo, ottenuta attraverso la lettura del classico testo indiano Bhagavad-Gita, è stata di fondamentale importanza per il fisico austriaco [5].

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Concludiamo ricordando la figura del grande matematico e naturalista George Leclerc de Buffon (1707-1788). Quando Buffon, a 26 anni, era stato ammesso all’Accademia delle Scienze di Parigi aveva sorpreso l’uditorio col suo discorso pronunciato all’atto della nomina, il celebre “Discours sur le style”. Il suo discorso aveva avuto un enorme successo, diventando un punto di riferimento per gli studenti francesi. Buffon sosteneva che solo lo stile può rendere comunicabile la conoscenza scientifica, a dispetto dell’inevitabile obsolescenza dei suoi contenuti, e che solo le opere scritte bene potevano passare alla posterità. La quantità di conoscenze, la singolarità dei fatti, le stesse scoperte non avevano la garanzia di essere immortali, ma, se lo stile con cui erano esposte, era elevato e nobile, allora l’autore sarebbe stato ammirato per sempre. Aggiungeva poi che tutte le nozioni, le scoperte, i fatti erano esterne all’uomo, ma che “lo stile era l’uomo stesso” e che solo lo stile gli avrebbe permesso di imprimere la propria impronta personale al suo pensiero [6].


Bibliografia essenziale

[1] Joseph Campbell: Mito e Modernità, Red Edizioni, Milano 2007

[2] David Shenk: Il Gioco Immortale, Mondadori Editore, Milano 2008

[3] Carlo Rovelli: La realtà non è come ci appare, Cortina Editore, Milano 2014

[4] Erwin Schrodinger: L’immagine del mondo, Bollati Boringhieri 2001

[5] Bhagavad-GitaIl Canto del Glorioso Signore, Edizione italiana a cura di Stefano Piano, San Paolo 2005

[6] Ivano E. Pollini: Il Fascino degli Scacchi, Amazon 2013


Ivano E. Pollini
Nato a Milano nel 1939, Ivano è stato per molti anni ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e professore di Fisica all’Università degli Studi di Milano dal 1980 fino al 2008. Iniziato agli scacchi all’età di 12 anni e appassionato giocatore, è diventato nel tempo studioso e interprete dello spirito del gioco in ogni sua manifestazione, dall’aspetto storico, filosofico e psicologico, fino a quello simbolico legato alla vita. Socio dell’Accademia Scacchi di Milano, è giocatore per corrispondenza dal 2011.

[Biografia ripresa dal blog di G.Pili]

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