La questione delle regole italiane: brevi cenni storici e speculativi (2)

Continuiamo la pubblicazione dell’articolo di Alessandro Rizzacasa con la seconda parte, che inizia un ragionamento speculativo sul rapporto fra regole e il valore simbolico degli scacchi per l’uomo in un’epoca storica in cui l’intelligenza artificiale ha fatto irruzione sulla scena.

[Qui la prima parte dell’articolo]

(Alessandro Rizzacasa)

2a

Gli scacchi sono un gioco simbolico e il loro fascino risiede nei significati profondi che assorbono e rilanciano. Dall’avvento dei software e delle macchine si è posta una questione, che oggi esplode in tutta la sua forza dirompente, sul valore di questo modo simbolico: è un assaggio della relazione tra macchine intelligenti, robot umanoidi (e non), androidi (o replicanti) da un lato e organismi intelligenti dall’altro, cioè noi.

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Una delle faccende che attira maggiormente la nostra riflessione è proprio il valore di questo mondo simbolico visto che i risultati delle macchine sono di gran lunga migliori di quelli che possono ottenere gli umani. Certo è una riflessione complessa e non basta la giusta osservazione fatta da tempo e cioè che, alla fine, il confronto sul piano del gioco tra una macchina e un umano è un non senso perché è come far gareggiare tra loro un sollevatore di pesi con un carrello elevatore: per quanto l’umano sia forte le sue caratteristiche (o limiti?) strutturali lo condannano ad essere impietosamente surclassato dal fork lift. Per molto tempo infatti siamo andati in giro a dire che mai e poi mai un computer avrebbe potuto sconfiggere un giocatore in carne e ossa e invece, nel giro di pochi decenni, questa convinzione sostenuta con puntiglio ha dovuto essere messa via. Le ragioni per cui stimavamo impossibile che una macchina potesse sconfiggere l’uomo dipendeva in gran parte dal valore che abbiamo sempre attribuito agli scacchi al di là della loro meccanica computativa, del calcolo puro e semplice, della visione precisa al millimetro dell’albero delle varianti, e via discorrendo; non potevamo ammettere cioè che venisse sconfitto il significato metaforico degli scacchi, quello che unicamente un umano, e non una macchina, può loro attribuire. Avremmo dovuto riconoscere, o almeno questa era la nostra paura profonda, che quel valore non aveva alcun peso nella effettiva essenza del gioco; per come sono andate le cose possiamo forse dire che si sono materializzati i nostri peggiori incubi. Inoltre dobbiamo tener conto di altri due elementi:

  • il gioco umano si è adattato a quello delle macchine e gli scacchi, teoria e pratica, si sono evoluti in una direzione indicata dai software e dalle “menti” artificiali
  • nella pratica internazionale i ritmi, le dinamiche, le relazioni, sono stati completamente ridisegnati dalla globalizzazione, dalla trasformazione dei giocatori in professionisti puri e il senso stesso del gioco così come l’abbiamo conosciuto sostanzialmente fino a Kasparov è scomparso. E quel senso era strettamente legato ai significati simbolici di cui sopra.

Fatto questo quadro torniamo alla questione delle regole e vediamo come vi si collochi.

2b

Nella storia degli scacchi la querelle delle regole italiane contrapposte a quelle che si sono poi universalmente accettate è appannaggio soltanto degli storici e probabilmente, anche quando venne vissuta, gli unici che ci tenevano eravamo, ovviamente, noi italiani: ne è prova il tentativo illusorio e per certi versi infantile di Luigi Centurini che nel 1878 andò fino a Parigi, dove si teneva un torneo che vide prevalere Johannes Zukertort (alla gara, dei grandi dell’epoca, erano assenti solo Paulsen e Steinitz), per proporre il riconoscimento internazionale della regola italiana del “passar battaglia” in cambio del riconoscimento italiano delle regole vigenti, corrispondenti a quelle odierne, della promozione in ottava e dell’arrocco.

La cosa nemmeno venne discussa e Centurini fu umiliato lasciandolo in anticamera e facendogli sapere per bocca di Jean Preti (un mantovano naturalizzato francese il quale ebbe in terra transalpina un ruolo non indifferente di commentatore e teorico) che le regole erano ormai quelle da decenni e il problema, dal punto di vista dello scacchismo europeo (e quindi mondiale), pertanto nemmeno esisteva.

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Jean-Louis Preti (a destra) gioca a scacchi con l’abate Philippe Durand, circa 1870

Centurini fece probabilmente ritorno con la consapevolezza che quel conflitto normativo esisteva solo nella mente degli italiani. Il verso che aveva preso la storia era dunque chiaro e chiaro appariva come solo noi fossimo rimasti attaccati troppo a lungo ad una visione superata dagli eventi. Quello però che oggi risulta interessante è riflettere su queste benedette regole italiane e verificare se abbiano qualcosa che giustificasse l’attaccamento di Dubois, l’amore, pur con dei distinguo, di Centurini, e un’idea interna, insufflata dal comunque prestigioso trio modenese, che possa evitare di relegarle nel dimenticatoio consentendo di riconsiderarle almeno sul piano speculativo.

L’arrocco e la presa al passo avrebbero potuto essere diversi da come sono: nulla sembrerebbe impedire di giocare con l’arrocco libero (cioè ponendo re e torre dove il giocatore meglio crede sul lato lungo o corto della traversa, rispettando ovviamente lo scavalco del Re da parte della Torre) o con quello “nel cantone” tanto caro a Dubois (vedi supra). Parrebbe proprio che il gioco si avvantaggerebbe con l’arrocco libero, aprendo questo maggiori possibilità di sviluppo e prospettive più articolate alla partita, rispetto alla fissità della regola odierna risalente a Philidor (probabilmente non otteniamo lo stesso risultato con l’arrocco nel cantone, anche se Dubois riteneva che così non fosse, tanto da provare a convincerne Steinitz).

Largamente preferibile sembrerebbe anche il “passar battaglia” all’en passant. Non a caso infatti Karl A. F. von Jänish [11], padre della scuola russa, lo inserì nel regolamento del Circolo di Pietroburgo escludendo la “presa al passo” così come anche oggi la conosciamo. Questo a motivo del fatto che l’en passant non ha una solida base concettuale. Infatti non è chiaro come mai non sia consentito al pedone che avanza di passare indenne accanto al pedone avversario e debba invece sottostare al suo eventuale capriccio di catturarlo. La presa al passo è una sorta di arbitrio consentito al pedone che arriva in quarta (ovvero quinta) traversa del campo avverso, arbitrio perché ha un fondamento soltanto apparente, scarsamente riconoscibile come tale, cioè come “apparente”, in quanto la mossa è consolidata dall’abitudine; se facciamo attenzione possiamo però notare quanto sia fragile, se non inesistente, la giustificazione del tratto. Perché è consentito? Perché è solo il pedone a godere del “privilegio” di catturare in quel modo? Per quale motivo non si lasciano correre i pedoni secondo la loro natura e non si applica la modalità di cattura in linea con il criterio utilizzato per tutti i pezzi, cioè la sostituzione nella casa in cui si trova la figura mangiata con quella che mangia? Infatti la presa al passo implica che il pedone catturante vada dove l’altro non c’è. L’unica motivazione vagamente plausibile è l’impressione che il pedone avanzante utilizzi una specie di sotterfugio per sottrarsi ad una possibile cattura; come un furbacchione che attende un po’ vigliaccamente il momento in cui l’avversario non ha la forza di nuocere; ma non è così: semplicemente fa ciò che gli è permesso dalle sue caratteristiche. L’introduzione di un principio come quello della “presa al passo” pone il pedone in una condizione di non completa omogeneità con la natura degli altri pezzi creando una frattura nella razionalità del mondo degli scacchi. veniamo ora alla regola più criticata e criticabile, quella del pedone sospeso.

Bisogna partire dall’articolo di Carlo Salvioli pubblicato sulla “Nuova Rivista degli Scacchi” nel numero di giugno del 1878 intitolato “Il pedone sospeso nel gioco italiano”. L’intervento di Salvioli, come sappiamo (ved. supra), innescò il percorso che condusse l’Italia ad allinearsi alle regole internazionali: l’attacco sferrato con l’articolo prendeva di petto il più discutibile dei postulati di Ponziani, quello, appunto, del pedone sospeso. Si trattava di una regola che faceva tutt’uno con quella della promozione in ottava, essendone a tutti gli effetti una conseguenza. Secondo Ponziani un pedone giunto all’ultima traversa può essere trasformato non in qualsiasi figura, ma solo in un pezzo che sia stato catturato dall’avversario. Il problema si pone in tutta evidenza nel caso che un pedone giunga a promozione quando nessun pezzo è stato preso; cosa succede allora? Ne consegue che il pedone rimane “sospeso”, cioè resta lì, in attesa, fuori gioco, intoccabile e inutilizzabile, finché l’avversario non cattura un pezzo consentendo a quel pedone di trasformarsi in quel pezzo. I cascami di questa regola o, se vogliamo, doppia regola congiunta, secondo Salvioli erano tali da renderla priva di senso e ritenere errato qualunque fosse il principio su cui si pretendeva fosse fondata. Per mettere bene in luce la contraddittorietà della conseguenze a cui dava luogo la regola, Salvioli prese ad esempio un problema di Giusto Adolfo Van Axel Castelli [12]. Sotto la posizione iniziale, quella finale e la soluzione.

Problema di Van Axel Castelli, posizione iniziale e finale
Soluzione: 1.Ch4+ Rf7 2.e6+ Re8 3.Dh5+ Rd8 4.De8+ Rxd8 5.pc8=D e Cxf6+++#

Come è possibile constatare nel momento in cui il nero è costretto a prendere la Donna avversaria firma la propria condanna a morte. Salvioli notò giustamente che se una regola impone sostanzialmente di auto-infliggersi la sconfitta non solo vìola formalmente la norma che vieta di mettere il proprio Re sotto minaccia, ma deve essere intrinsecamente errata.

Toccando sul vivo una delle consuetudini più radicate dei giocatori italiani sulla “Nuova Rivista degli Scacchi” si aprì una lunga discussione. Tralasciamo l’argomento risibile (anche se fu usato dallo stesso Dubois) che l’eventualità contemplata dal Salvioli, avendo possibilità minime di verificarsi, possa essere trascurata: è la contraddittorietà delle conseguenze prodotte dalla regola che la invalidano. Pur con l’entusiasmo che sospingeva i sostenitori del gioco all’italiana, dopo il colpo vibrato da Salvioli, non si riuscì a trovare alcuna via per restituire dignità al “pedone sospeso”.

Per questa legge di Ponziani vennero infatti suggeriti alcuni correttivi con cui si tentò inutilmente di salvarla, come considerare la trasformazione del pedone non nel momento in cui l’avversario prende il pezzo ma alla mossa dello schieramento a cui appartiene il pedone “promosso”, oppure che l’efficacia del pezzo cominci successivamente alla trasformazione (una, due, X mosse dopo). La regola non può essere accolta perché determina condizioni di gioco che confliggono con altre regole più profonde tra loro senza dubbio armonizzate.

(continua domani)

[Qui la prima parte dell’articolo]


Cinquantasettenne, figlio del match Spassky-Fischer, Alessandro Rizzacasa ha giocato a scacchi senza abbandonarli mai, ma solo di rado in competizioni ufficiali. II ctg. naz. a tavolino ha ottenuto i maggiori successi nell’Internazionale di Livorno, con un terzo posto nel 2010 e la vittoria nel 2011, ambedue nel torneo B. Ha al suo attivo alcuni articoli usciti sulla rivista “Torre&Cavallo” e alcune pubblicazioni edite dal Comune di Livorno; il lavoro più ampio è del 2009: “Gli scacchi nella storia di Livorno. Dal secolo XVI alla fine del XIX

[11] Teorico e giocatore russo (Vyborg, 11 agosto 1813 – Pietroburgo, 17 marzo 1872). Le date di nascita e di morte differiscono secondo le fonti; sono accreditate per la nascita anche 5/3/1813 e 11/3/1813; per la morte 7/3/1872. Finlandese di origine, iniziò la carriera militare raggiungendo il grado di maggiore e la proseguì fino al 1840; dopo cominciò ad insegnare meccanica razionale a Pietroburgo. Dedicò la vita alla matematica e agli scacchi. Tentò di fondere queste due discipline nell’opera Découvertes sur le cavalier (aux échecs) pubblicata a San Pietroburgo nel 1837 ma soprattutto nella grande trattazione in tre volumi Traité des applications de l’analyse mathématique au jeux des échecs, uscita sempre a San Pietroburgo nel biennio 1862/1863 in cui si occupò con energia del problema del ‘giro del cavallo’ proponendo una sua soluzione. Si recò a Londra per partecipare al torneo del 1851, ma giunse in ritardo. Sempre a San Pietroburgo, nel biennio 1842/1843, pubblicò un trattato sulle aperture in due volumi intitolato Analyse Nouvelle des ouvertures du jeu des Echecs. Come Petrov, Jänisch subì fortemente l’influsso di Philidor, infatti si dedicò molto a ricerche sulla Partita di Alfiere (1.e4 e5 2.Ac4) e sul Gambetto di Re, cioè i percorsi di ricerca maggiormente approfonditi dal grande giocatore francese. Jänisch però si interessò anche di impianti particolarmente aggressivi verso il pedone e4 nella Partita di Re. Studiò profondamente la Difesa russa ponendosi il problema se fosse possibile replicare all’attacco portato su e4 con Cf3, attraverso la simmetrica Cf6. Studiò la Difesa dei due cavalli giungendo a conclusioni non particolarmente favorevoli al nero. Nel 1849 propose la spinta del pedone f in f5 dopo 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3. Ab5, mossa che ha avuto una lunga e meritata fama. Sostenne la Difesa siciliana prima che questa risorsa del nero cominciasse ad essere considerato un sistema perfettamente giocabile e alternativo alla partita di Re, cioè prima, all’incirca, del 1870. Nella Partita Ponziani propose Cf6 dopo 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.c3. Dette il nome di Francese a 1.e4 e6 e di Partita del centro ad 1.e4 e5 2.d4. Fu in corrispondenza con molti teorici stranieri tra cui il nostro Luigi Centurini. Fondamentale, non solo dal punto di vista italiano, fu la sua opera per la regolamentazione del gioco Nouveau reglement du jeu, adopte en 1857 par la Societe des amateurs de ce jeu a Saint-Petersbourg en remplacement de son code d’echecs provisoire publie en 1854 in cui difese la regola italiana del passar battaglia.

[12] Teorico italiano del secolo XIX. Sconosciuti i dati relativi al luogo e alle date di nascita e di morte.; sappiamo però che era di terra trevigiana, probabilmente di Altivole, del quale fu sindaco dal 5 ottobre 1882 al 15 ottobre 1890. Fissò la sua residenza a Venezia e pubblicò problemi di sua composizione sulla Nuova Rivista degli Scacchi nel 1859. Nel 1861 curò una edizione de Il giuoco incomparabile degli scacchi di Domenico Ponziani, per la precisione la prima ed. veneziana eseguita sopra quella di Modena del 1782 ridotta a moderna lezione ed arricchita di molte annotazioni, uscita a Venezia per la ‘Tipografia del commercio’. Le aggiunte e gli aggiornamenti furono effettuati sulla scorta dell’Handbuch del 1858. Curò anche, in territorio extra scacchistico, L’economia rurale, di Marco Terenzio Varrone (Venezia, Tip. Dell’Ancora, 1884).

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