La questione delle regole italiane: brevi cenni storici e speculativi (3)

Alessandro Rizzacasa conclude la sua analisi completando la presentazione della “questione delle regole italiane” e tratteggiando lo scenario non più futuribile ma attuale delle intelligenze artificiali che assimilano le regole delle nostra costruzioni concettuali, scacchi inclusi, e ci superano in termini di risultati pratici. A noi resta però la decisione ultima (o forse la prima): definire le regole del gioco.

[Qui la prima parte e la seconda parte dell’articolo]

(Alessandro Rizzacasa)

3a

Gli scacchi sono frutto di diverse componenti: di una razionalità “matematica” e dunque di una logica aristotelica fondata sul principio di non-contraddizione, perché si sviluppano per linee geometriche in uno spazio geometricamente determinato, attraverso mosse scansionate da sequenze numeriche, per rapporti di forza quantificabili.

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Pezzi Shatranj in Thomas Hyde’s book (Mandragorias, seu, Historia shahiludii, 1694)

Ma sono anche frutto di una storia distillata simbolicamente: la posizione delle figure in funzione dello schema dell’antico esercito indiano, il valore e il movimento in relazione al loro grado o valore militare e/o sociale, i significati relativi alle forze oppositive, ai contrari, i rapporti di forza interpretati in relazione al genere e all’importanza delle figure ma anche il senso del rispetto, dell’obbedienza, della sottomissione, del sacrificio e dei loro contrari considerando la stratificazione sociale delle figure da un lato ma anche la loro uguaglianza dall’altro vigendo l’assoluta parità nelle possibilità di cattura reciproca (tutti possono mangiare tutti) o di mattare (tutti i pezzi possono mattare senza distinzione alcuna). La razionalità degli scacchi è fuori discussione però anche nel senso di Georg W. F. Hegel [13], ovvero secondo la famosa formula del filosofo tedesco “Il reale è razionale”, formula da interpretare non come idea che la realtà sia una costruzione priva di contraddizioni, ma che il reale non può che avvenire così come avviene in funzione dei processi complessivi che lo determinano. -Il reale è razionale-, dice Carlo Sini [14], “… significa che ciò che l’uomo può comprendere e concettualizzare della realtà è il suo movimento e processo, non le singole e accidentali determinazioni. La rivoluzione francese, per esempio, è razionale non perché i singoli soggetti umani abbiano agito in base a ragione, ma razionale è il prodotto del movimento storico complessivo, che non poteva attuarsi in modo differente da come è stato [15].” Negli scacchi la realtà è il processo, lo svolgersi, lo sviluppo e ne è anche la sua razionalità in quanto mondo. Ma è un mondo che emerge da una relazione dialettica tra la razionalità matematico-aristotelica e le passioni, le emozioni, la fantasia, il simbolico che possono essere estrapolati e compresi solo dagli esseri umani. Pertanto le regole italiane sull’arrocco (libero) e sul “passar battaglia” al posto dell’ en passant potrebbero prendere tranquillamente il posto di quelle attuali per la loro perfetta armonia con i principi di fondo degli scacchi.

Oserei anzi dire che avevamo ragione noi italiani a ritenere queste nostre declinazioni normative migliori di quelle internazionali perché più dense di possibilità in un caso e logicamente più fondate nell’altro. Solo la regola del pedone sospeso non è possibile venga accolta in quanto, come abbiamo visto, produce conseguenze inequivocabilmente contraddittorie.

Eppure un argomento a favore della norma italiana venne individuato e, pur insufficiente a rendere possibile un suo salvataggio, può scuotere l’idea di razionalità che sostiene l’attuale procedura prevista per un pedone giunto a promozione: se il mondo degli scacchi è stato creato con un Re, una Regina, due alfieri, due cavalli, due torri e otto pedoni, come si giustifica la possibile moltiplicazione dei pezzi? Se accettiamo la definizione iniziale della scacchiera a figure disposte, non sono contemplate unicamente quelle sedici? Questa idea ha una sua solidità. Il mondo così geometricamente strutturato degli scacchi sembrerebbe proprio non poter essere violato da una specie di capriccio, da una fantasia, da un salto quantico come quello che consente la creazione di due, tre, quattro Donne partendo da altrettanti pedoni arrivati in ottava. Non è come accettare l’idea di Dio che gioca a dadi?

Con questo orizzonte davanti è ovvio che la trasformazione di un pedone debba essere legata a quella della reintroduzione di una figura già catturata e non in funzione di una scelta discrezionale. I sostenitori delle regole internazionali, durante il lungo confronto che li tenne in serrato dibattito con i loro oppositori sulla Nuova Rivista degli Scacchi, sottolinearono come la trasformazione di un pedone doveva essere un premio assoluto, una vera e propria magia, una sorta di ri-creazione divina e solo garantendo la totale libertà di scelta sia di genere che di numero, se così possiamo esprimerci, si poteva considerare soddisfatta questa necessità. E l’armonia che deriva da questi postulati è la prova che così debba essere. Eppure permane l’idea che con questa disposizione “aperta” alla trasformazione qualcosa venga rotto nel mondo degli scacchi. C’è una sorta di affronto all’etica, alla natura del gioco, all’intero universo degli scacchi nella moltiplicazione delle figure: tre, quattro cavalli, due o più Donne sembrano il taglio di una lama sulla tela, lo scompaginamento di un ordine costituito “dato” e quindi sentito come se fosse un ordine naturale.

3b

Le considerazioni fatte sopra però sono forse vane, perché gli scacchi come congegno simbolico carico di senso filosofico sono assorbiti oramai dalla loro componente aristotelica secondo l’algida declinazione asettica e impersonale possibile solo a una macchina. I software ci hanno infatti surclassato e se è vero da un lato che le macchine possono essere paragonate ai carrelli elevatori che gareggiano con gli umani, trattano pur sempre un distillato concettuale che ci è proprio, o che riteniamo nostro proprio, di noi umani e la consapevolezza di questa appropriazione da parte dei computer non è possibile che sia completamente assorbita senza traumi, che siano o no riconosciuti oppure seppelliti, per utilizzare un termine psicanalitico, nell’inconscio.

Le caratteristiche di un computer scacchistico [16] gli permettono di superarci senza appello e con l’avvento di macchine ad apprendimento automatico come Alphazero [17] si prefigurano scenari di difficile e comunque poco rassicurante decifrazione. Pertanto abbiamo assistito alla nascita e al consolidamento di una figura di giocatore che ha perso una serie di significati da cui lo scacchista non si era mai separato fino alla globalizzazione: qualcuno p.es. rappresenta effettivamente una nazione o una nazionalità?

Incontri Fischer-Spassky, Reykjavík 1972 e Karpov-Korchnoj, Merano 1981

Non pare, essendo il modello vincente quello del professionista puro che accetta la residuale appartenenza a questa o quella federazione nazionale unicamente per ragioni economiche ma che fa parte sostanzialmente di un club elitario chiuso; pertanto non solo è oggi inimmaginabile un match come quello che oppose Spassky e Fischer o Karpov a Korchnoi per le profondissime implicazioni geopolitiche ed ideologiche che quei giocatori e quindi quei match rappresentavano, ma anche i duelli fra Capablanca ed Alekhine o Schlechter con Lasker, per tacere di tutti quelli di Steinitz, sono inconcepibili in ragione di una dimensione valoriale dell’individuo che è mutata, se non persa. E si è persa anche sul piano puro del gioco: l’allenamento e la ricerca attraverso le macchine ha tagliato via dalla pratica tutte le varianti dubbie, marginali, fantasiose, rilevanti più psicologicamente che dal p.d.v. del calcolo, così i giocatori di oggi sono diventati lastroni di ghiaccio e un giocatore come Tal sarebbe un controsenso.

AlphaZero

Conclusione

Le riflessioni precedenti sono state generate dal rimettere al centro della nostra attenzione le regole italiane, ponendole a confronto con quelle universalmente accettate ormai da oltre due secoli; questa operazione consente un’apertura di senso la quale, se non riconducibile ad una applicazione sul piano del gioco vivo, conferma gli scacchi come un dispositivo che chiama all’approfondimento, che sospinge all’indagine, che genera domande, un dispositivo che sollecita esattamente quanto di profondamente e inequivocabilmente umano è in essi rintracciabile: la dimensione filosofica che è, appunto, domanda. Ma se le macchine ci annientano il gioco ha forse in sé una verità che si impone e che prescinde da quanto noi ritenevamo costitutivo di quel gioco e cioè una rappresentazione del mondo, una visione, la richiesta d’indagine, il filosofico? Le macchine non fanno domande, hanno risposte, non creano orizzonti di significato perché ne sono inconsapevoli e agiscono per comparti chiusi. O almeno così sembra. Perché gli scenari attuali complicano tutto; sono scenari che riguardano il problema più ampio e centrale di un eventuale sviluppo di metapensiero da parte delle macchine e quindi di una loro autocoscienza. Alphazero è un “ente” che non ha alle spalle dei programmatori, un database, una serie di applicazioni interne integrate; è settato per imparare in proprio, da solo. Semplicemente giocando a scacchi ha acquisito in sole quattro ore (4 ORE) una forza di gioco che gli ha permesso di strapazzare il campione del mondo dei computer “tradizionali”, Stockfish, su 100 partite, con un risultato impressionante: 28 vittorie, 72 patte e 0 sconfitte (per approfondimenti su questo stesso blog https://unoscacchista.wordpress.com/2017/12/07/si-scrive-alphazero-e-da-oggi-cambia-tutto/). Ciò comporta che la profondità di analisi di questa “cosa” se, come è prevedibile, crescerà, prima o poi comincerà a sfuggire alle possibilità di comprensione degli umani. Se tale approccio si estenderà non sappiamo e non sapremo cosa diverranno le macchine autostrutturanti. Ci aspetta una qualche variante del futuro prefigurato da Asimov con “I robot”? O il futuro di “terminator”?

[Qui la prima parte e la seconda parte dell’articolo]


Cinquantasettenne, figlio del match Spassky-Fischer, Alessandro Rizzacasa ha giocato a scacchi senza abbandonarli mai, ma solo di rado in competizioni ufficiali. II ctg. naz. a tavolino ha ottenuto i maggiori successi nell’Internazionale di Livorno, con un terzo posto nel 2010 e la vittoria nel 2011, ambedue nel torneo B. Ha al suo attivo alcuni articoli usciti sulla rivista “Torre&Cavallo” e alcune pubblicazioni edite dal Comune di Livorno; il lavoro più ampio è del 2009: “Gli scacchi nella storia di Livorno. Dal secolo XVI alla fine del XIX

[13] Georg Wilhelm Friedrich Hegel (Stoccarda, 27 agosto 1770 – Berlino, 14 novembre 1831), filosofo; si tratta del rappresentante più significativo dell’idealismo tedesco. È autore di una delle linee di pensiero più profonde e complesse della tradizione occidentale, pensiero che segna una svolta decisiva all’interno della storia della filosofia.

[14] Carlo Sini (Bologna, 6 dicembre 1933) è un filosofo italiano. Ha insegnato filosofia teoretica presso l’Università Statale di Milano dal 1976 fino alla quiescenza.

[15] (http://www.oilproject.org/lezione/la-dialettica-hegeliana-cosa-significa-che-il-reale-e-razionale-2708.html)

[16] Non dipendere nella sua “riflessione” da aspetti psico-fisici, non soffrire stanchezza, non provare emozioni, non avere complessi di superiorità o inferiorità nei confronti dell’avversario, basarsi su dati oggettivi, aver acquisito la cosiddetta pattern recognition, cioè il riconoscimento di schema, essere fornito di reti neurali.

[17] Su Alphazero vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/AlphaZero

2 thoughts on “La questione delle regole italiane: brevi cenni storici e speculativi (3)

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  1. I miei complimenti ad Alessandro per questo suo lavoro elegante e mirabile, ricco di spunti affascinanti. Bravissimo.

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