David Ionovic Bronštejn: eccolo di nuovo!

(Riccardo M.)
Del grande David Bronštejn (19.2.1924 – 5.12.2006), inimitabile genio sovietico del secondo dopoguerra, allievo di Konstantinopolskij, abbiamo già parlato qui di recente, lo scorso 18 ottobre. Ma il successo avuto dall’articolo mi spinge ad approfondire meglio e di più la sua storia.

(Primo a destra, il quindicenne David al Palazzo dei Pionieri di Kiev, nel 1939)

Una nostra lettrice ci ha chiesto anzitutto se è vero che lui era solito riflettere mezz’ora prima della prima mossa di ogni partita. Beh, cara Giulia, in verità io me lo ricordo giocare veloce come un razzo, ma in simultanea contro di me, quindi non fa testo. Fanno testo invece le testimonianze di vari giocatori (ad esempio Salo Flohr) che ricordavano il succedersi (sporadico per fortuna!) di questo comportamento e fanno testo in senso letterale le parole di articolisti e autori, quali, ad esempio, quelle di H.C. Schonberg nel suo “Grandmasters of Chess”, 1972:

Bronštejn era un giocatore audace, brillante, innovatore, un po’ nello stile del giovane Keres. Per un certo periodo fu chiamato “il genio degli scacchi moderni”. Era anche un giovanotto esuberante, vivace, innamorato degli scacchi, diverso in tutto e per tutto dal pacato, taciturno e patologicamente sospettoso Botvinnik. Anche Bronštejn, tuttavia, aveva le sue stranezze. A volte sembrava in trance. In una partita contro Boleslavskij fissò la scacchiera per cinquanta minuti prima di fare la prima mossa”.

Non vorrei però che adesso ci si soffermasse troppo su particolari curiosi sì, ma minori e poco significativi, della vita e del gioco di questo campione, che io personalmente considero il “più grande-non-campione del mondo” di tutte le epoche. E poi, più che per tali particolari, David va ricordato, oltre che per il gioco, dove raggiunse vette sublimi, anche per essere stato uno scrittore di successo: restano ad esempio famosi il suo libro sul “Torneo dei Candidati di Zurigo 1953″, “L’Art du Combat aux Echecs” (1986) e “L’apprendista stregone” (2003), nel quale ultimo David, da leggendario artista e stregone della scacchiera, prende per mano il lettore invitandolo a diventare, appunto, suo apprendista.

Una delle sfortune di Bronstejn fu il fatto che la sua carriera iniziale fu frenata dalla seconda guerra mondiale: lui nel 1938 (a 14 anni) aveva infatti vinto il campionato degli studenti a Kiev e a 16 anni fu 2° nel campionato ucraino, ottenendo il titolo di maestro e la qualificazione al Campionato assoluto dell’URSS. La vittoria al torneo di Saltsjobaden 1948, imbattuto con p. 13,5 su 19, avrebbe confermato in pieno il suo valore. Quello di Saltsjobaden fu il primo Torneo Interzonale della FIDE, e Bronstein mise in fila tutti i migliori giocatori dell’epoca: Szabo, Boleslavsky, Kotov, Lilienthal, Bondarevsky, Najdorf, Stahlberg, Flohr e i tre slavi Trifunovic, Pirc e Gligoric. E questo successo venne confermato dal primo posto ex-aequo nei Campionati Sovietici 1949 e 1950 e dalla vittoria nel Torneo dei Candidati del 1950.

Io, più che la sua aneddotica non-velocità di pensiero, ricordo perfettamente che quel giorno che lo incontrai a Roma, in Piazza Navona, ebbi, in quei pochi minuti, dal suo sorriso, dal suo atteggiamento e dalla stretta di mano iniziale e finale, la forte sensazione di avere di fronte a me una persona speciale in ogni senso, una persona decisa ma corretta, nobile e gentile soprattutto.

Mi rafforzai anche nella convinzione che Bronštejn fosse stato il vincitore morale di quel famigerato match mondiale del 1951, un mondiale che, finito con 5 vittorie per parte e 14 patte, lasciò ingiustamente il titolo di Campione del mondo a Botvinnik.

David-Bronstein-3

La verità è che il genio di Bronštejn venne sottoposto, nei due mesi precedenti quel famoso e sfortunato match, ad uno stress continuo da parte di un avversario diffidente o in cattiva fede, avversario che fece di tutto per attaccarsi ai minimi dettagli del regolamento e volerli cambiare. Botvinnik pretese, ad esempio, che la eventuale “mossa in busta” dovesse essere scritta su due fogli diversi, inserita su due buste diverse e consegnata a due arbitri diversi. Bronštejn dovette cedere praticamente su tutto, ma la sua freschezza mentale ne uscì di certo un pochino scalfita.

Di lui ha parlato anche il nostro Ivano Pollini in “The Chess Mind” (Milano, maggio 2014), con riferimento al seguente intervento del campione ucraino che si ebbe alla Conferenza “Scacchi al Computer” tenutasi a Maastricht nel 1996:

I computer hanno ormai raggiunto un livello di intelligenza tale da procurare serie difficoltà ai grandi maestri. Si crede che il computer sia uno scacchista di grande forza, ma in realtà è molto di più: nelle prime mosse d’apertura e in molti finali si deve affrontare un super grande maestro. Nel confronto con un computer non tento nemmeno di calcolare le varianti, poiché sarei ben presto sopraffatto, ma cerco una mossa utile alla mia posizione. I grandi maestri non giocano per singole mosse, ma per singoli piani di gioco che coinvolgano il maggior numero di pezzi possibile, facendoli cooperare efficacemente. L’intuito e l’esperienza mi hanno insegnato che, per quanto il computer calcoli migliaia di varianti, non è sempre detto che scelga la variante migliore. Questo perché il risultato dei suoi calcoli non è mai l’equivalente di un piano accurato. Vorrei concludere sottolineando la mia convinzione che il cervello umano sia ancora uno strumento più efficace dei più potenti calcolatori moderni, poiché si affida all’intuizione.

Ma vediamo cosa lo stesso Ivano Pollini scrive nel suo ultimo lavoro (“Scacchi nel tempo e nello spazio“, Amazon 2018) riguardo quel celebre match del 1951:

“Bronstein aveva sposato (in terze nozze, n.d.A.) Tatiana, la figlia del collega e amico Boleslavsky. Tatiana Boleslavskaia, professoressa di Storia e di Teoria della Musica, ci ha lasciato il seguente ricordo sul Campionato del mondo del 1951: “Bronstein non amava parlare del match con Botvinnik, un giocatore che, a suo parere, non era così bravo come veniva presentato. Il match finito in parità aveva mostrato al mondo intero il grande talento di Bronstein, che aveva dimostrato di essere uno dei più forti grandi maestri del mondo. Bronstein, dopo aver perso la ventitreesima partita, aveva pareggiato l’ultima partita, permettendo a Botvinnik di mantenere il titolo”. Sulle voci riguardo all’esito del match che aveva visto Bronstein in vantaggio di un punto fino alla ventiduesima partita, lo stesso Bronstein aveva dichiarato nel suo libro “L’apprendista stregone” (2003) di essere stato assoggettato a forti pressioni psicologiche, ma di essere stato lasciato libero di giocare secondo la sua volontà. Tuttavia, aveva aggiunto alcune considerazioni sull’atteggiamento di Botvinnik: “Quando Botvinnik, nel 1963, aveva perso il titolo con Petrosjan, avrebbe dovuto giocare il torneo dei Candidati nel 1965, ma si era rifiutato di farlo poiché considerava suo diritto giocare il match di rivincita contro Petrosjan. Botvinnik aveva insomma inventato un sistema di qualificazione per gli altri, ma non per sè stesso! E non si era neppure vergognato che in cinque match aveva pareggiato due volte senza vincerne nemmeno uno”.

Il match del 1951 aveva richiamato l’attenzione di Ivano Pollini anche nel suo precedente lavoro “I grandi giocatori di scacchi – da Botvinnik a Kasparov“, Amazon 2016).

Leggiamo insieme: “Bronstein e Botvinnik erano molto diversi. Botvinnik era serio, concentrato, appariva raramente in pubblico e amava prepararsi nella tranquillità della sua casa. Bronstein, al contrario, amava la confusione dei club, giocava lampo ogni sera, era tutto nervi e immaginazione. Bronstein era un temibile attaccante, il cui stile di gioco produceva attacchi che provenivano direttamente dalle aperture, in modo simile a quanto avrebbe fatto poi Tal. Giorni di analisi, e notti passate a giocare partite lampo, avevano fatto di Bronstein un giocatore molto esperto, un notevole psicologo e un formidabile avversario, interessato soprattutto al valore tattico delle mosse.
Nel match contro Botvinnik, che non aveva giocato per tre anni e mancava di pratica, Bronstein aveva trovato un terreno fertile per i suoi esperimenti tattici e psicologici. Bronstein giocava le stesse aperture che giocava Botvinnik, in modo da metterlo di fronte a situazioni psicologicamente nuove e difficili. Inoltre, grazie alla sua esperienza di
giocatore lampo, all’inizio della partita faceva mosse moderatamente forti e cominciava a introdurre forti minacce nel centro-partita, dopo trenta-quaranta mosse, quando entrambi i giocatori erano a corto di tempo.
Il match si trasformava così in una battaglia estremamente tesa e complessa, ma mentre Bronstein si trovava durante il “time trouble” come un pesce in acqua, Botvinnik, di fronte alle tattiche psicologiche dell’avversario, e confrontato coi suoi stessi sistemi di gioco, era arrivato sull’orlo dell’abisso.
Botvinnik era riuscito a salvarsi solo per il fatto che Bronstein non giocava molto bene i finali, una debolezza che gli aveva fatto perdere alcuni punti importanti.
Alcuni sorprendenti episodi si erano verificati nel corso del match mondiale, considerato come uno dei match più duramente combattuti. Nella sesta partita Bronstein, che con una mossa di Cavallo (57. Ce6+ e 58. Cd4) poteva obbligare Botvinnik a lottare per la patta, gli aveva invece permesso di promuovere il pedone e3 ed aveva perso la partita. Ancor più impressionante era stato il fatto che, nella nona partita del match, Botvinnik, con una Torre di vantaggio, non era riuscito a vincere la partita! Infine, nella diciasettesima partita, Botvinnik aveva regalato un Cavallo (35. Cf6+? Dxf6) al suo avversario con una semplice svista.
Tali vertici di inettitudine, raramente raggiunti in un match mondiale,sono stati spiegati solo invocando una tensione nervosa insopportabile e una forte crisi psico-fisica dei giocatori”.

Nello stesso lavoro Ivano ci ricorda che “….Bronstein era un pioniere nel campo delle aperture ed aveva reso popolare la Difesa Indiana di Re“. E, a proposito dell’Indiana di Re (e non solo), richiamiamo qui le amorevoli e indimenticabili parole (Minsk, febbraio 2009) che scrisse la terza ed ultima moglie di David, Tatiana Boleslavskaia:

“L’incontro con David è stato l’evento principale della mia vita, la felicità per me. Non ho conosciuto una persona migliore, più gentile, più nobile di lui…. Per David gli scacchi erano tutto…. Nel suo archivio ha lasciato tantissimi fogli, nomi e appunti per libri futuri che non scrisse mai. Nella sua vasta biblioteca di scacchi non c’era un solo volume che non fosse accompagnato da sottolineature, giudizi e commenti. Tutti sono stati letti, riletti e reinterpretati per dozzine di volte. Una volta disse amaramente: “Quando morirò, dietro di me lascerò per sempre un enorme serbatoio di cultura scacchistica “. E così fu. …. Quando David stava morendo, colpito da un ictus, restò quasi paralizzato, ma riusciva a parlare. Una settimana prima della sua morte, per capire come stesse, gli feci alcune domande: quale fosse il suo nome, il nome di Botvinnik, quello di Tal. Lui rispose. E poi, non so perché, improvvisamente gli chiesi: “E chi ha giocato nel modo migliore la difesa Indiana di Re?” E David sussurrò: “Geller”. “E tu?” – “Io? .. No, non io …”

Gli ultimi anni della sua vita non sono stati facili. I cambiamenti causati dal crollo dell’URSS furono un duro colpo per lui. Comprese l’inevitabilità di quello che era successo, ma non riuscì ad accettarlo. Il paese in cui aveva vissuto spariva, come Atlantide. E lui insieme ad Atlantide. E poi David era dolorosamente preoccupato per la morte di quegli scacchi romantici che aveva giocato per tutta la vita e che gli diedero la  fama. Nei nuovi scacchi – freddi, duri, pragmatici – David non aveva posto. … 

David è morto il 5 dicembre 2006 verso mezzogiorno. Ho tenuto la sua mano fino all’ultimo momento, anche se non mi riconosceva più. Lo seppellimmo nel vecchio cimitero di Minsk, a dieci metri dalla tomba di mio padre, il grande maestro Isaac Boleslavsky. Quanto imperscrutabili sono i percorsi dei destini umani … Le due stelle nascenti degli scacchi sovietici, amici fin dagli anni ’30 in Ucraina, potevano supporre che il loro ultimo rifugio terreno li avrebbe visti quasi a fianco e nella terra di Bielorussia? … Nello scegliere il monumento per David, ho poi cercato qualcosa che, a mio parere, lo distingueva nel mondo degli scacchi. Ed allora sulla stele di marmo nero, nell’ovale di una corona di alloro, volli porre il profilo di un cavallo degli scacchi. Non ho scelto apposta un re o una regina (David non era un monarca degli scacchi, né ufficialmente né per la sua indole), ma il cavallo sì, mi pareva la figura più inaspettata e sorprendente negli scacchi….” 

Bravissima, Tatiana. Vogliamo dedicare ancora un ultimo omaggio al grande David Bronštejn mostrandovi qui una sua mossa bellissima giocata nel 1965 contro l’estone Vladas Mikenas.

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(V.Mikenas-D.Bronstejn, Campionato URSS 1965)

24…. Txa3!! e 0-1. E’ una mossa, forse anche semplice da vedere, che contiene tutto il meglio del nostro gioco: la Torre in a3 non solo attacca contemporaneamente Donna e Torre avversarie, ma, visto che il pedone b2 è inchiodato, devia contemporaneamente uno dei due pezzi bianchi dal duplice controllo, essenziale, della prima traversa. Lezione tattica: se non lasciate per tempo una “finestra” al vostro Re, correrete sempre dei bei rischi!

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(geniale David!)

Un omaggio a David Bronstejn ben più importante del nostro  fu quello del Campione mondiale Tigran Petrosian, che un giorno disse così di lui: “I giocatori delle nuove generazioni pensano che gli scacchi moderni siano nati con l’Informatore Scacchistico, ma quelli della mia generazione sanno che sono nati con David Bronstejn“.

N.B.: Debbo un sentito ringraziamento all’amico Ivano Pollini, con il quale molto volentieri ho potuto scrivere (in pratica “a 4 mani”!) il presente ricordo di David.

(Tutte le foto sono tratte da Chesswood.ru)

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