Il mistero e la bellezza di Esteban Canal
Esteban Canal (Fonte chess[dot]com/es]
(Massimo Cecchini)
Esistono figure, nella storia degli scacchi, che sfuggono a qualsiasi riduzione numerica; anime rare che non si lasciano contenere in una colonna di punteggi né in un freddo elenco di tornei vinti. Esteban Canal appartiene a questa ristretta schiera. Per quasi un secolo ha incarnato l’archetipo del filosofo che, nella geometria della scacchiera, cerca — e talvolta scorge — una risposta al caos del mondo.
La sua vita è avvolta da un’aura quasi leggendaria che parte dall’incertezza stessa delle origini. Ufficialmente, Canal nacque a Chiclayo, in Perù, il 19 aprile 1896, in una famiglia benestante, come riportato da fonti autorevoli. Tuttavia, numerose versioni alternative contribuiscono ad alimentare il mistero: alcune pubblicazioni lo indicano nato nel 1897; sulla sua lapide compare il 1893; altre testimonianze lo descrivono figlio di padre peruviano e madre spagnola, nato forse in mare durante il viaggio verso il Perù, o addirittura a Santander, in Spagna. Lo stesso Canal, in più occasioni, lasciò intendere di essere nato qualche giorno prima della data ufficiale e non in Perù, bensì in Spagna. Un’incertezza che sembra riflettere perfettamente la natura sfuggente e cosmopolita del personaggio.
Trascorse l’infanzia nella terra degli Incas, esperienza che ne plasmò profondamente il carattere: rimase peruviano nell’anima, pur vivendo a lungo in Europa, soprattutto in Italia. Spirito libero e autentico cittadino del mondo, condusse un’esistenza avventurosa. Nel 1909, a soli tredici anni, abbandonò la casa paterna per raggiungere l’Europa, dove proseguì gli studi tra Spagna e Francia. Dopo un periodo in Belgio, si stabilì in Germania nel 1914 per studiare medicina: fu lì che apprese il gioco degli scacchi. Già nel 1916, secondo fonti dell’epoca, vinse un torneo magistrale a Lipsia, imponendosi su diversi maestri locali.
Il suo percorso accademico si interruppe a causa di contrasti familiari, costringendolo a cercare lavoro. Fu così che si avvicinò al giornalismo, affermandosi rapidamente come collaboratore apprezzato da riviste spagnole e ispanoamericane.
Nel 1917 si trasferì a Zurigo, dove affrontò maestri affermati come Richard Teichmann e Hans Johner, ottenendo buoni risultati. Il suo temperamento bohémien e le simpatie per il movimento anarchico gli procurarono però non pochi problemi, fino all’espulsione dalla Svizzera.
Nel 1921 giunse per la prima volta in Italia, portando con sé non solo un talento cristallino ma anche una dignità d’altri tempi. Dotato di uno sguardo che penetrava la posizione in profondità, sapeva cogliere trame combinative là dove altri percepivano soltanto una materia inerte e priva di possibilità.
A Viareggio conobbe il marchese Rosselli del Turco, con il quale disputò un match equilibrato. Trovò l’Italia accogliente e vi si stabilì per alcuni anni, principalmente a Torino, dove incontrò Alekhine. Si racconta che una loro partita impressionò profondamente il futuro campione del mondo, il quale lo incoraggiò a dedicarsi seriamente ai tornei: fu proprio Alekhine a riaccendere in Canal l’entusiasmo agonistico. Nonostante ciò, fedele alla sua indole errante, continuò a spostarsi tra diverse città italiane, rimanendo sempre un “peruviano d’Italia” che scelse la nostra lingua per esprimere i propri pensieri più profondi.


Definire il suo stile di gioco è impresa ardua: era un attaccante, ma il suo non era un attacco brutale, bensì una danza. Apparteneva a un’epoca in cui lo scacchista cercava la Verità e la Bellezza oltre al risultato. Il suo gioco, aggressivo e combinatorio, era altamente creativo e spesso rischioso, soprattutto nel mediogioco, qualità che gli valsero il soprannome di “ultimo dei romantici”.
Per Canal, la tattica non era mera costruzione estetica, ma uno strumento dinamico: serviva ad alimentare la tensione, a creare opportunità, a sfruttare ogni minima debolezza dell’avversario. Amava definire il proprio stile con ironia: «Durante le partite salto dalla finestra e solo alla fine scopro se sono atterrato in piedi».
La dimensione psicologica era centrale nella sua concezione del gioco. Parlava di “veleno” per descrivere quella capacità di destabilizzare l’avversario, di minarne la sicurezza mentale. In un’intervista del 1935 spiegò che non basta la tecnica: ciò che conta è il dominio psicologico, sostenuto da carattere e spirito combattivo, qualità che — a suo avviso — prevalgono su uno studio freddo e privo di passione.
Fu anche un fine teorico, contribuendo con idee originali a diverse aperture. Tra queste spiccano varianti che portano il suo nome, come nella Difesa dei Due Cavalli (1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Cf6 4.d4 e:d4 5.0-0 C:e4 6.Te1 d5 ed ora 7.Cc3 – giocata per la prima volta a Trieste nel 1923), nella Partita Italiana (1. e4 e5 2. Nf3 Nc6 3. Bc4 Bc5 4. d3 Nf6 5. Nc3 d6 6. Bg5) e in una audace variante del Gambetto di Donna, giocata per la prima volta a Venezia nel 1948 contro Tartakower, tutte caratterizzate da spirito combattivo e ricchezza di risorse tattiche. Per lui, la teoria non era mai fine a sé stessa, ma uno strumento al servizio della lotta.
Canal visse la vita come un’esperienza da assaporare pienamente: viaggiare, conoscere, immergersi nelle culture. La sua carriera fu quindi intervallata da lunghi periodi lontani dalle competizioni. Generoso, brillante conversatore, dotato di umorismo sottile, affrontò l’esistenza con un raro romanticismo.
In torneo era un combattente instancabile: i suoi pareggi erano sempre il frutto di lunghe battaglie, mai accordi superficiali. Spesso rimase in corsa per la vittoria fino all’ultimo turno.
Debuttò a livello internazionale nel 1923 a Trieste, dove si classificò secondo, battendo il vincitore del torneo, lo svizzero Paul Johner, e superando numerosi maestri del calibro di Frederick Yates, Siegbert Tarrasch, Rosselli del Turco e Lajos Asztalos. Nel 1926, a Merano, condivise il secondo posto con Rudolf Spielmann e Dawid Przepiorka.
Nel 1929 prese parte al prestigioso Torneo di Carlsbad, autentico “supertorneo” che riuniva, con la sola eccezione di Lasker e Alekhine, i migliori scacchisti del mondo. In un campo di ventidue maestri di altissimo livello, Canal — allora pressoché sconosciuto e privo di un significativo palmarès internazionale — conseguì un notevole decimo posto ex aequo con il lettone Hermanis K. Matisons, totalizzando 10,5 punti, pari al 50% del punteggio complessivo, a confronto con una vera costellazione di campioni. Questo risultato lo proiettò in una posizione di rilievo: insieme a Capablanca, fu l’unico rappresentante degli scacchi latini in un contesto dominato da giocatori di scuola sassone e slava. In classifica riuscì inoltre a precedere maestri del calibro di Maroczy, Colle, Tartakower e Marshall. Tra le sue prestazioni più significative nel torneo si ricordano il pareggio con Capablanca e quello con Nimzowitsch, vincitore della competizione, la brillante vittoria su Paul Johner — premiata con un riconoscimento di bellezza — e il successo ottenuto contro Spielmann.
Dopo alcuni anni di pausa, tornò a competere con successo negli anni Trenta, vincendo tornei importanti. Nel dopoguerra, ormai stabilitosi in Italia, ottenne risultati di rilievo in competizioni nazionali, tra cui la vittoria a Reggio Emilia nel 1947 e a Venezia nel 1953.

Superati i cinquant’anni, non rinunciò a misurarsi anche in competizioni internazionali: nel 1948 partecipò al torneo di Bad Gastein, dove concluse al sesto posto, pattando tra l’altro con il giovane Pál Benko; nel 1951 fu a Madrid; nel 1954, a Zurigo, ottenne una significativa vittoria contro l’ex campione del mondo Max Euwe; infine, nel 1963 prese parte al torneo B di Hoogovens a Beverwijk, l’odierna Wijk aan Zee.

Ebbe l’onore di rappresentare, per la prima e unica volta, il proprio Paese alle Olimpiadi degli scacchi del 1950, disputate a Dubrovnik, nell’allora Jugoslavia. Schierato in prima scacchiera, prese parte a 15 incontri, ottenendo 1 vittoria, 6 pareggi e 8 sconfitte.
Nel corso della sua carriera affrontò i più grandi campioni del suo tempo, raggiungendo un posto tra i primi dieci al mondo secondo le ricostruzioni storiche.
Ricevette il titolo di Maestro Internazionale nel 1950 e, nel 1977, grazie all’interessamento della nostra Federazione, quello di Grande Maestro onorario, diventando il primo peruviano a ottenere tale riconoscimento.
Tra le sue partite più celebri figura la cosiddetta “Immortale Peruviana”, giocata in simultanea nel 1934 contro un giocatore sconosciuto: un capolavoro in miniatura, in cui sacrificò entrambe le Torri e la Donna e, servendosi dei due Alfieri, concluse dopo sole 14 mosse con lo schema tipico del matto di Boden.
Questo capolavoro fu celebrato da importanti autori, che lo considerarono degno di affiancarsi ad altre celebri partite della storia.
Fred Reinfeld, un prolifico e stimato scrittore di scacchi, dedicò il seguente commento in uno dei suoi libri: «Quando Anderssen sacrificò due torri, la donna, ecc., contro Kieseritzky, il risultato finale fu descritto come la “Partita Immortale”. Sebbene molti altri abbiano in seguito rivendicato questo titolo, quest’altra perla, in cui Canal impiegò poco più di cinque minuti, non è l’unica a meritarlo. Questa partita ha la brillante qualità di un’improvvisazione di Liszt: è una versione in miniatura della Partita Immortale.» (Chess: Win in 20 Moves or Less)
Lo scrittore e scacchista statunitense Irving Chernev scrisse: «In 13 mosse Canal sacrifica entrambe le Torri e la Donna – e dà matto alla quattordicesima mossa! … Un uomo potrebbe giocare un milione di partite a scacchi e mai replicare l’impresa di Canal.» (Wonders and Curiosities of Chess, Dover Publications, 1974, pp. 142).
Canal – N.N.
Budapest 1934
Difesa Scandinava
Come autore e giornalista, lasciò un’impronta significativa con numerosi articoli pubblicati su L’Italia Scacchistica e su altre riviste specializzate e, in particolare, con il libro Strategia d’Avamposti (1949), considerato un’opera fondamentale per generazioni di scacchisti.
Esteban Canal — scacchista, poliglotta, viaggiatore instancabile, uomo colto e raffinato, spirito libero e grande narratore — si spense il 14 febbraio 1981, all’età di 84 anni, a Cocquio.

«Credo che fosse incapace di serbare rancore e che, anche quando subiva qualche delusione, non lo desse mai a vedere. Talvolta, tuttavia, manifestava la propria amarezza di fronte all’ingiustizia, protestando con voce ferma… Questa era l’essenza del suo carattere: ribelle, sì, ma con la purezza di uno spirito libero; gentile, con la nobiltà di chi comprende, perdona e dimentica; al tempo stesso astuto, ingenuo e altruista, ma anche incisivo, ironico e preciso nei suoi giudizi… un’anima limpida, pura, trasparente e sincera.»
A centotrent’anni dalla sua nascita, l’eredità di scritti e sfide che ci ha trasmesso brilla ancora di luce propria, pronta a ispirare nuove e vecchie generazioni di appassionati. Ricordare la sua figura significa onorare un’etica sportiva quasi sbiadita dal tempo: quella dell’amatore autentico, che trova nella passione la sua unica e nobile ragione d’essere.
Massimo Cecchini è nato a Vigevano (PV) nel 1966. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Economia, ha ripreso a cimentarsi nei tornei e al termine del 2008 ha conseguito la 1^ categoria nazionale. Istruttore FSI dal 2006, ha insegnato e insegna il gioco alle giovani generazioni. Da sempre appassionato della storia di questo gioco.