L’ultima ora

(Fabio Lotti)

Riprendo e ritocco un pezzo scritto molti anni fa su un personaggio che mi fece commuovere.

Non voleva dormire sul letto e non voleva uscire. Se ne stava tutto il giorno rinchiuso nella sua cameretta di un istituto per anziani. Seduto su una sedia con una piccola scacchiera sopra le ginocchia e lo sguardo fisso nel vuoto. A ondate i pensieri entravano ed uscivano nella mente senza un ordine preciso, come lampi luminosi in un cielo di tenebra. Ricordi, passioni, gioie e dolori della sua vita che lo avevano tormentato e sfinito. Il volto sardonico di Salwe che lo batte per la prima volta, la frase secca di Bernstein “Non hai abbastanza talento” che riecheggia cupa nel suo animo. Ma gliela aveva fatto vedere a tutti e due di che pasta era. Sconfitto il primo, sbugiardato il secondo.

Quel giorno, però, si sentiva più debole e anche i ricordi più belli non riuscivano a sollevarlo. Ogni tanto muoveva i pezzi sulla piccola scacchiera come un automa, quasi a ripercorrere una vecchia partita.  Poi rialzava lo sguardo e spalancava gli occhi forse per vedere anche in un tempo più remoto. Il padre ebreo morto prima della sua nascita, dodicesimo figlio di una troppo numerosa tribù, la madre che non ce la fa e lo affida al nonno. Povertà, miseria, disperazione in quel ghetto di Staviski sotto il tallone della Russia zarista. Le mani che tremano, il volto che si contrae, una piccola lacrima che scorre lungo la guancia.

Gli scacchi come riscatto. Li aveva incontrati a sedici anni. Aveva visto giocare due compagni di scuola e se ne era innamorato. Come se li conoscesse da sempre, come se facessero parte della sua stessa natura. Grande anno quel…la data gli sfuggiva ma un po’ di emozione riuscì ad entrare nel suo corpo sempre più freddo. Era arrivato primo ex aequo insieme con il campione del mondo Emanuele Lasker! Un impercettibile sorriso affiorò sulle labbra. Ce l’aveva fatta. Aveva scalato tutti gradini che portavano al punto più alto. Ora non restava che affrontarlo. La sfida al trono se l’era guadagnata con la sua passione, il suo impegno, il sudore della fronte. Ma…ma…riabbassò la testa sulla scacchiera, accarezzò i pezzi uno per uno. Ma…c’era quel ma che lo aveva seguito per tutta la vita. Non solo allora quando Lasker aveva preferito incontrare prima Janowski e poi Schletchter e ancora Janowski. Anche in seguito quando al suo posto era stato scelto Capablanca. Eppure aveva lottato, si era imposto all’attenzione del mondo scacchistico in tanti tornei. Eppure…eppure…

E poi era arrivata la guerra. Si agitò, strinse più forte il Cavallo che aveva in mano, la sua bocca ebbe una smorfia. Maledetta guerra! Istintivamente voltò lo sguardo da un’altra parte. Verso la finestra. Fuori c’era un bel sole marzolino ma faceva freddo lo stesso. Non un alito di vento. Silenzio e freddo. Poi tornò a fissare la scacchiera. Maledetta guerra e maledetto anche Alekhine, il nuovo miracolo degli scacchi che lo aveva messo in ombra! Ma no… Alekhine non c’entrava nulla, come gli altri prima di lui che gli avevano soffiato il posto di sfidante. Non c’entravano nulla. Il male era suo. Suo e basta. Troppo solo, troppo schivo, troppo appartato. Lo infastidivano perfino le apparizioni pubbliche. E per arrivare al dunque c’era bisogno di amicizie, di collegamenti, di contatti. Fece un gesto di stizza verso se stesso allargando le braccia. Il Cavallo cadde sul pavimento facendolo sussultare. Già…il Cavallo, l’Alfiere…i pezzi dei suoi finali…eh lì a quel punto della partita era forte davvero, si sentiva imbattibile, nemmeno Lasker che non lo aveva voluto sfidare poteva stargli alla pari. Chissà, forse Capablanca…

Era rimasto solo. Ripensò un attimo alla moglie che lo aveva abbandonato già da molti anni, ripensò ai figli, uno lontano, lontano in…dove non si ricordava più, l’altro era venuto a trovarlo fino …fino a…Scosse impercettibilmente la testa. Solo, era rimasto solo. Fece per raccogliere il Cavallo ma in quel momento le forze lo abbandonarono. Gli sembrò che una luce si avvicinasse verso di lui, una luce intensa che lo avvolse. Insieme a questa luce gli sembrò di salire in alto, sempre più in alto…Gli sembrò di ritrovarsi in una grande sala bianca gremita da un folto pubblico che sorrideva e applaudiva senza  rumore. In fondo alla sala un palco, sopra il palco un tavolo con una scacchiera. Davanti al tavolo un uomo con i baffi che fumava un sigaro le cui volute di fumo erano anch’esse bianche. Si avvicinò. Salì i gradini che portavano al palco. Represse un groppo che gli saliva in gola. Era…era…era lui, il campione del mondo che gli porgeva la  mano e lo invitava a giocare. Si sedette e incominciarono la partita.

Il Grande Maestro Akiba Rubinstein esalò l’ultimo respiro il 14 marzo 1961.

[L’immagine di apertura è del 1918, dal match Rubinstein-Schlechter giocato a Berlino]


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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