Scacchi italiani sulla retta via

(Franco Pratesi)
Quando in una delle tante lettere ad Adriano Chicco, per me maestro di storia e bibliografia scacchistica, accennavo che stavo ottenendo risultati promettenti sulla storia dei giochi di carte, non ottenevo un incoraggiamento a proseguire quelle ricerche. Passare dagli scacchi alle carte era come tradire una missione, come abbassarsi a un livello incomparabilmente inferiore.

[Le fotografie in questo post sono di Shawn Landersz]

Forte di quella esperienza, posso facilmente immaginare che il re dei giochi mantenga ancora oggi incontrastato il suo posto sul trono. Eppure, se ripenso a quegli anni, la situazione a me appariva proprio ribaltata: un confronto in particolare fra i collezionisti degli scacchi e quelli delle carte da gioco ai miei occhi risultava nettamente a vantaggio dei secondi. Mi sembrava che gli scacchisti non avessero ancora sentore della rivoluzione che era necessario introdurre nelle loro selezioni e che soprattutto Sylvia Mann (con pochi altri inglesi insieme e dopo di lei) aveva da poco introdotto per le carte da gioco.

Il nocciolo della questione riguarda gli oggetti “da collezione” che, appunto, appassionano i collezionisti – oggetti straordinari che si distinguono da quelli comuni per un maggiore pregio del materiale utilizzato e anche di solito per la finezza della lavorazione artigianale, o artistica che si possa considerare. Sylvia Mann fece capire, a chi era in grado di recepire il suo messaggio, che erano invece proprio le carte da gioco comuni quelle che conservavano la maggiore testimonianza della tradizione e della storia. Insomma, si poteva arrivare persino a una divergenza di interessi fra gli storici e i collezionisti.

La “rivoluzione” di Sylvia Mann convinse studiosi del calibro di Michael Dummett che con la sua assistenza compilò una storia dei tarocchi similmente rivoluzionaria. Altro che New Age! Ebbi la fortuna di conoscere di persona quei grandi storici, che addirittura incoraggiarono le mie ricerche, facilitando anche la pubblicazione dei risultati nel periodico dell’associazione (International Playing-Card Society) dei collezionisti e studiosi del settore.

Poco dopo, anche i collezionisti degli scacchi stavano lanciando un proprio periodico internazionale. Ne lessi alcuni numeri e non so trovare il participio che esprima meglio il mio sentimento al riguardo, rispetto al primo che mi viene in mente, “scandalizzato”.

La goccia che fece traboccare il vaso già all’inizio, e che ricordo ancora bene come segno di inevitabile rottura, fu un breve articolo nel primo numero del 1987, scritto dal massimo collezionista statunitense del tempo, David Lafler, in cui esponeva il suo personale criterio per selezionare gli scacchi da aggiungere alla collezione. Dopo varie esitazioni e incertezze aveva finalmente trovato un criterio fisso, da usare come guida sicura: riteneva degni di essere acquistati, tutti e soli, gli scacchi che mostrassero pedoni ognuno diverso dagli altri. Sarei rimasto scandalizzato, se fossi stato un collezionista di scacchi di interesse storico; dato che non ne raccoglievo, avvertii solo la distanza oceanica e il relativamente basso valore storico associabile a un valore in dollari alto quanto si voglia.

Un altro famoso collezionista statunitense è stato poi Ned Munger, un professore universitario di geografia che, proprio grazie alla sua professione, ha potuto raccogliere migliaia di scacchi originali da località sperdute e dalle tribù più isolate. Quanto e come originali? Raramente si trattava di pezzi in uso localmente; spesso veniva chiesto l’intervento di intagliatori locali per produrre qualche nuovo prototipo di un gioco a loro ignoto.

Anche i grandi storici come Murray dovevano ovviamente trattare i vari modelli di scacchi che ebbero diffusione in tempi e luoghi diversi, ma questi non avevano quasi nulla in comune con gli scacchi raffigurati nei cataloghi dei collezionisti. Posso allora capire perché mi sono trovato più a mio agio a collaborare con i collezionisti di carte da gioco (senza raccoglierne di persona) che con quelli degli scacchi.

Lasciamo perdere i cacciatori di scacchi armati di dollari e fermiamoci a considerare l’Italia.

Naturalmente, anche qui la situazione delle carte e degli scacchi è molto diversa. Solo per le carte da gioco sono esistiti rigidi controlli sulla produzione e vendita che ci lasciano abbastanza facilmente intravedere le varie tradizioni regionali. Spesso tendiamo a dimenticare che il Regno d’Italia nacque nel 1861 e che prima diverse regioni erano stati indipendenti con proprie leggi e tradizioni. Per le carte basta controllare i bolli delle tassazioni! E per gli scacchi? Non possiamo certo trovare dati utili nei registri delle varie amministrazioni.

I vari piccoli stati italiani erano comunque diversamente collegati con le principali capitali europee, di cui avrebbero potuto seguire le mode anche nel settore scacchistico. Un percorso immaginario piuttosto plausibile potrebbe essere il raggiungimento di un modello italiano a partire da un precedente modello piemontese, con possibili influenze francesi.

L’Italia nel 1848

In alternativa, sempre nell’Italia settentrionale, si sarebbe potuto risentire l’influenza di Vienna su Venezia e Milano. In Toscana, dopo una possibile autonomia con i Medici si potrebbero incontrare di nuovo influenze viennesi con i Lorena. Nello Stato della Chiesa non c’era solo la corte del Papa Re, ma anche tante corti cardinalizie e principesche, tali da farci piuttosto immaginare una relativamente ampia diffusione di scacchi di lusso piuttosto che di comuni scacchi da gioco. Se si passa a Napoli e Palermo si potrebbero trovare modelli “italiani” influenzati dalle mode di Madrid.

Abbiamo così attraversato il Bel Paese con una veloce panoramica. Forse a qualcuno potrà apparire sufficiente come prima approssimazione per una ricerca delle varianti regionali italiane. Il problema è che questa rassegna è accompagnata da zero figure degli scacchi corrispondenti.

Allora si deve capire tutti che la retta via è un’altra, quella seguita da Massimiliano De Angelis nel suo nuovo libro, Antichi scacchi italiani, le serie sette-ottocentesche da gioco.

Pezzi da gioco del XVIII secolo

Si incontrano qui descritti scacchi comuni raccolti dalle regioni italiane e, finalmente, non quelli artistici “da collezione”. Rispetto alla panoramica immaginata sopra, l’orizzonte si rivelerà per ora un po’ limitato, ma qui ci sono a corredo fotografie con anche più esemplari simili.

Pezzi da gioco del XIX secolo

Una parte notevole sono toscani, ma pare prematuro associarli direttamente a Firenze, piuttosto che a Livorno o ad altri luoghi d’origine meno convincenti. L’auspicio è che questa “nuova conoscenza”, che solo ora viene portata alla luce, si possa presto estendere a macchia d’olio, fino a comprendere le principali regioni e province italiane negli ultimi secoli.

[Le fotografie in questo post sono di Shawn Landersz]


Franco Pratesi (Firenze 1940) ha studiato a fondo la storia degli scacchi, grazie anche a una proficua collaborazione iniziale con il più grande storico italiano del settore, Adriano Chicco, che lo incoraggiò a intraprendere e proseguire le ricerche archivistiche; ha anche mantenuto per decenni contatti di collaborazione con i principali storici degli scacchi italiani e stranieri.

 

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