Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Cheating or not cheating?

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Prendo spunto dalla cronaca che racconta la brutta storia del 58enne GM lettone (naturalizzato ceco) Igors Rausis, colto in flagrante (e fotogratato!) a consultare il suo smartphone in una toilette durante il torneo di Strasburgo (*), per riproporre un mio racconto pubblicato cinque anni fa sul blog Soloscacchi.

(Uberto D.)

“Questo sport fu creato per dimostrare la futilità dello sforzo individuale: lasciamo che lo sport faccia il suo lavoro.
Se un campione va contro il motivo stesso per cui lo sport è stato creato, allora deve perdere.
Spero che concordiate col mio ragionamento.”
Rollerball (1975)

La locandina fuori dalla sede del torneo era accattivante e ammiccante: “Venite a vedere le menti più brillanti e i truffatori più abili competere nel torneo dei campioni di cheat-chess!“. Lo slogan, ripetuto in modi e toni diversi sui diversi media, campeggiava da giorni sui cartelloni pubblicitari di Sochi e la vendita di biglietti per lo show dal vivo, per i programmi sulle pay-tv e per i webstreaming andava benissimo, anche se non ai livelli del torneo dell’anno precedente.

Da quando la FIDE aveva deciso che non era più possibile contrastare il cheating negli scacchi senza rendere i tornei un affare di Stato con sofisticatissimi procedure e sistemi per impedire la comunicazione tra giocatori e computer, il cheat-chess era diventato una disciplina a se stante, con tanto di sponsor e di tornei che, impossibile il solo pensarlo pochi anni prima, richiamavano più giocatori e spettatori degli scacchi, diciamo così, “ortodossi”. L’idea era stata semplice e geniale, con la sua chiara ispirazione al “se non puoi combattere i tuoi nemici, unisciti a loro“: rendere il cheating una specialità, qualcosa sul quale lavorare con sofisticazione e intelligenza e trasformarlo in una occasione di sfida tecnologica e psicologica tale da sollevare l’interesse di investitori e spettatori.

In pratica nel cheat-chess l’aiuto dei computer era chiaramente possibile, anzi richiesto, ma a una ferrea condizione: che nessuno fosse in grado di scoprire come il chess-cheater era in collegamento con il computer. Non si trattava di dimostrare a posteriori che le mosse giocate erano le prime scelte di un programma scacchistico (questo era ovvio nel caso di un cheating di successo), ma di dimostrare il modo con il quale durante la partita il giocatore avesse potuto ricevere istruzioni dal computer. In questo caso, il chess-cheater avrebbe non solo avuto partita persa, ma sarebbe anche stato squalificato dal torneo e gli sarebbe stato impedito di competere per i successivi 6 mesi: una sanzione pesante, che però aveva l’effetto di alzare, e di molto, l’interesse attorno al cheat-chess. Immaginate la curiosità: tutti sanno perfettamente che c’è un trucco, ma nessuno lo conosce, proprio come negli spettacoli di sedicenti maghi e illusionisti.

Insomma, il cheat-chess aveva rapidamente suscitato interesse in molti e diversi elementi della società: scacchisti non di eccellenza (che avrebbero potuto beneficiare dell’aiuto del computer), produttori di software scacchistici (che avrebbero potuto dimostrare la superiorità dei propri programmi), esperti di telecomunicazioni e crittografia (che avrebbero avuto una platea sofisticata per verificare le loro capacità di garantire comunicazioni non intercettabili), sviluppatori di interfacce uomo-macchina basate sui più vari effetti (meccanici, sensoriali e via inventando), agenzie di scommesse on-line (a quanto ci si può giocare il fatto che un certo giocatore venga squalificato perché la sua soluzione di cheating viene scoperta?), investigatori a vario titolo (che si sarebbero scervellati per scoprire i vari trucchi), hackers (che magari avrebbero offerto i propri servigi a qualche giocatore per poi svelarne il trucco al momento opportuno), psicologi (che avrebbero sviluppato chissà quali teorie sulla collaborazione tra uomo e computers per uno scopo chiaramente truffaldino ma elevato a fine nobile del gioco) e, soprattutto, i canali multimediali di comunicazione che avrebbero trasmesso gli eventi a beneficio di spettatori sempre più interessati ad assistere al momento della possibile scoperta del cheating.

Una situazione ideale di convergenza di interessi, che aveva rapidamente trasformato il cheat-chess da disciplina disprezzabile e disprezzata in un business planetario, in grado di oscurare gli scacchi come giocati da secoli e arrivare, grazie anche ai rapidi tempi di gioco, a competere con il poker e il wrestling per diffusione e popolarità: CCC (Chess-Cheat Clubs) venivano fondati in continuazione in ogni parte del mondo e più di una fazione politica aveva offerto posizioni di rilievo ai più famosi chess-cheater, ormai considerati come una convincente combinazione di intelligenza, capacità tecnologica e abilità comunicativa.

Di tutti, il sud-coreano Si Mul Song era sicuramente il più famoso: solitario e ieratico, vinceva tornei con regolarità da anni e non era mai stato scoperto il metodo con il quale il suo sponsor tecnologico (una nota industria di elettronica coreana) era in grado di farlo comunicare con il programma Pangasius (valutato 4733 ELO e in continua evoluzione da parte da una famosa industria informatica, sempre coreana). Si Mul Song era ormai una celebrità mondiale, e l’impenetrabilità dei segreti del suo team si era dimostrata un fenomenale strumento di promozione sia del gioco che dei prodotti degli sponsor tecnologici.


Odiato da qualcuno, invidiato da molti, osannato da tutti ma amato da nessuno, Si Mul stava entrando nella sala del torneo circondato dal solito codazzo di fan, spie più o meno improvvisate, emuli di Sherlock Holmes di varia caratura e giornalisti convenzionali e socialmediali.

Sembrava camminare incurante di ciò che gli stava attorno e aveva evitato con sussiego di commentare la scoperta del cheating dell’americano Cape Cod, squalificato proprio mentre era in testa (prima volta nella sua carriera) al tradizionale torneo di Las Vegas. Il suo sistema di comunicazione basato su di un sofisticatissimo generatore olfattivo era stato scoperto grazie all’involontario contributo del suo avversario al penultimo turno, l’apolide Sohuno Kensudah: gli effetti della sua abbondante e patologica bromidrosi avevano, infatti, saturato il sistema di comunicazione, che aveva reagito surriscaldando il convertitore inserito nel piercing della narice sinistra di Cape. La reazione del povero americano era stata inevitabile e il trucco scoperto.

Certo, nulla in confronto al sistema che avevano ideato i giapponesi per il loro idolo Sarifuma Medò, in rapida scalata verso l’Olimpo del Cheat-chess. Famosi per l’idiosincrasia verso sigari e sigarette, Medò e il suo team avevano realizzato un ingegnoso sistema basato su comunicazioni ultrasoniche che, per un raro quanto conveniente difetto genetico, il giocatore giapponese era in grado di udire. Purtroppo ciò si era rivelato il caso anche per il barboncino della moglie dell’organizzatore del torneo di Venezia, che aveva cominciato ad abbaiare in maniera furiosa verso il povero Sarifuma ogni qual volta toccava a lui muovere: una coincidenza troppo sospetta per passare inosservata.

E cosa dire del caso del russo Stepan Cecov, fortissimo giocatore noto sia per le sue combinazioni spericolate che per i caratteristici occhiali da sole che indossava sempre? Il suo trucco fu scoperto da un ragazzino di 10 anni (pensate un po’), che, dopo essere andato a vedere il nuovo film “Star Wars 3,14: il post-pre-sequel rebooted“, era stato portato dal padre a vedere da vicino i suoi (del padre) idoli del Cheat-chess: il ragazzino non si era tolto gli occhiali speciali che aveva indossato per la visione del film in 3D, finendo per scoprire come Cecov, grazie ai suoi occhiali, non faceva altro che leggere le mosse proiettate olograficamente con luce trasparente sulla parete di fronte a lui. Una scoperta che fece scalpore e che mise bruscamente fine alla carriera del russo, ma diede anche il “la” al grande successo dei proiettori “Private-Porn“, che poi hanno reso Cecov un uomo ricco.

Lontano da tutto ciò, Si Mul Song era solo interessato a mantenere il più stretto segreto sulle sue tecniche di cheating: era stato provato a dimostrare come fossero basate su algoritmi auto-senzienti di segnalazione visiva, su percezioni para-sensoriali, su flussi quarkici opportunamente convogliati attraverso le stringhe delle scarpe, su micro correnti di aria calda e fredda o su trasmissioni su frequenza caleidoscopiche inintercettabili, ma niente. Il segreto di Si Mul rimaneva inviolato e le sue mosse imbattibili per logica, coerenza e profondità.


Una volta conclusa l’ultima partita del torneo con la sua ennesima vittoria e terminate le solite rutilanti e sfarzose cerimonie di chiusura trasmesse in tutto il mondo, Si Mul Song rientrò nella sua stanza d’albergo. Come sempre non voleva nessuno con lui, meno che mai i suoi agenti, che da tempo lo annoiavano con l’idea di perdere qualche partita ogni tanto: la sua implacabile serie di vittorie, che inizialmente aveva fatto sensazione e creato molta attenzione sul Cheat-chess, stava cominciando a rendere prevedibili i risultati e gli sponsor (specialmente quelli legati alle scommesse) non nascondevano la loro insoddisfazione.

Ma Si Mul non considerava affatto una tale possibilità: dopo la sua decisione di passare dagli scacchi (dove era un emergente GM senza però alle spalle un movimento scacchistico che lo sostenesse) al Cheat-chess, il suo unico obiettivo era stato vincere e dimostrare come il suo metodo fosse innegabilmente il migliore. Metodo il cui segreto, ovviamente, si sarebbe portato nella tomba (metaforicamente parlando, è chiaro, visto che il suo entourage conosceva bene i dettagli del modo di comunicare con Pangasius).


Nel frattempo, in una suite non lontano dalla stanza di Si Mul, si stava svolgendo una riunione molto tesa tra gli sponsor del campione coreano, la FIDE e gli sponsor del circus del Cheat-chess. L’oggetto era proprio l’ennesima vittoria di Si Mul. Il responsabile tecnologico del team stava animatamente dimostrando che avevano fatto di tutto per indebolire le prestazioni del Pangasius e che, con la schifezza di mosse che il computer aveva suggerito a Si Mul, avrebbe dovuto perdere partite su partite. Gli sponsor erano su tutte le furie a causa delle perdite di contatti dovute alla mancanza di suspense sull’esito del torneo. Ma ancora più infuriato era un omaccione che rappresentava un non ben identificato “gruppo di interesse”: milioni di dollari andati in fumo con scommesse che dovevano essere vinte e che invece erano “andate a puttane” (come fu detto, senza che nessuno avesse bisogno della traduzione per capirne il significato).

Il presidente della FIDE era quello con la faccia più scura: il giocattolo rischiava seriamente di rompersi e non poteva permetterlo. Il Cheat-chess era quello che teneva in piedi tutta la baracca degli scacchi (e anche la sua personale “baracca” di proprietà e affari in tutto il mondo) e la cosa doveva essere messa a posto. In qualunque modo e senza curarsi di capire come diavolo facesse il maledetto coreano a continuare a vincere nonostante fosse stato fatto in modo che non ricevesse più suggerimenti validi dal Pangasius. E questo aveva già deciso di fare, quando, prima ancora di entrare in riunione, aveva ordinato a uno dei suoi di aggiungere “qualcosa” al tè verde che Si Mul Song, come ogni sera, avrebbe bevuto prima di andare a dormire.


Si Mul Song si preparò come al solito per la notte, ripercorrendo mentalmente le ultime partite e pensando al prossimo torneo. Aveva sempre il dubbio se le partite del Cheat-chess fossero superiori come qualità a quelle degli scacchi e se davvero lui meritasse il disprezzo che gli scacchisti gli riservavano per questa sua scelta di passare a un tipo di gioco così fortemente influenzato dalla tecnologia: non era forse vero che molte delle novità teoriche sperimentate nel Cheat-chess erano poi state adottate negli scacchi? E che i suoi ex-colleghi “puristi” mandavano a memoria migliaia di varianti messe a punto dai computers?

Si sentiva profondamente incompreso: giocatore umano in una specie di sport-spettacolo in cui l’uomo sembrava un semplice esecutore di mosse ideate da un’entità esterna, ma allo stesso tempo ingranaggio di un meccanismo nel quale le sue capacità di scacchista vero (che gli avevano permesso di scartare le deboli mosse che, di recente sempre più spesso, il Pangasius gli suggeriva e di continuare a vincere nonostante tutto) non erano affatto considerate, lasciando tutto il merito al mostro di silicio e al brillante sistema di comunicazione che più volte aveva in realtà lasciato spento. Altro che “il turco” di antica memoria: invece di nascondere un giocatore umano all’interno di un finto automa, si era arrivati in pratica a nascondere un giocatore artificiale in un corpo umano… C’era molta ironia in tutto ciò. E lui, che si sentiva la forza di uno scacchista di primo piano, era visto solamente come un’appendice biologica di un esecutore di calcoli, in grado, al massimo, di far sembrare tutta la messinscena credibile.

Si avvicinò alla scrivania, prendendo in mano la tazza con il suo abituale nokcha, guardandola con intensità,  come se il contenuto fosse qualcosa da cui dipendesse il suo futuro. Recuperò, da una custodia in pelle infilata tra bollettini di torneo e computer, un libro, suo compagno di vita ormai da decenni: quella copia usata e consunta de “I fondamenti degli Scacchi” di J.R.Capablanca che riprendeva in mano e leggeva lentamente tutte le volte in cui si sentiva troppo solo. Sempre più spesso negli ultimi anni. Si accomodò nel letto, aggiustando la luce del comodino per leggere meglio.

Dopo poche pagine, il libro cadde a terra e Si Mul Song sprofondò sereno in un sonno consolatore e senza sogni.


NB: Può sembrare superfluo specificarlo, ma questa storia è completamente inventata ed i nomi assolutamente di fantasia. Qualunque riferimento a nomi, persone e fatti reali (anche tuttora da scoprire) è assolutamente casuale.


(*) Per leggere sia notizie riguardo Igors Rausis, sia le molte discussioni in merito tra FIDE, commentatori e giornalisti, consiglio la lettura del thread “Anti-cheating: Igor Rausis colto in flagrante in un torneo a Strasburgo” di Riccardo Musso sul Google Forum it.hobby.scacchi

1 thought on “Cheating or not cheating?

  1. Thank you for a captivating, profound story that raises the question of how chess will develop with AI and where is ours, the human, social value! Every game of chess, for example, can be analyzed with programs, but doesn’t it always give us prescribed directions? Isn’t it more exciting to first analyze yourself, to exchange with friends, to feel pride and belonging, to see other human ideas and then perhaps compare them with a program? What is it worth to have left yourself “only” to the technical possibilities, to have bowed only to the pressure to perform from outside? Unfortunately, we are too often in competition with others, under pressure to perform from “outside”, compared to those who are better. But that doesn’t make us worth less, but it often takes away our pure joy, among other things in a game of chess, in a tournament.

    Grazie per una storia accattivante e profonda che solleva la questione di come gli scacchi si svilupperanno con l’IA e dove è il nostro, il valore umano e sociale! Ogni partita di scacchi, per esempio, può essere analizzata con i programmi, ma non ci dà sempre le indicazioni prescritte? Non è più eccitante analizzare prima se stessi, scambiare con gli amici, sentirsi orgogliosi e appartenenti, vedere altre idee umane e poi magari confrontarle con un programma? Che cosa vale la pena di essersi lasciati “solo” alle possibilità tecniche, di essersi inchinati solo alla pressione di esibirsi dall’esterno? Purtroppo, purtroppo, siamo troppo spesso in competizione con altri, sotto la pressione di eseguire da “fuori”, rispetto a quelli che sono migliori. Ma questo non ci rende meno preziosi, ma spesso ci toglie la nostra gioia pura, tra l’altro in una partita a scacchi, in un torneo.

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