Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Un poco di scacchi e molta democrazia

9 min read

(Riccardo M.)
Più di una volta mi è capitato, parlando con amici, di dire che avevo iniziato ad interessarmi di scacchi e ad amarli in quanto gli scacchi sono un “gioco democratico”. Lo scorso anno uscì qui un mio post dal titolo “Morte degli scacchi e delle democrazie”. Avevo pensato di voler tornare sull’argomento “democrazia”, in una forma un po’ diversa. Avevo pensato ad esempio di soffermarmi sugli uomini politici che in Italia giocano o hanno giocato a scacchi; ma pare che siano pochissimi, uno degli ultimi mi sembra sia stato Amintore Fanfani, che oggi non tutti forse ricordano. Ho accantonato l’idea, per ora, in favore di qualcosa di più attuale e generale.

Il rapporto fra scacchi e democrazia è stato già oggetto di osservazione in particolare da parte del nostro amico Giangiuseppe Pili, che in un post pubblicato anni fa sul Blog “SoloScacchi” così si esprimeva:

“ …. gli scacchi sono un gioco profondamente democratico. Essi, infatti, non guardano in faccia a nessuno: al potente come al miserabile pongono la stessa sfida intellettuale e la vittoria non dipende né dall’economia, né dalla cultura ma dall’abilità intrinseca. Questo fattore evidenzia da sempre una delle esigenze dell’Occidente: quella di mediare tra l’autoarchia dei migliori (aristocrazia, nobiltà, tecnocrati) e l’esigenza della massa. Gli scacchi, dunque, sono stati (e sono tutt’ora) uno strumento che abbatte la distanza tra le classi sociali e diminuisce i conflitti di classe per riportare lo scontro su un piano propriamente ludico e culturale allo stesso tempo”.

Bene, però consentitemi ora di deporre momentaneamente gli scacchi nel cassetto e far sorvolare la scacchiera da alcune riflessioni sulla democrazia.

Allora, che cosa è quella che chiamiamo “democrazia”? Partiamo in modo elementare dalla Enciclopedia Treccani, dove si legge che “il termine democrazia compare per la prima volta in Erodoto e sta per, traducendo letteralmente dal greco: potere (kratos) del popolo (demos)”.

Governo del popolo”, quindi. Ma si è davvero mai visto nella storia un governo del popolo? Nella stessa Treccani, tra l’altro, si legge anche che “ … l’esperienza storica insegna che a ideali smisurati corrispondono sempre catastrofi pratiche”.

Il dibattito sulla democrazia, sulle democrazie, va avanti da secoli, interminabile, affascinante, mai conclusivo perché la democrazia è in effetti qualcosa di incompiuto, di plasmabile, oggetto di visioni diverse e a volte anche di fenomenali abbagli e, purtroppo, di tristi speculazioni. Provo qui ad affrontare brevemente il tema, esponendo il mio punto di vista, anche se nei limiti di un piccolo spazio che ovviamente non può pretendere di esaurirne, se non in minima parte, gli aspetti principali.

Una cosa certa è anzitutto che la democrazia è l’antitesi di concetti quali “totalitarismo” e “dittatura” e che si è andata via via affermando, almeno in Europa, soprattutto (ma non solo) nella seconda metà del secolo scorso. Tuttavia la democrazia, che 30 o 40 anni fa appariva senza avversari, oggi ha alcuni nemici, più o meno occulti. Lo sappiamo.

Fra i nemici che più oggi insidiano la democrazia si annovera il populismo. E credo pure che sia incontestabile affermare che tale nemico sia interno, e non esterno, alla democrazia, e che dunque è generato dalla democrazia stessa. La democrazia è portatrice essa stessa, pertanto, di germi pericolosi.

Il populismo è quel fenomeno, sorto in Russia ma nello scorso secolo prevalentemente apparso in Sud America, che ha raccolto e canalizzato la (peraltro legittima) protesta sociale contro le distorsioni delle élites democratiche al potere, contro la corruzione, la globalizzazione dei mercati, contro la cosiddetta “casta”, ovvero contro tutte quelle categorie di persone che, anche se non elette, nell’ombra o meno, ricoprono o svolgono, da “esperti”, ruoli-chiave a fianco o dietro dei vari governi e, in specie, nel mondo della finanza, delle banche e dell’economia.

Curiosamente poi (ma non troppo), laddove alcuni di questi movimenti populisti sono arrivati fino al governo, abbiamo veduto come anche loro si siano poi avvalsi dell’opera di esperti tecnocrati non eletti, di quelle élites, cioè, che si sono rivelate necessarie per la modernizzazione di un Paese, per la sua crescita e prosperità, fino ad essere in pratica quasi insostituibili e che invece rischiano spesso di diventare uno dei capri espiatori in pasto all’indistinto malessere popolare. Scrive bene Yves Meny nella sua recente (marzo 2019) “Democrazia ma non troppo” che “il ruolo della democrazia non è di mettere da parte coloro che sanno, ma di utilizzare al meglio le loro competenze sotto il controllo di coloro che il popolo ha eletto“.

Ai giorni nostri, la rivoluzione tecnologica rappresentata da internet  e dai social ha contribuito alla crescita e alla esplosione di tali movimenti popul-sovranisti e alla diffusa diffidenza, se non odio, della gente comune verso le caste e verso l’esperienza e la competenza in genere, sovente uniti all’invocazione di (inesistenti) teorie “del complotto“.  Ma la protesta, la diffidenza, la rabbia e l’odio, per quanto seducenti, purificatori e non antidemocratici di per sé, non sono in genere portatori di programmi concreti di ampio respiro, né di progetti alternativi al sistema, né di un’ideologia capace di sovrapporsi a quella degli avversari che vorrebbero sostituire, né quasi mai di specifiche valide competenze e, quindi, non possono che, alle estreme conseguenze, contribuire al rischio di un indebolimento o abbattimento dei sistemi democratici e alla loro sostituzione con quelli totalitari.

A volte, nelle democrazie più mature, i movimenti populisti hanno fortunatamente vita breve oppure compiono una curiosa metamorfosi finendo pian piano con l’accettare e poi farsi coinvolgere e inglobare da quello stesso sistema che all’origine avrebbero voluto abbattere. In ciò sono il Parlamento e la Costituzione che di solito rivestono un ruolo fondamentale di argini e difensori della rappresentanza democratica.

Tutto ciò dimostra comunque che la democrazia è sempre imperfetta in quanto contiene sempre i germi di qualcosa (come appunto il populismo) che la può anche uccidere. Come, ad esempio, si è rischiato e si rischia dopo le recenti elezioni “primarie” in Argentina. E non solo là.

Ci si può chiedere se sia vera democrazia quella che consente al popolo di scegliere di favorire attraverso il voto (magari inconsapevolmente) una quasi-dittatura al posto della democrazia medesima. Io non credo che lo sia proprio del tutto, se vogliamo essere difensori dei princìpi che sono alla base della democrazia, ovvero: rispetto della dignità umana e dei diritti umani (diritto di voto e diritti delle minoranze), cittadini intesi come “attori politici”, limiti temporali per chi gestisce la cosa pubblica, frazionamento e decentramento del potere, e poi uguaglianza, equità economica e fiscale, pluralismo, solidarietà, parità tra donne e uomini, salvaguardia delle minoranze, presunzione d’innocenza, welfare eccetera.
A proposito di welfare, questo principio non è mai riuscito ad affermarsi completamente negli Stati Uniti, e non troppi anni or sono fallì l’istituzione della sanità pubblica nonostante i tentativi del presidente Obama. Eppure gli USA, dove oggi alcuni giuristi pare mettano in discussione perfino la presunzione d’innocenza (caposaldo di ogni Stato di diritto) si vantano di essere una democrazia ….  Ma allora quante democrazie diverse esistono in pratica? E fino a che punto il liberalismo deve individuarsi come un ostacolo alla democrazia?

E’ fondamentale sottolineare che la democrazia come tale (“sovranità del popolo”, un popolo che -ricordiamolo- non esiste tuttavia come soggetto politico) non è mai nei fatti compiutamente realizzata; è sempre limitata, circoscritta. E’ del resto proprio l’articolo 1 della nostra Costituzione a recitare che ” ….. la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.  Ad esempio, oggi chi ha 16 anni non può votare in Italia (e magari è già campione del mondo di nuoto o di scacchi). E’ giusto questo o no? Beh, è semplicemente uno dei paletti della nostra democrazia, che esclude chi ha 16 anni dal “popolo” inteso come partecipante alla vita democratica. Paiono delle indispensabili regole, sulle quali vigila in Italia anzitutto la Corte Costituzionale, ma che mai dovremmo considerare come immodificabili. Tutt’altro.

La democrazia in effetti dev’essere soprattutto intesa e vista come un’aspirazione, una meravigliosa aspirazione, una tendenza, una difficile costruzione in eterno perfezionamento. Di conseguenza le costituzioni democratiche debbono per forza essere considerate in continua evoluzione, in continuo adattamento alle nuove facce della società, in un perfezionamento incessante, senza fine. La loro assoluta rigidità sarebbe un rischio per il sopravvivere stesso della democrazia. O forse noi pensiamo che la bellissima Costituzione italiana, scritta nel 1947, potrà essere pressoché identica anche nel 2047 o nel 2147? Non penso proprio che lo sarà, pur se determinati fondanti princìpi di una democrazia resistono fin dagli anni di Erodoto e resisteranno ancora a lungo.

Parimenti, elastico e non rigido deve essere il nostro individuale pensiero e giudizio, che dovrebbe sempre sapersi adattare, scevro da pregiudizi, alle mutate realtà. Faccio un immaginario esempio. L’uomo politico “X” non pareva, fino al 2025, un pericolo per la democrazia? Nel 2026 sembra che l’uomo politico “X” lo sia? Ebbene, è del tutto indifferente sapere se “X” non ci pareva fino al 2025 (o addirittura fino a pochi giorni prima) un pericolo perché non lo avevamo valutato bene noi o perché è stato lui ad essersi vestito nel frattempo di ideali e fini politici diversi da quelli iniziali. Ciò che conta è che il pensiero e l’azione, nel nostro piccolo, sappia adattarsi nel 2026 a detto cambiamento (reale o percepito), e saper assumere determinazioni diverse (finanche opposte) a quelle che avremmo assunto nel 2025, senza perciò essere tacciati di incoerenza, trasformismo o altro: “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”, scriveva nell’800 il diplomatico statunitense James Russell Lowell.

E’ poi un errore esiziale ritenere che la democrazia si possa concretizzare soltanto nell’esercizio del diritto di voto, aspetto essenziale ma di per sé abbastanza limitativo. Esistono oggi alcuni Paesi, anche in Europa (si pensi a Russia e Turchia), per i quali resta piuttosto difficile parlare di democrazia, pur avendo (apparentemente) i loro governanti ottenuto la legittimità attraverso un voto popolare.

La democrazia, se vuole sopravvivere, ha invece bisogno di un’arma e di un obiettivo fondamentale: di saper creare le condizioni affinché tutti (o il più possibile delle persone, di ogni età e provenienza) abbiano accesso alle informazioni che consentano poi, col voto e non soltanto col voto, di far prevalere le idee e i programmi più consoni alle aspirazioni stesse della democrazia e al suo definitivo successo. Finché tale aspirazione e tali condizioni non si saranno compiutamente, o almeno parzialmente, realizzate, l’intervento singolo del popolo su temi basilari per la democrazia potrebbe rischiare di significare la fine stessa (=suicidio) delle democrazie.

La democrazia” -scriveva nel 1835 il filosofo e politologo francese Alexis de Tocqueville– “è il potere di un popolo informato”. E Victor Hugo confermava: “l’unico pericolo sociale è l’ignoranza”.

Alla base di queste indispensabili condizioni/informazioni c’è fondamentalmente la crescita culturale di un popolo. E’ stato molto triste leggere in questi giorni un report dal quale emerge che in Italia “….è analfabeta funzionale un adolescente su tre“. Triste e assai preoccupante, in quanto è piuttosto facile aizzare contro le istituzioni democratiche un popolo di ignoranti.

Pertanto occorre un serio intervento sulla scuola e sui giovani, occorre investire su attività che (come gli scacchi) aiutino a sviluppare la ragione e la lealtà, l’accettazione dell’uguaglianza e il respingimento delle disuguaglianze, il rispetto per il diverso, la conoscenza della storia e il tramandarsi della memoria; occorre più partecipazione e meno individualismo, occorre il rafforzamento di strutture di socializzazione politica che oggi paiono gravemente indebolite (lo sono i partiti medesimi) o sopraffatte dalle nuove formidabili e distorsive tecniche di diffusione del pensiero e degli slogan (“fake news”).

Occorre oggi saper comprendere e valutare i fatti e non lasciarsi suggestionare dalla presentazione che dei fatti danno artatamente e platealmente alcuni furbi personaggi politici. Occorre, insomma, combattere e sconfiggere quell’ignoranza che Platone definiva “la più difficile da trattare fra tutte le bestie selvagge”.

Occorre, ancora, che fra rappresentanza politica (che resterà sempre inevitabile) e rappresentati si crei di nuovo stabilmente un filo diretto, solido e continuo, e non un contatto occasionale nei soli momenti delle elezioni, quando a prendere il sopravvento è di solito la propaganda più bassa e brutale. Ciò, beninteso, evitando che le scelte dei rappresentati  entrino in conflitto con quelle dei rappresentanti, scavalcandole.

La cosa non è semplice, considerando la crescente sfiducia (anche in Italia) dei cittadini nella politica e nei partiti. Ricordiamoci che le “mosse” dei cittadini sullo scacchiere politico mondiale contano (anche quando non sembra) assai più di tutte quelle di campioni di scacchi, quali Carlsen o Caruana, messe insieme, e che certe scelte possono essere determinanti, in un senso o nell’altro, per le sorti felici o infelici di una nazione e di un popolo…. per le sorti della Democrazia.

E’ in ogni caso presto per scrivere la parola “abbandono”, ed è difficile giudicare se oggi stiano meglio i colori bianchi o i colori neri … Ma dobbiamo continuare a lottare.


Bibliografia essenziale:

  • Alexis de Tocqueville “La democrazia in America” (1835)
  • Giovanni Sartori “La democrazia in 30 lezioni” (Mondadori 2009)
  • Sabino Cassese “Il popolo e i suoi rappresentanti” (Storia e letteratura 2019)
  • Sabino Cassese “La svolta, dialoghi sulla politica che cambia” (il Mulino 2019)
  • Yves Mény “Popolo ma non troppo, il malinteso democratico” (il Mulino, 2019)

4 thoughts on “Un poco di scacchi e molta democrazia

  1. Mah, troppe questioni, tutte molto complesse, che ad approfondirne anche una sola ci vorrebbero anni di studi. Mi permetto solo di far notare un paio di cose che mi sono sembrate contraddittorie: 1) nell’articolo viene detto: “il populismo è generato dalla democrazia stessa (…) portatrice essa stessa, pertanto, di germi pericolosi”. Ma siamo sicuri che il populismo non sia piuttosto una reazione a un qualche deficit di democrazia? Che tanto più la democrazia è vicina alla sua pienezza e tanto meno vediamo in giro populisti? Del resto il Sud America, come esempio di populismi vari, non è stato proprio un esempio di democrazia avanzata (quanti golpe militari ci sono stati da quelle parti? quanto peso ha avuto l’ingerenza degli Usa?). Alcuni storici mettono in relazione la stessa ascesa di Hitler, che fu votato dal popolo, alla drammatica ingiustizia sociale che la precedette. Dunque il pericolo per la democrazia non sarebbe forse meglio cercarlo nell’ingiustizia, nella perdita dei diritti prima conquistati? Tutte cose che purtroppo vediamo da tempo anche qui in Europa, dallo smantellamento del welfare ai salari stagnanti a come hanno trattato i greci e cosiddetti PIIGS in generale- Vedere il pericolo nel fatto compiuto, nel fenomeno stesso del populismo, mi pare confondere gli effetti con le cause. 2) Gli scacchi in quanto gioco democratico, intelligente, formativo, andrebbero implementati nel sistema scolastico. Benissimo. Ma implementare qualcosa nel settore pubblico ha un costo di soldi pubblici. Abbiamo parecchie cose da sistemare: ospedali, ponti, e sicuramente anche investire di più nella formazione dei nostri giovani, dato che gli investimenti nella istruzione sono stati tagliati negli ultimi anni, quindi abbiamo peggiorato le cose. Ma come facciamo a investire nel pubblico, eventualmente anche attraverso normali deficit di bilancio, che per molti economisti sarebbero poi normali strumenti di politica economica, quando abbiamo modificato la nostra Costituzione inserendovi il Fiscal Compact, cioè l’obbligo al pareggio di bilancio? Quella modifica non è stata fatta da nessun populista, ma da un governo tecnico e da un parlamento di partiti “tradizionali”; e durante una fase molto poco democratica (2012), segnata da una emergenza poco chiara (lo spread!). I populisti sono arrivati DOPO quei tagli austeri introdotti come normalità della vita politica italiana, non prima.

    1. Lorenzo,
      grazie per l’attenzione e per il commento.
      No, non ci sono troppe questioni, il tema ruota intorno a: democrazia/populismo. E ho pure premesso che il mio post non poteva che “esaurirne solo in minima parte gli aspetti essenziali”. Dunque:
      Punto 1)
      Mi pare che diciamo sostanzialmente la stessa cosa. Io scrivo che il populismo è qualcosa di “interno e non esterno alla democrazia”. E lo stesso in pratica dici tu scrivendo che il populismo è “una reazione a qualche deficit di democrazia”. Più la democrazia è in grado di raggiungere i suoi obiettivi, e meno rischio di populismo c’è. Vero. Non dimentichiamo però che germi populisti possono manifestarsi ed emergere anche in antiche e solide democrazie come quella inglese: il caso Brexit ne è un esempio.
      Nei regimi totalitari non è per solito presente reazione o protesta (populista o meno) non trovando colà nemmeno i mezzi per esprimersi (es.: libertà di stampa).
      Punto 2)
      Qui tu parli del caso-Italia, ma io ho citato il nostro Paese solo di sfuggita, in un paio di circostanze, avendo preferito rimanere in un generico ambito internazionale.
      Un saluto e continua a leggerci!
      Riccardo

  2. Due note buttate al volo perché ci sarebbe moltissimo su cui riflettere ancora prima di scrivere una sola parola. Ho notato anche io, più volte, questa definizione degli scacchi come gioco “democratico” e, quindi, il suo accostamento alla democrazia. Limitandoci a questo problema e senza divagare su discussioni più ampie e complesse, a me sembra che questo paragone, figlio degli anni che viviamo, sia essenzialmente errato.

    Esso trae origine, secondo me, dalla attuale polemica sulla mobilità delle classi sociali che, secondo molti (non entro nel merito dell’argomento) sarebbe paralizzata dall’attuale assetto sociale, che non premia i più meritevoli nei propri settori di attività(almeno nei paesi occidentali come il nostro). L’ascensore sociale, mosso dal merito, in realtà non si muove, e questo crea una stratificazione ed un immobilismo sociale che non generano progresso e, anzi, tendono a generare differenze economiche e sociali sempre maggiori. Quindi gli scacchi, essendo un gioco completamente meritocratico, sarebbero un perfetto esempio di un mondo “giusto” che dovrebbe costituire la pietra di paragone dell’attuale imperfetta società.

    Secondo questa concezione (che, ripeto, è attualmente di moda) il merito sarebbe una componente essenziale della democrazia. Ma non è vero, anzitutto sul piano concettuale. La democrazia anzi, mettendo sullo stesso piano sotto molti aspetti persone molto diverse tra di loro (pensiamo solo al diritto di voto uguale per il fannullone con la quinta elementare piuttosto che per lo scienziato superlavoratore, solo per fare un esempio) è la “negazione” della meritocrazia.

    Il principio, assolutamente democratico, dell'”uno vale uno”, ultimamente di moda, può anzi provocare guasti perniciosi, per non parlare della ridicola idea di glorificazione della democrazia diretta secondo cui si potrebbe votare da casa davanti al PC o sul telefonino, su qualunque cosa (anche sugli argomenti più complessi di cui nulla si capisce), senza alcun bisogno di un corpo rappresentativo intermedio.

    Non sono, per la verità, teorie nuove. Chi ha qualche anno in più ricorda perfettamente il Sessantotto e il Post Sessantotto, con le loro rivoluzioni ed i sei e i diciotto “politici” che erano la perfetta espressione della “democraticità dell’epoca” (ne ha parlato Galli della Loggia, proprio qualche giorno fa, sul Corriere, evidenziandone i guasti provocati nell’arco di decenni sul nostro sistema didattico). In quegli anni, la pretesa ricerca della massima democraticità produceva, sostanzialmente, una assenza di meritocraticità.

    In realtà possono essere fortemente meritocratiche sia società con regimi dittatoriali o assolutistici (si pensi a paesi orientali come Cina e Giappone – ovviamente quest’ultimo prima dell’ultima guerra) così come regimi assolutamente democratici. La democrazia non va necessariamente a braccetto con la meritocrazia, così come una società autoritaria e classista non è necessariamente non meritocratica.

    Rimanendo sugli scacchi, chi, come me, è interessato alla storia del gioco e, in particolare, al suo sviluppo nei paesi ex comunisti, non potrà fare a meno di notare che in quei paesi, negli scacchi ma non solo negli scacchi, si svilupparono ingegni di ogni genere, pur essendo paesi dove, alla fine, un bravissimo cardiochirurgo guadagnava solo un po’ di più di un semplice operaio. Quando, dopo la caduta del Muro, a molti di questi “geni” dell’ex impero sovietico (compresi molti scacchisti) fu stato come mai si impegnassero così tanto per emergere nelle loro discipline favorite in considerazione del misero stipendio che comunque guadagnavano, molti rispondevano che l’ambito puramente intellettuale, scientifico e artistico (in cui certamente rientrano anche gli scacchi) era, nei paesi del socialismo reale, uno dei pochissimi in cui vigessero regole sostanzialmente meritocratiche che consentissero, senza vincoli di sorta, la piena espressione e il pieno riconoscimento delle proprie capacità intellettuali, al di fuori di ogni appiattimento cui si era costretti dalla società collettivista. Come appassionati di scacchi pensiamo subito ad un Bronstein, a un Tal, ma lo stesso si potrebbe dire per Nurejev, Sacharov, Solženicyn e tanti altri.

    Quindi, pur essendo il mio solo uno spunti di discussione, sarei molto prudente prima di legittimare questo parallelo scacchi=gioco “democratico”. Diciamo che è meritocratico, come lo sono altre discipline, anche se a me, in ambito sportivo, l’unica disciplina che, in termini di meritocrazia, è paragonabile agli scacchi, è il tennis, con cui i paralleli sono molti, interessanti e notevoli.

    Ma gli scacchi non sono un gioco “democratico”, almeno non nel senso che molti vorrebbero dargli.

    1. Ciao Luca.
      Anzitutto ti ringrazio per aver voluto commentare qui sul Blog e non su Facebook.
      Hai ragione. Democrazia e meritocrazia sono due cose diverse e spesso le vediamo in conflitto.
      Hai fatto bene a sottolinearlo. Io sono stato un po’ semplicistico nel post, avendo inteso, più che altro, soffermarmi sul tema del populismo.
      Condivido in larga parte le tue osservazioni, dal momento che, personalmente, fra Platone e Rousseau non avrei dubbi nello scegliere Platone (e dal testo lo si dovrebbe intuire).

      E così gli scacchi ci appaiono inevitabilmente più un gioco meritocratico che democratico.
      Tutto però dipende dal nostro ideale di democrazia.
      Laddove per democrazia s’intenda che il popolo eserciti il potere non direttamente ma “attraverso” i suoi rappresentanti, ecco che ci potrebbe essere il punto di raccordo.
      I rappresentanti del popolo debbono essere scelti attraverso una valutazione dei loro meriti (e non con l’orribile “uno-vale-uno”), in quanto ciò dovrebbe essere basilare per una buona gestione della cosa pubblica e la crescita di un Paese.
      Se questo ragionamento è valido, potrei addirittura concludere che non può esistere vera democrazia senza meritocrazia.

      Comprendo l’obiezione dei fautori della democrazia assoluta (“chi nasce svantaggiato ha meno possibilità di eccellere”), ma lo scopo si può raggiungere, a parer mio, se non si confonde il merito con il successo personale. Pertanto è giusto, anzi fondamentale, riconoscere il merito, ma una vera democrazia deve avere l’obiettivo di dare a tutti le medesime condizioni di partenza fino a che nessuno potrà dire di esser “nato svantaggiato”.
      Per far ciò occorre una distribuzione molto equilibrata delle risorse economiche, evitando assolutamente che i meritevoli vadano ad identificarsi con i più potenti e ricchi.
      Il merito, insomma, dovrebbe diventare (come sosteneva nello scorso secolo il filosofo statunitense John Rawls) niente altro che la conseguenza naturale di una società più giusta, più equa e più democratica.

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