Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

I love CCCP

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(Riccardo M.)
I love CCCP, o URSS, avete letto bene. Ma “I love CCCP” non è una dichiarazione di amore o di rimpianto per il trascorso regime comunista sovietico. I love CCCP è una dichiarazione di simpatia esclusivamente nei confronti di quel momento magico di splendore irripetibile che seppe fare dell’URSS, nel secondo dopoguerra, la culla degli scacchi mondiali e la fucina di un nutritissimo numero di grandi campioni.

[Nell’immagine di apertura, in piedi: Lilienthal, Boleslavsky, Makogonov, Bondarevsky, Bronstein. Seduti: Kotov, Smyslov, Botvinnik, Ragozin e Flohr (1945)]

Non dimentichiamo che alle ultime Olimpiadi di scacchi, quelle di Batumi 2018, vinte dalla Cina sia fra le donne sia nell’Open, hanno partecipato la bellezza di 185 squadre nell’Open e 151 nel femminile. Parliamo insomma di uno sport/gioco che è forse il più diffuso al mondo. E penso che mai in un Paese sia stata raggiunta una diffusione capillarmente popolare ed emotivamente coinvolgente del nostro gioco come è accaduto nella Unione Sovietica del periodo citato.

Il 9 maggio del 1948, a Mosca, la patta in 14 mosse fra Euwe e Botvinnik sancì l’assegnazione anticipata del titolo mondiale a favore del trentaseienne Mikhail Botvinnik. Pensate che i duemila spettatori avevano seguito le mosse, riprodotte su grandi scacchiere murali, sia dalla sala sia dalla galleria.

In quell’attimo Smyslov e Keres, che stavano disputando fra loro l’altra partita, sospesero per qualche momento il gioco per andare ad abbracciare e stringere la mano del nuovo campione e unirsi all’applauso che da ogni parte della grande “Sala delle colonne” del Palazzo dei Soviet si alzava fra le duemila persone presenti. Più che un applauso venne descritta all’epoca come una vera e propria delirante ovazione all’indirizzo del campione sovietico, ormai sicuro vincitore del torneo e quindi nuovo detentore del massimo e ambìto titolo. Una graziosa bimbetta di cinque anni faceva omaggio a Botvinnik di un enorme mazzo di tulipani rossi.

E mentre c’era questo via vai di congratulazioni con il successore di Alekhine, dal presidente della FIDE (l’olandese Rueb) al direttore del torneo (lo jugoslavo Vidmar) al secondo di Botvinnik (il maestro Ragozin), uno spettacolo altrettanto emozionante si ebbe all’esterno del palazzo, fra la folla che seguiva le partite e ne attendeva l’esito accalcata a ridosso di altoparlanti i quali avevano scandito tutte le mosse effettuate man mano in quei giorni dai cinque giocatori prescelti dalla FIDE per disputarsi il massimo titolo (Reshevsky era il quinto). Interminabile fu l’applauso di queste centinaia, o forse migliaia, di persone. Un fremito scosse le piazze e le case dell’Unione Sovietica intera, che da quel momento si assunse definitivamente la guida del movimento scacchistico mondiale.

In un articolo sulla Italia Scacchistica del tempo W.Winter analizzava l’organizzazione dei tornei e i motivi della straordinaria diffusione del gioco degli scacchi in URSS, raggiunta nonostante che alcune regioni risentissero ancora parecchio delle devastazioni e lutti della recente guerra mondiale.

“Nell’Unione Sovietica”, scriveva Winter, “esistono ben sette classi di giocatori: grandi maestri, maestri, prima, seconda, terza, quarta e quinta categoria. Ad esempio, per ottenere il passaggio alla quinta categoria il giocatore deve totalizzare almeno il 50% dei punti in un torneo di inclassificati al quale partecipino non meno di 11 concorrenti. Lo stesso per il passaggio dalla quinta in quarta, mentre il passaggio alle categorie superiori aumentava fino a raggiungere il 75% dei punti per ottenere la prima categoria nazionale. Quei giocatori che nel corso di due anni totalizzano costantemente alte percentuali in tornei di prima categoria acquistano la qualifica di “candidato maestro”. Il candidato può diventare maestro: o raggiungendo un punteggio di parità in un match contro un maestro scelto da un apposito comitato, o totalizzando in un torneo magistrale una determinata percentuale di punti stabilita in base al numero di maestri partecipanti. Degno di nota è il fatto che il titolo di maestro non è conferito a vita. Esso viene assegnato per un periodo di tre anni e, se durante tale periodo il maestro non dia sufficienti prove della sua capacità in tornei o matches, perde il titolo e riprende quello di candidato maestro. Non esiste dunque in Unione Sovietica la possibilità per i maestri di riposare sugli allori, salvo per quelli che hanno raggiunto i 50 anni, i quali conservano il titolo di maestro definitivamente”.

Indubbiamente questo sistema imponeva il mantenimento di un alto livello di gioco per tanti anni, ed è ben diverso dalle discutibili modalità di promozione oggi vigenti, quando bastano alcuni tornei più o meno azzeccati o fortunati in un certo lasso di tempo per fregiarsi di un alloro per tutta la vita.

Continuava Winter: ”Il titolo di grande maestro viene attribuito in URSS a quei maestri che per due anni consecutivi si sono classificati non al di sotto del terzo posto nel massimo torneo di Campionato sovietico, oppure a quei maestri che riescono a battere un grande maestro in un match di 14 partite. Inoltre il suddetto titolo può essere assegnato a quei maestri che si sono distinti in tornei internazionali di una certa importanza. Attualmente in URSS vi sono 10 grandi maestri: Botvinnik, Boleslavsky, Bondarevsky, Flohr, Keres, Kotov, Lowenfisch, Lilienthal, Ragozin e Smyslov; vi sono poi 55 maestri e un centinaio di candidati maestri. Vi sono infine 300.000 giocatori classificati ufficialmente nelle varie categorie inferiori”.

Appena 10 grandi maestri! Appare fortemente stridente con questo sistema la facilità odierna di accedere ovunque (anche in Italia) ai più alti titoli. Ricordiamo ancora che all’epoca non esisteva il punteggio Elo, che fu adottato dalla FIDE solo nel 1970. Ma torniamo all’URSS e ai motivi del suo dominio negli scacchi. Cosa diceva in proposito l’articolo di Winter?

Questo: “Due sono le ragioni che hanno determinato il predominio sovietico. Primo: nella società sovietica non esistono distinzioni di classi, gli scacchi sono favoriti e appoggiati materialmente dallo Stato, il che dà più facilmente a tutti la possibilità di praticare tale gioco. Nelle altre nazioni invece simile attività culturale è di preferenza coltivata soltanto dalle classi alte e medie, e ciò perché l’iniziativa della sua diffusione è lasciata ai circoli scacchistici, i quali non possono di regola disporre di grandi mezzi di propaganda. Secondo: l’organizzazione scacchistica è stata studiata in modo da incoraggiare i giocatori fin dagli inizi e di consentire lo studio scientifico del gioco sotto la guida di esperti maestri. Infatti i giovani apprendono i primi elementi nella scuola e nei centri culturali giovanili. Giocatori come Botvinnik, Lowenfisch, Duz Chotimirsky, Romanovsky, Yudovitsch e Kostantinopolsky sono regolari istruttori della gioventù sovietica e la maggior parte dei giovani maestri odierni sono stati loro allievi. Inoltre lo spirito agonistico dei giovani viene continuamente stimolato attraverso competizioni scolastiche, cittadine, regionali ed infine nazionali …. Il governo, da parte sua, dà il suo aiuto materiale poiché esso riconosce l’importanza degli scacchi quale metodo per sviluppare nell’individuo l’intelligenza e l’abitudine al ragionamento”.

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Studenti e scacchiere nella vecchia URSS
(Foto da “Fotografia e Xadres“)

Ecco, leggere oggi queste parole e rendersi conto dei cambiamenti politici, sociali e tecnologici avvenuti in circa 70 anni in Russia e altrove, è importante, a mio parere, per aiutare e incoraggiare anche oggi il diffondersi (o arrestarne il declino) del gioco degli scacchi, cosa che non mi sembra stia nel nostro Paese avvenendo nel migliore dei modi e con la necessaria penetrazione e incisività in tutte le classi sociali e in ogni Regione.

Aiuti pubblici e iniziativa privata dovrebbero convergere, trascurare i meri bilancini economici e le convenienze di parte, per concentrarsi e dirigersi verso quelle finalità di sviluppo dell’individuo che erano state così richiamate anche in una direttiva, datata 2012, del Parlamento Europeo:

Il gioco degli scacchi è accessibile ai ragazzi di ogni gruppo sociale, può contribuire alla coesione sociale e a conseguire obiettivi strategici quali l’integrazione sociale, la lotta contro la discriminazione, la riduzione del tasso di criminalità e persino la lotta contro diverse dipendenze … Indipendentemente dall’età dei ragazzi, il gioco degli scacchi può migliorarne la concentrazione, la pazienza e la perseveranza e può svilupparne il senso di creatività, l’intuito e la memoria, oltre alle capacità analitiche e decisionali, considerando che essi insegnano determinazione, motivazione e spirito sportivo”.

Ricordo altresì in proposito le parole di G.Sgrò, psicologo ed esperto in psicologia dello sport per il CONI, nella prefazione al suo volume (2012) “A scuola con i Re. Educare e rieducare attraverso il gioco degli scacchi”:
Il gioco/sport, e in particolar modo il gioco degli scacchi, favorisce, a livello etico e sociale, l’acquisizione, soprattutto sul piano della comunicazione non verbale, di alcuni concetti fondamentali alla convivenza civile, quali la regola, la responsabilità e il limite, che permettono sia al bambino che all’adulto di incanalare e modulare l’aggressività e la competitività, che connotano ogni percorso di crescita, in forme socialmente accettabili, favorendo l’instaurarsi di relazioni sociali positive e/o nuovi inizi e negoziazioni di esse”.

Dateci pure ancora una volta dei nostalgici, ma, gettando un’ultima occhiata all’anno 1948, quanto vorremmo che un giorno apparisse, per Roma o Milano o Napoli, la stessa notizia apparsa a quel tempo per Leningrado (la odierna San Pietroburgo), ovvero questa: “Il Circolo scacchistico di Leningrado ha raggiunto quest’anno la bellezza di 5.000 soci (cinquemila!). Esso risulta così il più numeroso circolo scacchistico esistente in URSS e forse al mondo”.

Mera illusione oggi, ovviamente, in un’epoca in cui i vecchi circoli di scacchi sono costretti alla chiusura perché hanno pochi soci e non riescono a pagare gli affitti dei locali, perché i proprietari dei locali o i gestori preferiscono aprire “sale scommesse”, perché internet fagocita gli interessati e perché l’iniziativa pubblica langue e latita nonostante i buoni propositi e le enunciazioni del Parlamento Europeo e le ammirevoli iniziative di poche singole persone.

Se continuerà così, vi chiedo di lasciarmi per un attimo mormorare, senza timore di restare frainteso: “I love CCCP”, o meglio: “Мне нравится CCCP”. 

2 thoughts on “I love CCCP

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