Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

D’Eon e Philidor, una giornata al Parsloe’s Club

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Esibizione di Philidor a Londra alla presenza dell’ambasciatore turco, 23 febbraio 1794. Cook incisore.

(Claudio Mori)
Complimenti, le disse con un tono quasi cantato, in francese, stringendole la mano.
I loro sguardi s’incrociarono in un leggero sorriso d’intesa. Con rassegnata accettazione riesaminarono la partita insieme a diversi soci del Club, una mossa dopo l’altra, come un vetrino al microscopio, prima di potersi riposare in poltrona, finalmente soli.

Come due che hanno la soffocante certezza di non appartenere più a quel mondo che li teneva ancora ostaggi dei suoi tic aristocratici sempre più fiacchi, di quel Club di scacchi, il Parsloe di James Sreet, riservato a cento membri, la cui esclusività era la consolazione che il proprio fallimento era un’esperienza comune.

Quei due francesi rappresentavano un diversivo alla noia quotidiana di nullafacenti affogata in bicchierini di whisky di puro malto.

Chevalier d’Eon de Beaumont, 1784

Una Cavaliera, che dell’essere spia di Luigi XV aveva fatto un’arte, l’altro, un artista, compositore di tragedie liriche. Entrambi giocavano a scacchi per mettersi in tasca qualche scellino e sopravvivere.

Mentre nella loro terra la Rivoluzione conduceva la sua partita nel culto dei Diritti dell’Uomo e della Ragione e ancora le donne venivano arse sulle pire come streghe. Zig-zag della Storia.

Era una delle giornate di metà aprile, il 13 del 1793, in cui la primavera agitava le tende del Club. Le stanze erano gremite. Mogano lucidato, tappezzeria in seta verde scuro e spessi tappeti indiani, illuminati da lampade a olio in ciotole di vetro fumé.

Questa volta la Cavaliera d’Eon de Beaumont aveva battuto il campione, il grande François-André Philidor. Capitava.

Aveva ottenuto solo il vantaggio del primo tratto, di muovere cioè per prima con i pezzi bianchi. Non le era stato concesso anche un cavallo come agli altri due avversari contro i quali Philidor si era esibito alla cieca, bendato, battendoli.

La Cavaliera, al termine della partita, doveva aver pensato: “Non è più il giocatore di una volta. Le solite manovre lente per arrivare alla promozione di un pedone a regina”. Un pensiero crudele ma forse non aveva tutti i torti.

Per lei quella partita era stata come uno dei combattimenti di scherma in cui si esibiva contro provetti spadaccini, nelle sue ampie gonne di stoffa, ma ancora agile e dotata di una naturale grazia nei movimenti.

Il Principe di Galles ricordava ancora quando a Carlton House, il 9 aprile 1787. Mademoiselle sfidò Joseph Bologne Chevalier de Saint-Georges, compositore, violinista ed esperto schermitore.

In guardia. Il saluto, le ginocchia flesse, la gamba destra avanti e il braccio sinistro indietro. Lei lo aveva toccato sei volte e poi quell’ultimo, spettacolare, affondo al bicipite destro.

“Violenta e ostinata” aveva definito il suo modo di combattere l’amico Henry Angelo senior, e nelle sue memorie aveva scritto:

“Niente poteva eguagliare la rapidità delle battute, soprattutto considerando che la moderna Pallade ha quasi sessant’anni e ha dovuto fare i conti con un giovane altrettanto abile e vigoroso”.

Sul petto la Cavaliera appuntava sempre la massima onorificenza per un soldato, la Croce di Cavaliere dell’Ordine Reale e Militare di San Luigi.

In fin dei conti anche negli scacchi c’era la stessa perplessità di prima dell’assalto al fioretto, la stessa alternanza di attacchi e difese, la stessa voglia di stupire. Tutto per 5 scellini a spettatore non socio in un locale pregno degli arabeschi di fumo delle pipe e dei sigari.

In una delle sue esibizioni Philidor aveva incassato dai 43 spettatori paganti otto Luigi e aveva scritto alla moglie Angélique: “Avevo bisogno di questo denaro, perché ero quasi senza uno scellino”.

Due secoli prima Paolo Boi, il Siracusano, si era esibito di corte in corte nello stesso spettacolo fino a quando, in circostanze mai chiarite, morì a Napoli presso il palazzo di Carlo Gesualdo principe di Venosa.

E Gioacchino Greco, il Calabrese, proprio a Londra si era fatto un bel gruzzolo con gli scacchi, salvo essere derubato fino all’ultimo penny e costretto a tornarsene a Parigi, ma almeno vivo.

Non era lui che nel suo trattato sugli scacchi aveva scritto “[…] Dov’è un Capitano può maggiormente imparare l’assaltare, le stratagemme, e le onorevoli ritirate che negli scacchi? Et in somma qual altro huomo non ritrova in esso un esempio di rendersi acutissimo nel suo trattare?”.

Ponziani Domenico Lorenzo, Il giuoco incomparabile degli scacchi, Soliani, Modena 1769

E adesso, proprio adesso, c’era quel gruppetto di modenesi, capeggiati da tal Lorenzo Ponziani, che osava fare a pezzi le sue teorie:

Nella condotta dei giuochi [Philidor] estende troppo il regno del Pedone, in grazia delle quali fa molti tratti più arbitrari, che ragionati, e sovente tralascia i colpi più vigorosi dei Pezzi”.

Che sfrontatezza.

Traité théorique et pratique du jeu des échecs, Paris 1775 (AVERTISSMENT. Viij)

A dire il vero anche in Traité théorique et pratique du jeu des échecs par une société d’amateur, anche noto come “Traité des Amateurs”, stampato a Parigi nel 1755 a cura di una società amatoriale, dietro la quale c’era l’italiano Verdoni coautore del libro insieme a Bernard, Carlier e Léger, qualche riserva l’avevano avanzata scrivendo:

“[…] Ma ci si permetterà qui osservare che il numero di partite che compongono il trattato (di Philidor, ndr) sono più istruttive che corrette e che le asserzioni sui guadagni e sulle perdite forzate di queste partite, sono spesso azzardate e smentite dalla combinazione e dall’esperienza”.

Che differenza c’era tra la Cavaliera in gonna e il povero Philidor bendato, le spalle a due o tre scacchiere? Un’esibizione continua la loro vita.

Philidor aveva iniziato a 18 anni confrontandosi contro due avversari a Parigi, al Cafè de la Régence.

Subito dopo aveva replicato a Rotterdam dove raccontava di avere visto in un Caffè un set del principe Eugenio in argento cesellato, armata europea contro armata asiatica, fatto dal Cavaliere Vander Verf in anni di paziente lavoro. Si era persino esibito con successo in una variante del gioco su 140 caselle inventato dall’ultimo Duca di Rutland. E poi, per la prima volta, lo sbarco a Londra per sconfiggere Abraham Janssen e il siriano Philip Stamma.

Adesso eccolo, a 67 anni, stanco, la pelle del volto bianca come la parrucca, il velluto dell’abito e le calze piuttosto malandate, a ripetere il suo gioco, come un vecchio prestigiatore, nella vana attesa di potere rimettere piedi in Francia.

La Rivoluzione lo aveva inserito nella lista nera degli espatriati e costretto a riparare a Londra, separato per sempre da moglie e figli.

Un inaccettabile oltraggio da parte del suo paese.

E pensare, si era rammentato Philidor con stizza, che anche Talleyrand, quel rinnegato d’un vescovo più fradicio della sua religione, aveva sottoscritto per il suo libro sul gioco degli scacchi. Ora si trovava anche lui rifugiato a Londra. Ben gli stava.

D’Eon e Philidor si conoscevano da tempo. Già anni prima su un giornale londinese era apparso l’annuncio:

“Madame la Chevalière d’Eon, Chess Club, Parsloe’s House, St. James’ Street – Oggi, alle due in punto precise, il signor Philidor giocherà tre partite contro tre ottimi giocatori, due senza vedere la scacchiera e la terza vedendola. Egli invita rispettosamente i membri del Circolo Scacchistico di onorarlo con la loro presenza. Le signore ed i signori che non sono membri di questo Circolo potranno acquistare i biglietti per 5 scellini a testa, presso la citata sede al fine di assistere all’incontro. La signora Cavaliera d’Eon sarà uno degli avversari del signor Philidor”.

La Cavaliera aveva avuto la stessa lunga frequentazione sia con gli scacchi sia con il fioretto fin dall’infanzia, come tutti i giovani di buona famiglia.

Il suo primo incarico come agente segreto di Luigi XV era stato a San Pietroburgo alla corte della zarina Elisabetta per indurla a un’alleanza con la Francia contro l’Inghilterra. Là aveva respirato l’aria da congiura della corte dei Romanov alternata a quella dei lunghi silenzi sulle scacchiere cesellate a mano che lo zar Alessandro aveva fatte portare dall’estero.

Giocare a scacchi era diventato un dovere per tutti.

1770 circa, Charles d’Eon de Beaumont (1728 – 1810)

Da quando era stato nominato ministro plenipotenziario a Londra, alla fine della Guerra dei Sette anni, 1763, il Cavaliere d’Eon si era fatto vedere assiduamente nei circoli scacchistici londinesi, all’Old Slaughter di St. Martin’s Lane o al Salopian di Charing Cross. Si era opposto con ogni forza di lasciare l’Inghilterra. In una lettera a Luigi XV accusò il nuovo ambasciatore, il conte di Guerchy, di volere avvelenarlo per farlo rientrare in Francia:

“[…] ha fatto mettere dell’oppio, se non peggio, nel mio vino […] e, invece di essere portato a casa, sarei stato portato giù al Tamigi dove probabilmente c’era una barca pronta a rapirmi.

D’Eon si era allora rinchiuso nella casa di Londra, trascorrendo in un altero distacco gran parte del tempo in biblioteca dove custodiva circa 6.000 volumi in tutte le lingue, anche orientali, e 500 manoscritti rari. Dopo aver elaborato per anni piani d’invasione dell’Inghilterra per ordine del re di Francia, non gli sarebbe dispiaciuto il contrario.

E ora, lo stesso re intimava a Charles-Geneviève-Louise-Auguste-Andrée-Timothée d’Éon de Beaumont di “dismettere l’uniforme dei Dragoni che ella continua a portare e di riprendere l’abbigliamento del suo sesso con proibizione di apparire nel regno con abiti diversi da quelli convenienti alle donne”. Come costringere l’eroina cinese Hua Mulan, o la Pulzella d’Orléans a non vestirsi da uomo.

Pochi giorni prima di quell’ordine, il 4 giugno 1777, d’Eon era apparso nella lista dei 283 sottoscrittori della seconda edizione dell’Analyze des Échecs di Philidor, un’ultima volta come uomo perché non gli era stato ancora pagato il biglietto per presentarsi a Parigi davanti a Luigi XVI e Maria Antonietta in una elegante veste nera, il capo ornato di diamanti, anziché in culottes.

Philidor: Analyse du Jeu des Échecs 1777

Un grande successo, il libro di Philidor. Duchi, lord, conti, cavalieri, generali, colonnelli, abati si erano impegnati con entusiasmo nella sottoscrizione, per più del doppio di copie rispetto alle centoventisette del 1749. Anche l’italiano Francesco Bartolozzi, autore del ritratto di Philidor sul frontespizio del volume, cui re Giorgio III, non ancora del tutto pazzo, aveva conferito il titolo di Incisore del Re.

Tra i sottoscrittori ventiquattro le donne per un totale di trentanove copie. Primeggiava con cinque copie Lady Caroline Howe, l’unica membra del Parsloe’s Club. Era già stata tra le sostenitrici della prima edizione. Poteva vantarsi di essersi confrontata più volte nell’arco di tre mesi nella sua casa di Graphton Street con Benjamin Franklin, futuro padre degli Stati Uniti, giocatore alquanto scarso, allora agente per gli interessi coloniali a Londra. Anche Franklin aveva acquistato la prima copia dell’Analyze durante la sua frequentazione del Cafè de la Régence, a Parigi. E aveva disdetto l’acquisto del volume di Philip Stamma, The Noble Game of Chess.

La Cavaliera d’Eon si era stabilita di nuovo a Londra dal 1785, dopo avere ottenuto finalmente il passaporto per l’espatrio. Lady Hannah More aveva fatto il diavolo a quattro per accaparrarsela a cena, eccitata per le tante cose impudiche che si mormoravano sul suo conto. Che avesse amato, in che modo?, nientemeno che la contessa di Rochefort prima di essere spia in Russia, e in seguito Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, l’autore della commedia Le nozze di Figaro, pure lui spia di Luigi XV e XVI, incaricato del rientro da Londra a Parigi del Cavaliere, vestito però da donna.

Invenzioni di lingue di vipera, forse. Pettegolezzi da taverna, certamente.

Impossibile lasciarsi scappare una tale attrazione, tanto eterni erano ormai i peccati a lei attribuiti, come i miti. Ah, se Lady More avesse potuto ascoltare l’aria del Don Giovanni di Mozart:

In Italia seicentoquaranta;
In Alemagna duecento e trentuna;
Cento in Francia, in Turchia novantuna;
Ma in Ispagna son già mille e tre.

V’han fra queste contadine,
Cameriere, cittadine,
V’han contesse, baronesse,
Marchesane, principesse.

Ferruccio Furlanetto, al The Metropolitan Opera diretta da James Levine, interpreta Leporello nell’aria “Madamina, il catalogo è questo” de l’Opera “Don Giovanni” di Mozart.

Ovviamente l’ospite aveva riscosso un gran successo, da tutti giudicata estremamente divertente, enciclopedica, arguta, persino allegra, dopo qualche calice di vino di Borgogna, la sua terra natale.

D’Eon e Philidor erano molto più delle partite al Parsloe’s Club. Due francesi esiliati in Inghilterra, raccontavano, senza dirle, storie di esilio. Erano il reciproco specchio dell’invadenza del tempo.

Ritratto di Charles d’Éon de Beaumont, dipinto da Thomas Stewart nel 1790
(Jean-Laurent Mosnier-Philip Mould, Pubblico dominio [link])
Il tranquillo viso ovale della Cavaliera, truccato con tutta l’attenzione per i dettagli di una donna del gran mondo, occhi e naso piccoli, e un po’ di sfrontatezza, non nascondevano la sua agilità ancora possente, nonostante i 65 anni, la sua forza, in quelle braccia ancora pronte allo scatto come un gatto al balzo.

François-André Philidor (1726 – 1795)

In Philidor gli occhi mostravano solo un cuore malinconico. Il cuore non può resistere in una terra straniera. Oltretutto la terza edizione del suo libro, uscito tre anni prima, nel 1790, aveva raccolto solo 66 sottoscrittori. “Gli scacchi, un oggetto di divertimento serio in cui ho acquisito una certa reputazione” aveva scritto nella dedica. Si aggrappava ora a una tranquilla austerità piegando avversari deboli, ordinari, non certo da sudori freddi, come il grande amico conte Bruhl, ambasciatore sassone a Londra, Lord Henry Seymour, Lord Harrowby, il Duca di Cumberland e il reverendo matematico George Atwood.

Esibizione di Philidor a Londra alla presenza dell’ambasciatore turco, 23 febbraio 1794. Cook incisore.

Un giornale aveva così commentato una delle sue esibizioni:

“Ieri, al Chess-Club di St. James’s street, Monsieur Philidor si è esibito in una di quelle meravigliose esibizioni per cui è tanto celebrato. Ha giocato tre partite diverse contemporaneamente senza vedere nessuno dei tavoli. I suoi avversari erano il conte Bruhl e il signor Bowdler (i due migliori giocatori di Londra) e il signor Maseres. Sconfisse il conte Bruhl in un’ora e venti minuti e il signor Maseres in due ore; il signor Bowdler pareggiò in un’ora e tre quarti. A chi si intende di scacchi, questo sforzo delle capacità di M. Philidor deve apparire come uno dei più grandi di cui la memoria umana sia capace. Egli esamina la partita con un’accuratezza sorprendente e spesso corregge gli errori di coloro che hanno la scacchiera davanti a sé.”

D’Eon e Philidor dalle poltrone del Parsloe posarono gli occhi disincantati sul mondo che li circondava. Nonostante il loro futuro fosse solo la vecchiaia, il lento consumarsi, entrambi difendevano una vita sacrificata non a una tecnica – spionaggio, fioretto, musica – ma all’arte, lontani dalla mediocrità e dall’imbecillità del mondo. Ciò che li accomunava era la ricerca della perfezione, della bellezza. Nel gesto di una mano che guida il fioretto, nell’armonia delle note create dalla fantasia. Nel travestimento di partite a scacchi in cui leggevano la stessa seduzione.

Conversarono a lungo, quel pomeriggio, come sopravvissuti a un naufragio.


 

Claudio Mori, giornalista

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