Scacchi, ratti e canaglie
L’edizione italiana del romanzo di John Brunner, La Scacchiera
(Claudio Mori)
Sono venuto a dirle che l’uomo non è uno scacco.
Sembra così scontato. Eppure. “L’uomo che al mattino si reca con la metropolitana al lavoro non ha maggiore controllo sopra le proprie azioni di… be’ di un pezzo degli scacchi su una scacchiera […]” secondo Boyd Hakluyt, il protagonista del romanzo fantascientifico The Squares of the city scritto dall’inglese John Brunner (in italiano La Scacchiera, Urania collezione n. 155, Mondadori, 2015).
Il problema dell’esistenza è l’impossibilità di decifrarne il senso, e di dovere accontentarsi di attraversarla al meglio, passo dopo passo. Come nel gioco degli scacchi in cui la storia procede mossa dopo mossa. I quadrati della scacchiera sono le caselle di un gioco ma anche le piazze di una città, luoghi d’incontri e di scontri. Sono lo spazio terrestre.
Ogni pezzo sulla scacchiera ha la sua controparte umana e geografica. Personaggi incastrati tra pensieri inviati dal cielo e altri inviati dall’inferno, romani contro barbari, lotta per i confini, barbarica, tribale. “Sessantaquattro caselle rappresentano un vortice aperto sull’infinito”, afferma Michel Pastoureau. E meridiani e paralleli di una geografia del cuore.
La metafora ultima del gioco, per semplificare, è stata a lungo quella della battaglia del bene, inteso come giustizia, verità, contro il male. Che poi qualcuno abbia cercato di forzarla verso un senso unico, al ritorno cioè dell’anima all’essenza divina, è affar suo.
Jacopo da Cessole nel Liber del ludo scachorum incoraggia il lettore a identificarsi con i pezzi sulla scacchiera in base alla sua attività. Un universo immobile dove ciascuno sta al proprio posto per grazia divina, pedine di un gioco superiore. Così nel capitolo sul pezzo della regina mette in guardia contro la predominante concupiscenza femminile. E riprende dal monaco Paolo Diacono (Historia Langobardorum) la storia di Romilda, duchessa longobarda e del Friuli che per il desiderio di portarsi a letto l’invasore àvaro gli spalancò le porte di Cividale (610 ca.). Finì per essere ripetutamente violentata e impalata pubblicamente su una picca. “Una tale moglie […] dovrebbe avere un uguale matrimonio” conclude Cessole. Amen.
Il mondo è quello che è, oggettivamente, per Cessole e per diversi secoli a venire prima che venga interpretato in maniera esattamente opposta, cioè come un’eterna soggettiva, la realtà che si costruisce mentre la si guarda. Ma ora pare essere di fronte a una nuova svolta, si affacciano nuove rappresentazioni del mondo, artificiali, ancora confuse, dentro alle quali abita lo smarrimento.
Nel vecchio confronto tra bene e male c’è stato spazio anche per tentativi di pareggio. Terminata la Seconda Guerra Mondiale sovietici e americani cercarono di preservare l’alleanza che aveva portato alla sconfitta dei nazifascisti. Dal 9 al 12 settembre 1946 ebbe luogo a Mosca, nella Sala delle colonne presso la Casa dei sindacati, il primo incontro faccia a faccia tra i più forti giocatori di scacchi dell’URSS (in prima scacchiera Botvinnik) e degli Stati Uniti (in prima scacchiera Reshevsky) promosso dal principale sponsor degli scacchi americani dell’epoca, Maurice Wertheim.
In ricordo gli americani offrirono agli avversari una pipa in radica decorata con Iosif Stalin con la pipa e Franklin D. Roosevelt seduti alla scacchiera.

“Non solo per catturare l’amicizia che li univa e l’amicizia dei popoli americano e sovietico”, diceva la lettera di accompagnamento, “ma anche per simboleggiare le nostre future relazioni amichevoli in tutte le aree”.
I sovietici vinsero 12.5 a 7.5 e non vi fu il previsto match di ritorno a New York. Così il calumet della pace venne spento dalla doccia della Guerra Fredda.
Per fortuna la letteratura viene in soccorso del disorientamento umano. Se non altro perché mostra un universo finito, comprensibile, a differenza della realtà, incomprensibile. Insomma, è un’organizzata delusione, con regole chiare e tranquillizzanti. In fin dei conti si tratta solo di parole. Perciò parole e scacchiere si sono spesso incrociate, affrontate, confrontate come nel testo di John Brunner (1934-1995).
Quando questo romanzo fantascientifico venne scritto, nel 1965, l’autore s’interrogava sugli effetti dell’uso crescente e prepotente della pubblicità, sui messaggi subliminali che essa era in grado di lanciare per condizionare i consumi e i comportamenti della gente, le cui tecniche cominciavano a essere applicate anche alla politica. L’uomo ridotto a merce attraverso la manipolazione dei media. La prospettiva di un sistema di assoluto dominio sociale e politico da parte di poche persone.
Hakluyt, il protagonista, viene chiamato a Città di Vados, capitale sudamericana del “paese più governato al mondo”, apparentemente per studiare e risolvere un problema di traffico, di cui è esperto, in realtà per risolvere un conflitto sociale. Poveri contro ricchi, neri contro bianchi, indigeni contro stranieri. Città di Vados è ipermoderna, funzionale. Si è sviluppata attorno a quattro grandi piazze, come il nucleo di base di una scacchiera.
“Siamo come pedine su una scacchiera: pedine che conoscono le regole e la situazione del gioco, ma preferiscono di non saperle perché non hanno gambe, e quindi non possono spostarsi dai loro quadratini, a meno che non vengano mosse […] siamo costretti ad accettare di essere limitati da forze che esulano dal nostro controllo”. Perché “crede che uno scacco, se fosse dotato di cervello pensante e conoscesse le regole del gioco, se ne starebbe passivamente sul suo riquadro, ad aspettare di essere mangiato? Non credo sa. Scivolerebbe quatto quatto verso un’altra casella più sicura, approfittando di ogni attimo di distrazione dei giocatori […]” spiega Hakluyt a una sua interlocutrice.
In realtà nessuno sa cosa e perché stia accadendo. Se una Torre o un Alfiere non sanno di essere controllati attraverso la manipolazione dei loro bisogni come fanno a opporsi al Re? Anche Hakluyt si accorge di essere stato utilizzato come un pezzo di una scacchiera, come un Cavallo bianco, di avere lottato per un Re senza saperlo.
Il presidente Juan Sebastian Vados e il primo ministro Estebàn Diaz hanno deciso di risolvere i loro conflitti alla stessa maniera in cui si governa una partita a scacchi. I pezzi corrispondono ad altrettanti esseri umani capaci di orientare i cittadini e inconsapevoli di essere a loro volta manipolati. La scacchiera diventa così il luogo dove trasferire la lotta per la città e governare un popolo ordinato e obbediente.
Ogni azione del racconto ha una esatta controparte nella 19a partita tra Mikhail Chigorin (1850-1908) e Wilhelm Steinitz (1836-1900) per la rivincita del Campionato del mondo giocata all’Avana il 16 febbraio 1892. “Nell’ordine esatto e, per quanto possibile, in esatta corrispondenza con il loro effetto sulla partita originale – assicura Brunner nella Nota al libro -. Vale a dire, difesa di un pezzo da parte di un altro dello stesso colore, minaccia di uno o più pezzi da parte di un pezzo dell’altro colore, minacce indirette e materiale eliminazione di pezzi, tutto è rappresentato nel modo più aderente possibile”.

L’apertura del gioco è una delle più classiche, chiamata Scozzese, in cui i due pedoni di Re occupano il centro della scacchiera e vengono difesi dai rispettivi Cavalli. Alla quinta mossa il Cavallo bianco sferra un attacco micidiale al Re nero. Attacco Horwitz, lo chiamano, dal nome del Maestro tedesco Bernhard Horwitz (1807-1885). La partita fu vinta da Chigorin, ma il titolo di campione del mondo rimase a Steinitz.
La scacchiera su cui si disputa la partita sul destino dei cittadini di Vados rimane sospesa, con il suo carico di sacrifici umani compiuti fino a quel momento. Hakluyt, altra vittima predestinata, si salva per caso. “E così terminavano le regole della partita. Ora restava semplicemente il massacro”.
Resta anche la domanda: perché proprio quella partita tra il russo e il boemo austriaco per incastrarvi le mosse del racconto? Inoltre nell’alternativa tra conflitto o sua traduzione in gioco Brunner sceglie alla fine il primo. Hakluyt prende coscienza di essere stato utilizzato come una pedina e si ribella.
Hakluyt spezza il meccanismo infernale di dominio schierandosi con gli oppressi, diventando cavallo nero. Le forze in campo finora dominate si liberano. La rivolta mette a ferro e a fuoco la città sudamericana. Qualunque sia il risultato ha poca importanza. Ma certamente le sorti del conflitto sono tornate per un lasso di tempo nelle mani di molti e non di due manovratori.
“Sono venuto a dirle che un uomo non è uno scacco, e che se lei tenti di farne una pedina, deve aspettarsi che prima o poi le si rivolti contro e le sputi in faccia”, urla Hakluyt al presidente. Una nota di ottimismo, o forse poco più di una pura illusione.
Dove i più vedrebbero solo la bellezza e la drammaticità in quella partita del mondiale 1892 Brunner invece suggerisce la possibile metafora dei conflitti sociali futuri, lo spettro di pochi che governano il mondo. Un monito catastrofico.

(di Agence Rol – Bibliothèque nationale de France, Pubblico dominio)
Nella trasfigurazione fantascientifica di Chigorin e Steinitz c’è forse anche la visione tragica dell’esistenza dei due campioni. Il primo distrutto dall’alcol, il secondo che a un certo punto si persuade di telefonare senza fili né ricevitore o che crede di essere in connessione elettrica con Dio e di potere giocare a scacchi con lui dandogli il vantaggio di un pedone e della prima mossa.
Esseri quasi alieni come quei frequentatori del circolo scacchistico di K Street in un altro racconto di science fiction, I giocatori di scacchi di Charles L. Harness (1953). Essi rifiutano di giocare una simultanea con un topo di nome Zeno addestrato in prigionia da un professore immigrato tedesco perché “l’unica questione pertinente è sapere se (Zeno) è veramente un giocatore di classe”. E a chi obietta che Zeno è un topo, la risposta è che “questo non fa necessariamente di lui un buon giocatore […] Un topo che gioca a scacchi! A me la sua vita personale non interessa”.
Solo la scoperta che Zeno è riuscito a elaborare una teoria sulle partite Alfiere contro Cavallo convince il Circolo di K Street ad arruolare Zeno per sfidare i russi in un match sul tema.
Un osservatore della scena, totalmente smarrito, chiede a un membro del Circolo:
Non c’era veramente nessun topo che giocava a scacchi là dentro, vero?
La risposta:
No. Non c’era nessun topo là dentro. E neppure esseri umani. Solo degli scacchisti.
Disperazioni così umane, nulla rispetto agli effetti degli algoritmi della società odierna, all’intelligenza artificiale in mano a poche canaglie, alla distruzione creativa delle scelte individuali e collettive. Uomini ai quali basta girare un interruttore e alterare la realtà.
S’impone una nuova visione di un futuro infetto, feroce e disumano ben più devastante rispetto a quella di Brunner. Quindi vi sarà anche una nuova metafora del gioco degli scacchi. Non la vediamo ancora. Ma sarà qualche scrittore di fantascienza a indicarcela. Gli scrittori sono i soli capaci di mettere la testa in un futuro a venire.

Claudio Mori, giornalista