Libri a babordo, tribordo e prua
(Fabio Lotti)
Un viaggetto tra le mie letture e i miei ricordi, ora in prima ora in terza persona, dove non mancano certo gli scacchi…
Così all’impronta, senza un disegno preciso, magari ripetendo cose già scritte. Come sono le memorie di un vecchietto rinseccolito.
Storia
Parto dalla Storia con la esse maiuscola, instillatami da quel grande personaggio che fu Giorgio Spini (l’avrò ripetuto millanta volte. Perdonatemi!) autore di un manuale che allora andava per la maggiore. Le sue lezioni erano affollatissime perché aveva una forte presa su noi studenti e un eloquio trascinante. Parlava per ore senza mai perdere il filo del discorso, tanto da meritarsi una giusta fama anche tra i colleghi. Il prof. Francovich, per esempio, che teneva la cattedra di Storia dell’Europa Orientale e svolgeva le sue lezioni confortato da un bel pacco di appunti, si schermiva di questo suo modo di operare con tale supporto esclamando scherzosamente “Non sono mica lo Spini!”. Con il mitico Giorgio detti la mia tesi di laurea che verteva sulla storia economica di Siena dopo la caduta della Repubblica. Un lavoro di ricerca, attraverso testi e documenti anche d’archivio, che offrì grande soddisfazione al Lottino (ogni tanto mi rivedo giovincello in terza persona) facendolo elevare da ragazzaccio di strada a professore. Per farlo contento divorai anche con gli occhi di fuori Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II di Fernand Braudel, un malloppone di più di 1500 pagine (li mortacci!).

Dunque libri di storia dappertutto. A partire dalle gesta di uomini antichi come le Vite parallele di plutarchea memoria con il grande fascino che il tempo lontano si porta appresso. Ricordo che mi buttai avido soprattutto tra le braccia di condottieri famosi come Alessandro Magno e Giulio Cesare tra scontri e battaglie, inganni e tranelli, il successo, la gloria e la fine. E così feci, almeno in parte, con altri storici: vedi Tacito, Livio, Polibio, Senofonte e via discorrendo.
Battaglie, dicevo, soprattutto quelle più antiche: Kadesh, Maratona, Salamina, Leuttra, Isso, Canne, Zama, Cinocefale, Alesia, Farsalo, Teutoburgo e chi più ne ha più ne metta. Con Annibale e i suoi elefanti che giganteggiavano nella mia mente. E, a proposito della guerra, ricordo volentieri Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese di Franco Cardini che mi riporta al mio primo esame di università a Firenze. Più precisamente di storia romana. Non ricordo il titolare della cattedra (fissato con le rovine di Leptis Magna) ma Cardini professorino assistente (poi si è buttato sul Medioevo) dallo scilinguagnolo sciolto, che praticamente condusse il colloquio facendomi beccare un bel ventotto! E qui lasciatemi citare anche l’ottimo libro dell’amico scacchista professore di storia Marco Bettalli Mercenari- Il mestiere delle armi nel mondo greco antico, Carocci editore 2013. Grande Marco!
Rivoluzioni
In seguito mi prese la mania delle Rivoluzioni. A partire da quella francese per arrivare alla rivoluzione russa (quella americana non mi attirò molto). E allora giù a divorare testi di Bouloiseau, Mathiez, Lefebure, Trotsky, Malia e altri ancora con il popolo incazzato nero che finalmente si ribellava ai soprusi e faceva sfracelli. Anche se, spesso, c’era sempre qualcuno che se ne approfittava. Mamma mia che serate e che sogni durante la notte dove rivivevano minacciose certe scene rimaste incastrate nella memoria!
I grandi classici

Storia, storia e storia da tutte le parti. E letteratura. Soprattutto la grande poesia epica. In particolare L’Iliade e l’Odissea. Ad essere sincero Achille mi stava un po’ sulle palle (bella forza essere un semidio!) mentre parteggiavo spudoratamente per Ettore, semplice uomo e grande eroe.
Con Ulisse, poi, feci un viaggio davvero meraviglioso. Mi sembrava di essere al suo fianco in ognuna delle meravigliose avventure, ritornandomi alla mente certe scene brividose del film con Kirk Douglas visto da ragazzotto imberbe attraverso una finestra del cinema del mio paese Staggia (ciao, Kirk!).
E poi, via, la Divina Commedia del nasuto Dante Alighieri letta, pezzo per pezzo, nella soffitta della mia casetta dove, da ragazzaccio di strada, diventavo all’improvviso un affascinato declamatore. Un viaggio, anche questo, indimenticabile soprattutto lungo i gironi infernali tra una serie cospicua di peccati, peccatori e pene. Colpito dalla tremenda fantasia con la quale il Fiorentino puniva i reietti: pece e sangue bollente, sterco, bufera tremenda, cagne affamate, pioggia di fiamme, diavoli che dilaniano i corpi, orrende metamorfosi, il ghiaccio del Cocito e così via tanto che quei disgraziati maledetti un po’ di pena me la facevano.
Commedie, satire e dintorni
Su Tito Maccio Plauto il Lottino imberbe si buttò a capofitto. Ovvero sulle commedie che si sposavano perfettamente con la sua goliardica personalità: servi furbi, creatori d’inganni, prostitute, lenoni, parassiti, giovani scialacquatori, meretrici, matrone, cortigiane, il soldato fanfarone, agnizioni, equivoci, beffe con incasinamenti incredibili (quella dei sosia favolosa) che giostravano felici nella sua testa, Non le lesse tutte ma quanto basta per trascorrere diverse serate, soprattutto invernali nella famosa soffitta, riscaldata da una scoppiettante comicità.

Lo stesso per Il Decamerone di Boccaccio. Naturalmente parlo solo delle prime sensazioni, delle prime letture. Un fremito, uno sfrigolio di sensi al solo contatto del libro, subito a ricercare le novelle più spinte, più boccaccesche (quelle di Dioneo, insomma, e mi piaceva da morire il fatto del diavolo nell’inferno), ma poi preso anche dalle storie di burle, di battute tipiche della tradizione toscana e una pietra a Calandrino l’avrei tirata anch’io. Da ignorantello paesano saper leggere e capire lo scritto trecentesco mi dava un senso di conquista, di “elevazione” culturale.
Ancora successo per Decimo Giulio Giovenale e le sue Satire. Al solito ragazzotto di Staggia bastò leggere la prima sulla corruzione e il denaro venerato come un dio per renderglielo simpatico e incredibilmente attuale (l’uomo difficile che cambi). Simpatia che divenne aperta acclamazione spulciandone altre sugli arrampicatori sociali, sui liberti arricchiti (vedi lo strale contro Crispino), sulle facoltose matrone frequentatrici di gladiatori e lupanari (ah, le matrone di un tempo!), sugli omosessuali che non vedeva di buon occhio. Lo capisco, dato il tempo, l’ambiente in cui viveva e l’età, ma non lo assolvo.
Di Publio Ovidio Nasone si beccò subito l’Ars amatoria (ti pareva) e le Metamorfosi. Me lo rivedo con la bava alla bocca sfogliare, speranzoso, le pagine dei libri nella solita, umbratile soffitta. Non di tutti, certo (dopo un po’ si stancava), ma saltibeccando in qua e là, soprattutto nella traduzione italiana (vale anche per gli autori precedenti), secondo istinto del momento.
Le Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca non riuscii a finirle. Tutti quegli insegnamenti al povero Lucilio, e fai qui e fai là, e vai sotto e vai sopra, occhio a quello e a quell’altro, non agitarti, leggi solo pochi autori, vestiti così, evita la folla, evita la massa, evita i pochi, evita anche il singolo (ma allora cosa deve fare?). Una barba, una noia, una noia, una barba… (un saluto a Vianello e alla Mondaini). Umile perdono, in seguito, ad uomo che se la dovette vedere con un disgraziato come Nerone.
Mi piacque, invece, il Satyricon di Petronio che solleticava la mia natura goliardica. Soprattutto la parte della Cena Trimalchionis dove questo bischero, ergo Trimalcione, tra le altre cose, mette in scena il suo funerale costringendo gli invitati a comportarsi come se fossero ad un banchetto funebre. Da sghignazzata.
Poesia
Sono sincero. D’Annunzio mi stette subito lì per la sua fortuna smaccata con le donne, quando il sottoscritto durava una fatica boia per ottenere solo qualche breve approccio. Dunque lessi con risentimento le sue prime opere che mi caddero sotto gli occhi con un discreto fastidio per quel volteggiare aulico fra le parole. Salvai a stento la nota Pioggia nel pineto che piaceva ad una mia compagna di classe che aveva due sporgenze così. Naturalmente in seguito mi sono lasciato trasportare dall’incanto di certa limpida ricercatezza. Senza però entrare in completa sintonia con il famoso trasvolatore.

Anche l’impatto con Eugenio Montale non fu troppo felice. Quel Meriggiare pallido e assorto dove tutta la natura, contornata da un aspro suono, sembrava ce l’avesse con l’umanità intera mi lasciò perplesso. Possibile che la vita fosse così tremenda, mi dicevo, guardando il sole che non abbagliava per niente ma splendeva beato fra le nuvolette. Oggi il Montalone me lo cullo e me lo accarezzo…
E, a proposito di sole, il fatto che per Salvatore Quasimodo trafigga ognuno di noi, mentre ce ne stiamo soli e tranquilli nel cuore della terra, mica mi sconfinferava tanto (non si fa così!). E poi quella sera che arrivava in un batter d’occhio senza preavviso, mi metteva un’angoscia…Ma quale maledetto istinto spingeva i poeti ad essere così pessimisti?
Con Giuseppe Ungaretti un afflato spontaneo. Eppure, lui soldato, aveva cantato la morte, argomento certo non gradito all’imberbe Lotti. Aveva espresso la sua solitudine, la sua disperazione, ma anche il suo attaccamento alla vita, il desiderio di riaffermare i valori dell’uomo (fratelli, Parola tremante nella notte). Insomma l’Ungaretti uomo di pena, che tuttavia si illumina d’immenso e si ubriaca d’universo non dico che mi entusiasmasse ma non mi dispiaceva, mi dava perfino coraggio. E lo sentivo lì, vicino a me, forse per quella bella, stupenda, struggente poesia sulla mamma che avevo perso da ragazzo…
E ancora poeti e poesie. Un viaggio ininterrotto tra ermi colli, cipressi alti e schietti, cavalline storne, passeri solitari, spoglie immemori, Silvie e via e via e via.
Gialli, noir e thriller…
Non è finita perché mi sono circondato di gialli, noir e thriller a non finire di cui ho già parlato su UnoScacchista:
… e, ovviamente, gli scacchi
E gli scacchi. Naturalmente gli scacchi. Primo libro il famoso “Manuale teorico pratico delle aperture” del mai dimenticato Giorgio Porreca, pluricampione italiano del gioco per corrispondenza sul quale mi buttai a corpo morto, soprattutto per imparare la teoria delle aperture che mi sarebbe servita in seguito anche per gli articoli sulle riviste a partire dalla mitica “Due Alfieri” e per qualche mio libro fortunato. In particolare i gambetti (si offre un pedone per l’iniziativa) che stuzzicavano la mia natura spavalda e sbarazzina. In primis il gambetto di Re con il terribile Muzio a farmi girare la testa, poi il Morra-Matulovic a tenere sotto pressione la fastidiosa Siciliana ed infine il Benkö a contrastare di due passi il pedone di Donna. Sempre che il Bianco lo avesse accettato, naturalmente. Insieme allo Schara-Hennig meno conosciuto ma non per questo, o proprio per questo, dotato ai miei occhi di un certo fascino. In particolare mi attiravano le aperture ritenute inferiore o in crisi.

Vedi la Tromposky, per esempio, con la quale il Bianco si privava sin dall’inizio di un Alfiere considerato a quei tempi un vero e proprio tabù. E vedi pure il Dragone della Siciliana che, dopo il lapidario giudizio di Fischer e la batosta presa da Korchnoy ad opera di Karpov nel 1974 (se non erro), era considerato come il fumo negli occhi. Ebbene proprio con queste due aperture riuscii a diventare Maestro e a ottenere degli ottimi risultati tra cui la partecipazione alla V Coppa Latina con la Nazionale A che vincemmo!
E poi ricordo gli Informatori, gli Yearbook e la Enciclopaedia of chess openings che mi servivano durante il citato gioco per corrispondenza quando ancora non c’era il computer a rompere quelle lì. Gli scacchi, il gioco, le battaglie all’ultimo pedone, ma anche la vita, le vite degli illustri giocatori che li avevano resi immortali. In prima fila Fischer analisi di un genio di L. Barden, A. Bisguer, L. Blackstock, H. Golombek e P. Keres, Prisma editore 1989, che mi introdusse nel mondo delle sessantaquattro caselle. Fischer, l’eroe da solo contro tutti, che si stagliava come un dio davanti alla scacchiera.
E poi le altre vite di altrettanti illustri giocatori, sempre pubblicate dalla Prisma, o I miei grandi predecessori di Garry Kasparov delle Edizioni Ediscere. Tutto preso a seguire il loro percorso, la nascita scacchistica, l’evoluzione, i trionfi, la gloria, le sconfitte, lungo un viaggio a volte tormentato e dall’esito infelice. Che serate! E che passione!…
E per finire…
… aggiungo i libri per i miei nipotini Jonathan e Jessica: fiabe, storie, racconti adatti alla loro età. Ai quali vanno un saluto e un forte, caloroso abbraccio.
Ciao, ragazzi!
Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.
Grazie Fabio di questa tua carrellata letteraria di vita, in cui si respira il piacere del leggere e della vera grande cultura umana.
Grazie a te e a Uberto che l’ha pubblicata.
Invito: leggete i libri di Patrizia!
Fatemi aggiungere “La grande storia degli scacchi” di Mario Leoncini! Non perdetelo…
Complimenti Maestro. Ancora una “botta” di cultura che di questi tempi fa bene! (Sono Zenone)
Ciao, Zenone. Butta giù qualcosa anche te!