Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Gli scacchi caritatevoli e la variante della moglie

Praga 1895 - Costumi di una partita a scacchi viventi. Regina nera (Collezione Elke Rehder)

(Claudio Mori)
Su questo stesso blog si è scritto più volte della partita di scacchi viventi di Marostica, anche per il suo Centenario.
Le partite a scacchi viventi si assomigliano, passerelle leziose e incipriate di zombie che dal rinascimento in poi hanno svagato reggenti, nobili, guerrieri, star e popolani. A volte spettacoli teatrali che si ripetono inossidabili negli anni, come Jesus Christ Superstar. A volte sagre di paese estive con buoni incassi in un ambiente dal retrogusto un po’ conservatore e reazionario.

Innocenzo Ringhieri, Cento giuochi liberali, et d’ingegno, Venezia 1533

Non ci si è allontanati molto nei secoli da quella che è stata considerata la prima descrizione di una partita a scacchi viventi ad opera del bolognese Innocenzo Ringhieri nel libro dedicato a Caterina de’ Medici, regina di Francia, Cento giuochi liberali, et d’ingegno, pubblicato a Venezia nel 1533. Un gioco “gentile” – a suo parere -, innocente, da esercitare in “una dolce compagnia di giovani e d’amorose donne”. Non come quei “dannosi e abominevoli Giuochi” che pure tanto piacciono al popolo. E dunque per il divertimento è sufficiente uno spazio abbastanza grande per contenere anche il pubblico, una scacchiera dipinta sul pavimento oppure in pietre bianche nere, e donne da una parte, uomini dall’altra. Eccezion fatta che re e regina siano di sesso opposto.
Anche per il travestimento basta poco. Corone di alloro sui re, di mirto sulle regine, abiti di diverso colore per le Torri, copricapi con piume contro gorgiere per i Cavalli e via di seguito, con estrema semplicità.

Circa nello stesso periodo di Ringhieri diverse fonti attribuirebbero analoghe partite da parte del re indiano Ackbar (1542-1605) sul pavimento della corte di Pachisi, a Fatehpur Sikri, usando ragazze schiave come pezzi. Cosa del tutto improbabile per i protocolli dell’epoca, ma possibile se frutto dell’immaginazione, di licenze narrative che di bocca in bocca sono andate arricchendosi.
Una di queste si può trovare in Viaggi in India e Kashmir di Erich Schönberg (vol. I, pag. 201, 1853). “Vicino a una casa che si dice sia stata precedentemente abitata da Rumy Bibi, la cui figlia era sposata con Ackbar, c’è un grande cortile o giardino in cui vi è una sedia di arenaria e sul terreno, davanti al sedile, sono raffigurati quadrati simili a quelli di una scacchiera ma in quelle che possono essere definite proporzioni gigantesche. Era qui che giocavano a scacchi Ackbar e i suoi due visir, Abul Fazel e Byrber. Invece di castelli e vescovi, cavalieri e pedoni, il re musulmano aveva schierato fanciulle viventi. Esse erano divise in gruppi distinti dal colore del vestito. Quattro erano nere, quattro rosse, quattro gialle e quattro apparivano bianche. Fanciulle come scacchi viventi erano un’invenzione degna di un imperatore. E i loro minuscoli piedi, passando da un quadrato all’altro della scacchiera reale, risparmiavano al lussurioso asiatico la fatica di allungare la sua imperiale mano. Chi riusciva a dare scacco al re portava via un grosso bottino, perché questi castelli, pedoni e cavalli viventi erano la ricompensa del vincitore.”

Nelle innumerevoli repliche del gioco vivente si potrebbe dire che molte battaglie furono combattute solo sull’ispirazione dei costumi, da quelli medievali di Carlo Magno a quelli rinascimentali. Nelle diverse corti europee si metteva in scena lo stesso spettacolo con modifiche legate alla necessità, come quando, ad esempio, la rappresentazione avveniva fuori dal palazzo.
Charles Bouvard, medico di Luigi XIII (1601-1643), riferisce che il Borbone utilizzava per partite viventi i suoi cani da caccia coperti da gualdrappe e guarnizioni differenti per distinguere i pezzi.
Federico il Grande (1712-1786) e il suo feldmaresciallo di origine scozzese James Keith utilizzarono i soldati come pezzi quando non erano impegnati a infilzarsi con l’avversario durante la Guerra di Successione austriaca o quella dei Sette anni.
Per le Torri il monarca prussiano non ebbe alcuna difficoltà visto che tra le guardie reali aveva reclutato giganti da tutta Europa. E nemmeno per i Pedoni che, all’epoca, non dovevano avere una statura molto superiore a quella che sarà di Sua Altezza Vittorio Emanuele II. La curiosità è per la Regina dal momento che- scrive Voltaire – “al mattino, quando Sua Maestà era vestita e calzata, faceva venire due o tre favoriti, giovani ufficiali del suo reggimento, o paggi, o aiduchi, o giovani cadetti. Si beveva del caffè. Colui a cui gettava il fazzoletto restava da solo con lui per un mezzo quarto d’ora”.
Se il campo di battaglia non era un salone nobiliare o il giardino di un parco o un campo di guerra allora era il palcoscenico. Nell’ottobre 1876 al Teatro di Vienna venne rappresentata l’operetta Il cadetto del mare, testo di Friedrich Zell, musica di Richard Genée (1823-1895) con una scena di scacchi viventi nel secondo atto che diede il nome a una trappola di apertura negli scacchi, il Seekadettenmatt (Il matto del cadetto del mare). Il nero cattura la regina bianca alla quinta mossa ma nelle due successive prende il matto.

Il cadetto del mare, atto secondo. Disegno di H. Fritzmann, incisione Richard Brend’amour (1831-1915)

Sulla scacchiera con attori viventi la regina portoghese Maria gioca con l’ufficiale Lambert, suo segreto sposo. Quando sta per subire uno scacco matto entra in scena Fanchette, attrice travestita da capitano di vascello, ex cadetto di mare, che salva la partita della regina in cinque mosse.
Nell’800 vittoriano in Gran Bretagna si scoprì che si potevano fare soldi anche con le partite viventi, non solo con i concorsi di torte. E così, a parte una composta esibizione alle Lowther Rooms, in King William Street, nello Strand, di cui parla la rivista di moda londinese New Monthly Belle Assemblee nel 1836, fu tutto un fiorire di iniziative a scopo più o meno caritatevole.
C’è chi come il reverendo C. C. Chevallier di Heighinton, vicino a Darlington, imbastì lo spettacolo per le campane nuove, costumi ispirati al periodo di Edoardo IV, copiati dalle stampe del libro sul gioco degli scacchi di William Caxton (The Game e Playe of the Chesse, 1470). Chi a St. Leonard-on-Sea giocò in aiuto della Men’s Help Society in abiti di raso stile Tudor. Chi, in Irlanda, giocò per saldare un debito e assicurare i servizi di un docente scientifico alla Hibernian Band of Hope Union, come il dottor Ephraim McDowell Congrave, l’unico che pare abbia ritenuto necessario scrivere un libro sull’argomento, Chess with living pieces (1892).

Partita a scacchi viventi, 1880, Heighinton, Inghilterra

Ci fu anche chi al posto di dipingere, collezionare farfalle, scrivere memorie preferì raccontare storie nella tranquillità di uno di quei circoli di ex ufficiali di Sua Maestà a riposo dalle parti di Piccadilly, accomodato su una poltrona club in pelle, tra nuvole di fumo, camerieri indiani invisibili, l’odore di sigari spenti. In mancanza d’altro, e senza alcun fervore caritatevole, si ripetevano avventure Union Jack, quella Compagnia delle Indie Orientali secondo la quale quando gli indiani non sono schiavi allora sono criminali. In ogni caso da sottomettere, nella supponenza smisurata e nella violenza dei dominatori. Il crimine come una partita a scacchi.
Come nel caso dei Thugs, ladri e assassini devoti alla dea Kalì. Il “c’era una volta” si svolge nelle pianure di Barrackpore dove il capo Thug sfidò il rappresentante della John Company a una partita a scacchi viventi con pezzo catturato pezzo fatto fuori all’istante. La morte e la tortura come divertimento. La posta in gioco fu il cappello di feltro grigio del governatore, ritenuto un potente talismano a sua protezione, contro una fornitura di uomini a 25 sterline ciascuno da destinare allo sfruttamento nelle fabbriche inglesi. Ma quando l’inglese catturò la pingue e sudata regina avversaria, moglie del Thug, preferì diplomaticamente rinunciare al rituale strangolamento della donna in cambio degli uomini che gli servivano e lasciare che il Thug, la bocca dilatata, eruttasse cigolii di rabbia feroce.
Un racconto tutto sommato medievale, con il cavaliere errante che salva la dama, ma in chiave horror. Degna anch’esso di più variazioni sul tema, come le quattordici Variazioni Enigma del baronetto Edward Elgar (1857-1934). Capace di uscire dalle finestre di un circolo e di tuffarsi nel borbottio del mondo per rinascere chissà dove un poco diversa, eppure nuova. La variante della regina o della moglie. Perché piace un sacco, come certe fiabe per ragazzi prima che venissero censurate. Tipo la matrigna di Biancaneve che chiede al cacciatore di portarle “polmoni e fegato” della bimba, “se li sarebbe cucinati di gusto con sale e pepe”. O come la madre di Hansel e Gretel che cerca di spedire i figli nel bosco per avere meno bocche da sfamare. Fantocci d’inchiostro e di parole.
Storie che galleggiano come zattere in attesa di un’isola che le salvi.

Il romanzo I Misteri della jungla nera (1887) di Emilio Salgari illustrato in una collana della Magnesia San Pellegrino. I Thugs tengono prigioniera Ada, figlia di un ufficiale inglese, ma Tremal-naik riesce a liberarla.

Nel 1890, negli Usa, George Ethelbert Walsh sul Demorest’ Family Magazine (Vol. 26, pgg. 679 -680) scrisse una novella dal titolo poco originale, The living Chess-men. Il protagonista è un Capitano inglese che, dopo aver dato scacco matto al suo avversario, salta di palo in frasca e gli narra di quando andò a trovare in India l’amico ufficiale Jack Rowdon appena sposatosi a Calcutta con Evelyn. Scoppiarono disordini e Jack partì per sedarli, affidando la moglie al Capitano. Purtroppo i rivoltosi catturarono proprio loro due e li consegnarono a un raja.
Dopo la scoperta della comune passione per gli scacchi, e un certo numero di partite, il raja invitò il Capitano a una partita tra prigionieri britannici, i bianchi, e prigionieri Indù, i neri. Pezzo catturato, pezzo ucciso, ricordò il raja con ghigno servizievole. Inoltre il Capitano avrebbe avuto salva la vita, insieme alla regina avversaria, se avesse vinto. Orribile scoperta, la regina era Evelyn, la moglie di Jack! “Mi saltò il cuore alla gola, per così dire, e iniziai a studiare il gioco, determinato a farne la partita della mia vita”. I battiti cardiaci suonavano come campane a morto. Il Capitano avrebbe potuto catturare Evelyn in ogni momento, ma l’avrebbe condannata all’esecuzione. Mentre inservienti conficcavano lance in corpi molli stesi a terra inzuppati di sangue, dopo un’estenuante, drammatica partita, il Capitano vinse e riportò a casa Evelyn e tre superstiti soldati.

Viene alla mente quanto Dorothea Tanning, quarta moglie di Max Ernst, affermò sul gioco degli scacchi in un’intervista con Roland Hagenberg nel 1989 : “È più di un gioco. È un modo di pensare. Devi essere intelligente in modo bellicoso. Sei un buon giocatore di scacchi se hai una serie negativa in te. Penso che le persone cattive siano dei buoni giocatori di scacchi […] le persone troppo dolci non possono imparare a giocare a scacchi” . Gli scacchi sono per i più forti.

Il 6 dicembre 1911, sullo statunitense The Day Book (pgg. 23 -24), venne pubblicato uno scritto anch’esso dal titolo per nulla fantasioso, Shah’mate, a firma Harold Carter. Galsworthy, il protagonista, è un ufficiale dell’Impero appena andato in pensione che finalmente può passare le giornate a giocare a scacchi all’Empire Service Club e come un vecchio attore di teatro ripetere un copione consunto dagli anni. Così approfitta del termine di una partita per accavallare le gambe, appoggiare le lunghe mani venose sulle ginocchia, e raccontare all’amico Dunning di quando, proprio in virtù della sua abilità nel gioco, venne inviato in missione per calmare Rassul Kahn, capo afgano, ottimo giocatore di scacchi, ma pazzo criminale che aveva assassinato il figlio erede al trono e gettato in una prigione infestata di topi la moglie. Una ferocia che avrebbe stupito persino Christian Moosbrugger, una vita onesta intervallata da una serie di efferati delitti di ragazze, descritto da Robert Musil nel romanzo L’uomo senza qualità.
La spedizione di Galsworthy venne catturata da Rassul il quale, saputo dell’abilità dell’inglese, predispose una grande scacchiera per una sfida a persone viventi. Utilizzò per sé i suoi soldati. Per il campo avverso scelse otto soldati, due fanti come cavalli, due carri come torri, due preti come alfieri, e liberò il resto della truppa. Poiché al re, cioè a Galsworthy, mancava la regina, Rassul gli diede sua moglie e madre del figlio ucciso.
Le cose stavano mettendosi veramente male per la squadra inglese. Gli uomini catturati venivano ridotti a pezzetti. Gli afgani, invece, solo allontanati. Ma Galsworthy riusci a promuovere un pedone a regina. La folla corse a prendere la madre del ragazzo ucciso e la mise a fianco del trono di Rassul.

Termina così la narrazione di Galsworthy all’amico:
“Ella rimase lì un istante immobile; poi con un grido selvaggio estrasse qualcosa dal petto della sua veste e, con un balzo, la immerse nel cuore del re.
Andiamo Dunning, giocherò con lei un’altra partita”.

Un archetipo, quello del cavaliere che salva la dama. Dell’eroe che combatte il drago per liberare la fanciulla. Di Perseo che salva Andromeda dal mostro marino. Una trama inesauribile, dispersa in mille rivoli, che ritroviamo anche nei fumetti, come in una striscia della serie Dr. Fung Master Sleuth of the Orient apparsa nel gennaio del 1940 su Woderworld Comics. Qui è il criminale Karno The Chessmen che gioca una partita con umani ridotti alla dimensione di un pezzo degli scacchi tra cui il Dr Fung, il suo collaboratore Dan e una ricca ereditiera. Finale scontato. Il Dr Fung riuscirà a liberare Dan, la donna e alcuni schiavi.

Figurine Liebig, 1969

L’esotismo dell’epoca romantica produrrà in alcuni casi strani effetti postumi, come le figurine Liebig del 1969: la Torre abbinata al brodo dal sapore delicato, la Regina alla gelatina rapida, il Re all’estratto di carne, gli Alfieri al minestrone. E in caso di problemi digestivi, ecco in soccorso la Magnesia San Pellegrino che nella Collana di libri celebri – Ridotti e Illustrati, dal 1951 al 1965, al numero 44 pubblicò i Misteri della jungla nera di Emilio Salgari con la storia della setta dei Thugs che tengono prigioniera Ada, figlia di un ufficiale inglese, ma debbono fare i conti con Tremal-naik. La storia si ripete.


 

Claudio Mori, giornalista

 

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  1. Gent.mo Dr. Mori, mi chiamo Antonio Ciccia. No so se si ricorda di me. Perdonerà se uso impropriamente questo canale di comunicazione, ma non sono stato capace di trovarne uno diretto. Era novembre del 1994 e lei mi accolse a ItaliaOggi. Proprio oggi (18/11/2024) sono passati 30 anni da quell’incontro e scrivo ancora per il giornale di via Burigozzo. In occasione di questa, per me, specialissima giornata, le voglio dire grazie per quel po’ di tempo trascorso insieme. Per me è stato importante averla incontrata. Un caro saluto, Antonio Ciccia

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