A scacchi in faccia
Weber, teste calde durante una partita a scacchi, 1984
(Claudio Mori)
Era un tiepido pomeriggio di primavera a Londra. Una leggera brezza entrava attraverso le tende dentro le grandi finestre del palazzo reale di Whitehall le cui stanze, nonostante la luminosa giornata, non cancellavano l’impressione di nascondere segreti dietro ogni angolo. A un tavolo di legno intarsiato Giacomo II d’Inghilterra, lineamenti duri e occhi scrutatori, sedeva di fronte al suo consigliere, il Conte di Dartmouth. Le tessere nere e bianche della scacchiera sembravano formare una partita d’azzardo silenziosa.
Giacomo II era noto per il suo modo spietato di risolvere le questioni, ma quel pomeriggio il suo volto era calmo e concentrato mentre spostava i pezzi con precisione. Il Conte, invece, aveva un’aria tesa. Altri pensieri lo tormentavano.

“Quando ho detto che state facendo un gioco pericoloso, non scherzavo,” disse il re, gettando uno sguardo obliquo al suo avversario. “Non avete idea di quanto sia disposto a fare perché il parlamento approvi la mia legge.”
Il conte si schiarì la gola, nervosamente. “Concedere a Sua Maestà il potere di sciogliere il Parlamento a piacimento, in sostanza a controllare il processo legislativo, equivarrebbe a… a… alla tirannia”.
Il volto di Giacomo II si contrasse. Le mosse si susseguivano rapidamente. Poi, come un temporale improvviso, il re scattò in piedi, facendo sobbalzare l’avversario.
“Tirannia, avete detto? Mi accusate di essere un despota?” gridò, gli occhi iniettati di sangue. Afferrò la scacchiera e la scagliò con forza contro la testa del conte. Il suono del legno contro la parrucca si mescolò al tonfo sordo della scacchiera e dei pezzi che si frantumavano sul marmo del pavimento.
Cadde il silenzio. I cortigiani e le cortigiane presenti rimasero immobili, come se il tempo si fosse fermato, come fossero statuine di porcellana Staffordshire. Il conte di Dartmouth, sorpreso, aveva gli occhi sbarrati. Il re lanciò uno sguardo torvo al locale, come se cercasse qualcuno che osasse contraddirlo. Si allontanò dal tavolo e attraversò la folla muta.
Quel lunedì 20 maggio 1686 la partita a scacchi era finita. The London Gazette riportò con sobrietà l’accaduto e, alcuni giorni dopo, pubblicò anche le scuse del re per l’incidente. The Post ne approfittò per rimarcare “il carattere tirannico del re” e un altro giornale parlò esplicitamente del sovrano come “un pericolo per la libertà”.
In ogni caso due anni dopo il conte di Dartmouth e il parlamento inglese ebbero la meglio. La “Gloriosa rivoluzione” portò all’esilio di Giacomo II e a una nuova monarchia di tipo parlamentare.
Ecco dunque che nell’epoca delle monarchie assolute gli scacchi furono anche il gioco di coloro che gettarono via i loro re. Uno scontro tra visioni differenti del mondo. Una narrazione della storia che vide attorno alla scacchiera del gioco del mondo grandi personaggi di cui si scopre la fragilità, talvolta la violenza.
Encyclopédie Diderot e d’Alembert, tavole con scacchiere e pezzi in stile Directoire
Anche Denis Diderot e Jean-François Marmontel, per quanto entrambi illustri esponenti dell’Illuminismo, avevano divergenze politiche. Diderot, tra i creatori con d’Alembert dell’Encyclopédie, era animato da spirito rivoluzionario mentre l’amico aveva opinioni più moderate. Le loro idee riempivano le conversazioni dei salotti parigini.
Una sera del 1751 i due stavano giocando a scacchi a casa di Marmotel. Sul tavolo poggiava una pregevole scacchiera in ebano e avorio. Il salotto risplendeva di candele e di cornici dorate. Le solite chiacchiere, il solito punzecchiarsi, ma quella volta a Diderot essere tacciato di agitatore ed estremista non andò giù. Il filosofo della ragione fu tradito dal proprio temperamento. Scagliò l’incolpevole scacchiera contro il povero Marmotel. I pezzi volarono in aria come uccelli impazziti e il silenzio fu interrotto solo dal tintinnio sul pavimento. Gelo. Amarezza. Un’amicizia che si ruppe, come gli scacchi. Diderot stesso ricorderà l’episodio nelle Mémoires d’un père.
A un altro scrittore e filosofo illuminista, Voltaire, nel 1765 bastò molto meno, perdere semplicemente una partita a scacchi contro il suo assistente Jean Francois La Harpe, senza neppure il pretesto di un alterco, per andare fuori di testa e scagliargli contro i pezzi. Il contrario di quanto fece il califfo al-Walid circa un mille anni prima che scagliò un pesante scacco in testa a un cortigiano il quale perdeva per non irritarlo.
Diversi episodi, simili nelle dinamiche, simili negli esiti, traggono unica giustificazione dalla passione umana, dagli umori incontrollabili. Il potere simbolico degli scacchi risveglia istinti profondi. Il dramma dell’ira che porta alla distruzione, come Otello che consumato dalla gelosia uccide l’amata Desdemona credendo che l’abbia tradito. O come Satana che non accetta la cacciata dal Paradiso e spinge Eva nel Giardino dell’Eden a disobbedire a Dio e a mangiare il frutto proibito.
Il 12 luglio 1778, presso il castello di Montmorency del conte di Luxembourg, il filosofo Jean-Jacques Rousseau e il conte di Mirabeau stavano giocando a scacchi. Erano amici da tempo, anche se il primo era un ardente sostenitore della democrazia e l’altro un aristocratico conservatore. Uno impulsivo, l’altro egocentrico. Iniziarono a discutere di politica, come già altre volte. Sarà stato a causa della giornata soffocata nel caldo, la discussione si fece presto accesa. Il conte di Luxembourg, la marchesa di Créquy e il duca di Lauzun, che fino a quel momento erano rimasti in disparte a conversare tra loro, cominciarono a prestare attenzione a quanto stava accadendo. I due giocatori iniziarono a insultarsi a vicenda. Come andò a finire lo raccontano gli stessi protagonisti nelle rispettive memorie.

“[…] Mirabeau mi accusava di essere un utopista, mentre io lo accusavo di essere un corrotto. La discussione si fece sempre più aspra, e alla fine perdemmo il controllo. In un impeto di rabbia, presi la scacchiera e la lanciai contro Mirabeau. La scacchiera lo colpì alla testa, ma non lo ferì gravemente. Mirabeau rimase sorpreso e ferito dall’episodio. Mi guardò con occhi colmi di odio, e poi si alzò e se ne andò. Rimasi solo, a piangere per quello che avevo fatto. Mi sentivo in colpa e vergognoso. Avevo perso il controllo, e avevo commesso un gesto assurdo. Il giorno dopo, Mirabeau mi scrisse una lettera in cui mi accusava di essere un violento e un irresponsabile. Mi disse che non mi avrebbe mai più perdonato” (Jean-Jacques Rousseau, Les Confessions, Libro X, Capitolo VII).
“Rousseau era infuriato per la recente morte di sua figlia, e questo contribuì a fargli perdere la pazienza. In un impeto di rabbia, Rousseau prese la scacchiera e la lanciò contro di me. La scacchiera mi colpì alla testa, ma non mi ferì gravemente. Rimasi sorpreso e ferito dall’episodio. Mi alzai e me ne andai, senza dire una parola. Rousseau rimase solo, a piangere per quello che aveva fatto. L’incidente ha avuto un profondo impatto sulla mia vita” (Les memoires de Mirabeau, pubblicato nel 1834).
Lo strazio per la morte della figlia avrebbe causato la condotta così fuori misura di Rousseau. È possibile.
Tramontati, o quasi, i re, anche nelle neonate democrazie lo scontro politico non fu meno duro. Thomas Jefferson, futuro terzo presidente degli Stati Uniti, era un buon giocatore di scacchi. Un giorno Jefferson stava giocando con il suo amico John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti. Correva il 1793 e, dall’altra parte dell’Oceano, André Philidor intratteneva da esiliato, a 67 anni, i soci del Parsloe’s Club di Londra con partite simultanee e alla cieca. Nella Francia repubblicana Luigi XVI e sua moglie Maria Antonietta venivano decapitati.

La partita tra Jefferson e Adams era serrata. I due erano concentratissimi. A un certo punto Adams mise in difficoltà Jefferson. Allora “Jefferson, in un impeto di rabbia, scagliò la scacchiera contro il muro. La scacchiera si frantumò in mille pezzi, e gli scacchi volarono in tutte le direzioni” scriverà Dumas Malone in Jefferson and the Rights of Man (Little Brown and Company, 1970).
Le idee e le personalità si scontrano in un duello che va ben oltre il semplice gioco. Le emozioni possono prendere il sopravvento. Il gesto sciagurato di una scacchiera usata come oggetto contundente diventa quasi un rituale, un modo per esprimere in maniera fisica la furia interiore, una liberazione momentanea di emozioni represse. E può diventare racconto, fiaba, come una delle numerose versioni della Chanson de geste di Ogier e della sua spada Cortana scritte a partire dal XII° secolo.
In una di queste, il Roman d’Ogier le Danois uscito nel 1499, Carlo, figlio di Carlomagno e della terza moglie Ildegarda, e Baldovino, figlio di Ogier, erano buoni amici. Contrariato per avere perso due partite di seguito, Carlo catturò un pezzo all’amico e credette di potergli dare scacco matto, invece cadde nella trappola che gli era stata tesa. Baldovino, sorridendo, gli diede matto per la terza volta. Allora Carlo “se lève furieux, et saissisant le pesant échiquier d’or dont il se servoient en emporte un coup sur la tête de Baudoin, la lui brise et le fait tomber mort dans la chambre”, allora Carlo si alza furioso, e prendendo la pesante scacchiera d’oro di cui si servivano, la sbatte sulla testa di Baldovino, gliela spacca e lo fa cadere morto nella stanza.

È così che, nel corso dei secoli, le scacchiere sono diventate palcoscenico di passioni estreme, testimoni di lotte politiche e drammatici cambiamenti della storia.
La vicenda di Carlo e Baldovino potrebbe anche avere un seguito, come Le cronache di Narnia di Clive Staples Lewis, arrivare ai giorni nostri e suggerire una possibile redenzione.
Carlo è scioccato. Si sente in colpa, “cosa ho fatto? Perché?”, si dispera. Decide allora di chiamare la polizia, che lo arresta. A processo, Carlo viene condannato a trent’anni di reclusione. Un tempo interminabile che Carlo impiega per studiare, per diventare un uomo diverso, capace di dominare le pulsioni peggiori. Tra le tante letture fatte in carcere lo tormenta, come un tarlo, la storia di quel tale Murner, tedesco di Altenburg, in Turingia, che fece pubblicare su un giornale una convocazione cittadina per domenica 5 aprile 1850 allo scopo di discutere l’introduzione obbligatoria dell’insegnamento degli scacchi nelle scuole, di renderlo un gioco nazionale e di fondere tutti i circoli scacchistici in un’Accademia scacchistica.
Scontata la pena e uscito di galera, Carlo decide allora di trovare lavoro come insegnante di scacchi e di trasmettere la sua passione ai giovani. Può succedere di tutto.

Claudio Mori, giornalista

