Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Bent Larsen, o le apparenze che ingannano

(Riccardo Moneta)
Diverse volte ho giocato peggio di quanto credessi possibile. Ma quando ho giocato meglio di quanto pensassi di poter fare è stato solo a Mosca nel 1956!”.
La frase di è di Bent Larsen e si riferisce ad una celebre partita con Botvinnik a Mosca, partita che lo fece conoscere al mondo scacchistico definitivamente. In quelle Olimpiadi di Mosca 1956 Larsen ottenne il miglior risultato in prima scacchiera e conquistò il titolo di Grande Maestro.

Di lui ci ha già parlato Nazario Menato in questo post.

Tracciamone di nuovo un breve profilo, prima della presentazione di due imperdibili frammenti di partita. Larsen merita questi bis in quanto la sua figura, nonostante resti offuscata nella storia da quel famigerato 0-6 subìto per mano dell’implacabile Fischer, è stata sicuramente per un quarto di secolo (fra il 1956 e il 1981) tra le prime due o tre più rappresentative dello scacchismo d’occidente, forse anche la prima alle spalle dell’inarrivabile Bobby.

Bent era nato in Danimarca nel 1935, a Thisted, ma la sua famiglia si trasferì nel 1950 ad Aalborg, dove il padre era direttore delle Poste e impegnato politicamente nel Partito Liberale. Era a letto malato nell’inverno del 1946, Bent, quando un amico gli prestò un set di scacchi, aprendogli quel mondo che non avrebbe più abbandonato. Si mise a studiare da quel momento e passò di vittoria in vittoria, dall’ambito cittadino a quelli di contea, poi nazionale (campione danese nel 1954, a 19 anni) e internazionale.

Si iscrisse all’Università (Ingegneria civile), ma non terminò gli studi perché nel frattempo aveva deciso di abbracciare esclusivamente l’interesse scacchistico, anche se non fu mai un professionista nel vero senso della parola. I suoi successi furono tanto più rimarchevoli in quanto il giocatore non venne troppo supportato dalla sua federazione e, soprattutto, non ebbe mai un allenatore.

Bent Larsen mise in mostra fin dai primi anni un gioco eccentrico (aperture minori fra cui 1.b3) e aggressivo, che puntava molto anche sugli aspetti psicologici. Infatti vedeva il gioco anche come psicologia e arte, oltre che come logica e calcolo. Si leggono queste parole in un bellissimo articolo in danese di Per Brahde (“Bent Larsen, un ritratto”, in “Afflusso e deflusso”, 2010), articolo che è la fonte principale di questo mio breve post:

Come tutti gli artisti, Larsen ha la spiccata propensione a non aver compromessi, a giocare sempre il tutto per tutto…. Un pareggio non gli basta mai, e probabilmente questo atteggiamento gli è costato il titolo mondiale, nonostante tre tentativi: nel 1965 contro Mikhail Tal, nel 1968 contro Boris Spasskij e nel 1971 contro Bobby Fischer”.

Un atteggiamento, questo di Larsen, che si riverbera anche nei suoi numerosi articoli e nei libri, dal primo (“The Opening Game in Chess”, 1957) all’ultimo (“All pieces attack”, 2010).

I suoi anni migliori furono quelli fra il 1967 e il 1972, quando era stabilmente al terzo posto nelle classifiche mondiali, poi toccò una nuova vetta vincendo nel 1976 l’interzonale di Bienne, in Svizzera, così ripetendo i successi degli Interzonali di Amsterdam 1964 e Sousse 1967. Il 1967 è stato un anno magico per Larsen, che trionfò in tre grandi tornei consecutivi: a L’Avana, Winnipeg e Palma di Maiorca. Complessivamente furono una quarantina i tornei da lui vinti. I più importanti (oltre i tre Interzonali) sono stati:

Hastings 1956/57, Mar del Plata 1958, Beverweijk 1960 e 1961, L’Avana e Winnipeg 1967, Palma de Maiorca 1967 e 1969, Montecarlo 1968, Teesside 1972, Londra 1973 e 1977, Hastings e Manila 1973, New York 1974, Orense 1975, Lanzarote 1976, Portorose e Ginevra 1977, Lone Pine 1978, Copenaghen 1979, Buenos Aires 1979 e 1980.

Larsen, che era anche soprannominato “il vichingo degli scacchi”, riusciva a dare il massimo di sé contro i giocatori sovietici, che in genere non gli stavano eccessivamente simpatici anche in quanto rappresentanti di quel regime sovietico che lui sentiva molto lontano dai suoi modelli politici. Celebre restò in particolare il doppio successo che ottenne nella “Piatigorsky Club” di Santa Monica 1966 contro Tigran Petrosian, allora campione del mondo in carica.

In proposito il Brahde riporta un ricordo dello stesso Larsen, cui verso la fine dello scorso secolo si era rivolto Garry Kasparov nel tentativo di convincerlo ad affiancarlo nelle sue iniziative scacchistiche e politiche: “Decisi molto presto che non volevo… Ci furono un paio di tentativi di farmi pressioni. Uno di quelli che ci hanno provato è stato Kasparov. Mi chiamò e parlammo per 45 minuti, finché si rese conto che ero irremovibile. Non c’era niente da fare: sono sempre stato una persona testarda“.

1.b3

Dove Larsen non eccelleva erano i pronostici, che lui non esitava a dare. Notevole quello clamorosamente sbagliato su Fischer (ma era di un annetto prima dello 0-6 che incassò dall’americano):

Non credo che Bobby diventerà mai Campione del mondo: è troppo nervoso e ha troppa paura di perdere … non soltanto io sono più bravo di lui, ma lo sono anche Taimanov ed alcuni Grandi Maestri”.

La grande fiducia in se stesso accompagnò Larsen in ogni momento: a Merano 1981 si disse sicuro di entrare nuovamente fra i “Candidati”, ma così non fu … era ormai troppo tardi.

Larsen si sentiva tartassato dal fisco di Danimarca e allora, da buon cosmopolita, da cittadino del mondo che conosceva la bellezza di nove lingue, ad un certo punto della sua vita decise di lasciare per sempre il suo Paese natale. Già nel 1974 era andato in Spagna, a Gran Canaria, e a partire dal 1984 si trasferì in Argentina, dove sposò in seconde nozze l’avvocatessa Laura Beatriz Benedini e dove seguì fino all’ultimo gli scacchi, unitamente ad altri hobbies: lettura (Dostoevskij) e ascolto della musica (dal jazz di New Orleans alle composizioni di Schubert e Beethoven).

Qui in terra argentina, precisamente a Martinez, un sobborgo di Buenos Aires, Bent Larsen si spense il 9 settembre del 2010, all’età di 75 anni. Fra i Grandi Maestri, il principale ammiratore di Larsen è lo statunitense Yasser Seirawan, che nel 2010 gli dedicò un libro (“Chess Duels”), sottolineando la forza di carattere del giocatore danese, la determinazione con la quale egli rincorreva la vittoria e, soprattutto, “… he is truly a kind, warm person as well”.

Vi presento ora alcuni movimenti tratti da due partite non famosissime di Larsen, che giustificano l’assunto del sottotitolo del post … con le sue “apparenze che ingannano”. Guardate questa posizione.

Porath – Larsen
Mosca, 1956

Ovviamente Larsen non può prendere il Cavallo in d4 a causa dello scacco di scoperta. Infatti dopo

Come “ovviamente”? L’apparenza inganna! Inganna il lettore distratto e inganna me che scrivo così. Non inganna un grande come Larsen, che ci dimostra perché quel ragionamento è sbagliato.


Evans – Larsen
Dallas, 1957

E’ una di quelle posizioni delicate per entrambi i colori, nelle quali il G.M. danese esplica le sue migliori capacità combinative. Ed infatti Larsen dimostra subito come sfruttare la posizione non ideale della Torre bianca in e3.


(P.S. l’immagine sotto il titolo è di Wim van Rossem, la seconda è di Harry Pot, la terza è tratta da Anefo/Wikipedia)

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