Nakamura vince e getta il Re di Gukesh tra il pubblico!
Il team USA, vincitore della sfida
(Uberto Delprato)
“Win with grace, lose with dignity” è sempre stata una massima ripetuta per educare tutti, specialmente i giovani, a rispettare l’avversario in ogni occasione, nella vittoria e nella sconfitta. E’ anche questo atteggiamento che ha contribuito a formare l’immagine degli scacchi come gioco cavalleresco e in grado di costituire un esempio di equilibrio e sportività.
La stretta di mano prima e dopo la partita non è semplicemente un gesto dovuto, ma una dichiarazione, un segnale che il fatto che si giochi per sconfiggere l’avversario non ha nulla a che fare con i sentimenti personali, ma che fa parte del gioco degli scacchi e la lotta rimane confinata all’interno della partita.
Un po’ come le strette di mano sottorete dopo una partita di pallavolo: chi ha vinto e chi ha perso riprende il controllo delle emozioni e riconosce cavallerescamente all’avversario di aver contribuito a giocare la partita. C’è chi vince e c’è chi perde, e, a turno, si vestono i panni dell’uno o dell’altro, ma rimaniamo sempre noi stessi, la vittoria o la sconfitta contribuiscono a farci crescere e a confermare l’amore per lo sport, al di sopra della ricerca della vittoria.

Tutto bello, ma oggi… molte cose sembrano cambiate. Si gioca sempre più su Internet e giocare senza la presenza fisica tende a far dimenticare che di fronte a noi c’è un altro essere umano e non una proiezione digitale, c’è una persona che va rispettata e di cui va riconosciuto il valore, anche nella sconfitta.
C’è poi l’aspetto del maledetto “spettacolo”, che sembra sia il modo migliore per attirare nuovi spettatori che, magari, diventeranno nuovi scacchisti. Di fatto, sta perdendo valore la qualità di ciò che si crea sulla scacchiera, sintetizzato solamente nel risultato finale, come se improvvisamente non sia più vero che perdere sia l’inevitabile altra faccia della vittoria, ma che la cosa che conti sia solamente la vittoria, ottenuta in qualunque modo.
Tutta questa “menata” serve a raccontare la conclusione del “Checkmate USA vs India“, un incontro su cinque scacchiere tra altrettanti giocatori in rapresentanza delle due nazioni, che si è svolto sabato scorso ad Arlington, Texas (USA). Un match senza nessun particolare significato sportivo, costruito e organizzato unicamente per “entusiasmare” il pubblico pagante; un’esibizione mascherata da match tra due nazioni.
Lo stesso formato racconta benissimo l’obiettivo: vincere e basta, possibilmente nella maniera più spettacolare possibile. I cinque match sono stati giocati uno dopo l’altro, mettendo quindi sul palcoscenico un solo giocatore per squadra. Partita secca da 10 minuti, con incremento di 1 secondo quando il proprio tempo disponibile scende sotto il minuto. In caso di parità, altra partita secca da 5 minuti con la stessa regola di incremento. In caso di ulteriore parità, altra partita secca da 1’+1″, seguita da altre partite sempre da 1’+1″ fino a che c’è un vincitore. Particolare: non era ammesso l’abbandono quindi le partite potevano finire solo per patta forzata o per scacco matto.
Ogni match doveva quindi finire con uno scacco matto sulla scacchiera e, a quanto si è detto, gli organizzatori hanno invitato i giocatori ad atteggiamenti e gesti adatti per “scaldare il pubblico”: quanta distanza dal “nobil giuoco”…
Le squadre hanno schierato giocatori di tutto rispetto con questi match in programma (nella sequenza in cui sono stati giocati): MI Tanitoluwa Adewumi – MI Ethan Vaz (i giovani promettenti), MI Levy Rozman, noto anche come Gotham Chess – MI Sagar Shah, co-fondatore di Chessbase India (i colossi dei media), MI Carissa Yip – GM Divya Deshmukh (le ragazze), GM Fabiano Caruana – GM Arjun Erigaisi (i pesi massimi) e GM Hikaru Nakamura – GM Gukesh Dommaraju (i numeri 1). Da notare che gli USA hanno avuto il Bianco in tutte le partite, sottolineando il vantaggio di “giocare in casa”.
Quando l’incontro era ormai deciso da un pezzo (si era sul 4 a 0 per gli USA), Nakamura ha incontrato il Campione del Mondo, pattando le prime due partite e vincendo improvvisamente la terza partita a causa di un brutta svista di Gukesh. Bene, cosa ha fatto Nakamura? Ha preso il Re di Gukesh e l’ha lanciato verso il pubblico, continuando ad esultare come se avesse ottenuto il punto decisivo del match della vita.
Ora, non era il punto decisivo e la vittoria è arrivata solo per una clamorosa svista dell’avversario: dov’è la grazia della vittoria? Dov’è la comprensione per l’avversario (che invece ha sicuramente perso con dignità)? Davvero siamo arrivati a questo per “fare spettacolo” e far urlare gli spettatori che fanno il tifo come allo stadio?
D’accordo, non ci sarà sicuramente nessun problema tra i due giocatori e sono abbastanza sicuro che quel gesto era stato concordato con gli organizzatori, rimanendo confinato nell’ambito di una sceneggiata, ma è davvero così? Quanti ragazzi esultano dopo un gol con il gesto caratteristico di Cristiano Ronaldo? Lanciare il pezzo dell’avversario rischia di diventare un gesto imitato che, anche se probabilmente goliardico e pianificato, può diventare una prassi di cattivo gusto, tra il vincitore che ride con i suoi amici e lo sconfitto che si può sentire umiliato pubblicamente, come se non mancassero le occasioni di assistere ad atteggiamenti di questo tipo in altri sport.
Io non credo che sia inevitabile far diventare gli scacchi solamente spettacolo, e l’ho scritto più volte qui sul blog. Spero che il gesto di Nakamura, al di là del suo significato, rimanga un gesto isolato. Non abbiamo bisogno di creare rivalità o motivi di vendetta nell’eventuale match di rivincita in India. Nè abbiamo bisogno di stimolare atteggiamenti violenti facendoli passare per goliardia o divertimento.
Gli scacchi senza la grazia nella vittoria, la dignità nella sconfitta e il rispetto, per qualunque avversario, non sarebbero diversi da qualunque altro gioco. Per qualcuno questo è un obiettivo per fare soldi, per me è un attacco allo spirito del gioco ed al messaggio di correttezza e sportività che da sempre è associato agli scacchi.
Condivido in pieno. Bellissimo articolo.
Parole misurate e che colpiscono ben al cuore del problema. Perché qui per me si tratta effettivamente di un problema, il pensiero statunitense sul gioco è un caterpillar delle nostre “tradizioni”, sotto la luce del profitto sempre e nonostante tutto , il loro pensiero travolge ogni nostra immagine e simbolo , sostituendola con altre immagini ( il duelli, l’esistenza, la polvere, il sangue, fumi e raggi laser , la moviola …)
anche se il gesto possa essere pensato come una forma goliardica potrebbe portare ad una forma di mancanza di rispetto verso l’avversario e trasformare gli spettatori che vedono una partita di scacchi in una di calcio. In pubblico si deve mantenere il massimo contegno (stretta della mano prima e dopo la partita), poi quando sei da solo o con gli amici tuoi puoi pure saltare sugli alberi come le scimmie. Mi è capitato anche a me di vincere una partita ad un infrasettimanale con un 1° Nazionale (sono nc ,avevo il nero primo turno e non giocavo da circa 20 anni ed era il primo del tabellone e quando ho capito che avevo vinto mi veniva di saltare sul tavolo in quel momento per l’adrenalina che avevo addosso dopo una lunga battaglia, ma ho stretto la mano e quando è finito tutto mi sono allontanato da tutto e da tutti e mi sono sfogato con un urlo di gioia.