Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Imbrogli e indecenze dietro la scacchiera

(Riccardo Moneta)
La lealtà dovrebbe essere un principio inabdicabile per tutti gli scacchisti (e non solo). Dovrebbe. Purtroppo spesso non è così, non lo è mai stato. Magari a volte involontariamente, ma non raramente è accaduto di vedere disturbato, se non proprio falsato, il risultato di una partita o di un torneo da atteggiamenti particolari dei due giocatori sulla scacchiera e/o, una volta alzatisi entrambi, dietro la scacchiera.

Oggi c’è il cheating ad allungare sinistre nuvole nere e disastri sul mondo degli scacchi, e si tratta di un virus difficile da debellare e assai pericoloso. Il cheating può uccidere gli scacchi, ma la diffamazione fa molto di peggio: può uccidere le persone.

A qualcuno dei nostri lettori potrebbe interessare un approfondimento dei temi legati al “cheating”, che negli ultimi tempi ha visto dibattiti aspri e risvolti molto seri. Tutti avrete sentito parlare del caso Niemann-Carlsen del 2022, come pure della perdita del titolo di G.M. e della squalifica per 3 anni comminata all’ucraino Kirill Shevchenko, che venne colto in flagrante ad utilizzare uno smartphone nel bagno. Qui invece (“Échecs : quand un professeur de statistiques enquête sur des allégations de tricherie au plus haut niveau“) potete leggere un interessante articolo che ha per protagonista un matematico e professore di statistica, il canadese Jeffrey Rosenthal, il quale un paio di anni fa fu chiamato da Erik Allebest, CEO di Chess.com, per “indagare sulle affermazioni dell’ex campione del mondo di scacchi Vladimir Kramnik intorno alle lunghe serie di vittorie di uno dei migliori giocatori del mondo, l’americano Hikaru Nakamura”.

Alla fine delle sue approfondite e articolate analisi, Rosenthal concludeva scrivendo che i risultati di Nakamura erano più o meno in linea con quanto ci si sarebbe attesi da un giocatore del suo livello. Tali analisi vennero anche pubblicate sulla prestigiosa rivista ‘Harvard Data Science Review’.

Jeffrey Rosenthal

Il personaggio Kramnik ha assunto in realtà in questi ultimi anni un profilo sempre più sconcertante e negativo, ed è oggi criticato ferocemente da tanti giocatori per certe sue azzardate e poco chiare esternazioni; ma ora preferisco chiudere qui il delicato tema “cheating” e rivolgere la mia attenzione al passato, ad altri tipi di nefandezze.

Un tempo in effetti c’era dell’altro, perché le scorrettezze (reali e non immaginarie) sono purtroppo sempre esistite. Vorrei solo ricordare come nel XV° secolo Luis Ramìrez de Lucena abbia scritto nel suo celebre manuale di scacchi (dal titolo interminabile che non trascrivo) “cerca di giocare la partita quando il tuo avversario ha mangiato o bevuto abbondantemente”, e come nel XVI° secolo Ruy Lopez de Segura abbia dato suggerimenti sul modo di piazzare la scacchiera e il tavolino: “fai in modo che il tuo avversario abbia il sole negli occhi”.

E allora? Di cosa ci meravigliamo? Ci meravigliamo se qualche secolo dopo Emanuel Lasker abbia soffiato in faccia all’avversario il suo schifoso sigaro? Ci meravigliamo se Wilhelm Steinitz abbia canticchiato i motivi del Tannhauser durante le sue partite? Ci meravigliamo se la signora Petrosian si sia intromessa nei tornei cui partecipava il marito per cercare di fare arrivare suggerimenti agli avversari dei principali rivali di suo marito? Ci meravigliamo se nel match Petrosian-Korchnoi del 1977 gli organizzatori abbiano dovuto sistemare una scacchiera sotto il tavolo per impedire che i due si prendessero a calci? Eccetera, eccetera.

Ma non era soltanto durante il gioco che la storia ci ha tramandato l’esistenza di centinaia di diverse scorrettezze. Non dimentichiamo che il secolo XX° è stato il secolo delle “partite sospese”, con relativa “mossa segreta” in busta. Questa prassi dava adito, come immaginate, ad una serie di sorprese clamorose, talvolta perfino disgustose.

Sull’origine di tali “sorprese nelle sospese” sono a volte corse voci e pettegolezzi, sovente si ebbero solo indizi e mai prove. Ma i casi erano troppo ricorrenti, troppo evidenti e troppo chiacchierati. Il caso più eclatante, e non era un pettegolezzo, resta forse il match USA-URSS delle Olimpiadi di Varna 1962, quando alla sospensione della partita Botvinnik-Fischer il Bianco aveva una posizione disperata. L’equipe sovietica intera passò la notte ad analizzare la posizione, finché Evfim Geller trovò una difesa miracolosa e salvifica per Botvinnik. Quest’ultimo del resto non si è mai fatto mancare nulla del genere, dall’appoggio dei compagni a quello del partito in vista, ed è solo un esempio, del match mondiale contro Bronstein nel 1951.

E poi un episodio che lasciò forti dubbi: al torneo di Milano 1975 Lajos Portisch, alla ripresa del gioco, non riuscì a battere Anatoly Karpov pur avendo sospeso in posizione probabilmente vincente. Due anni dopo, al torneo di Bad Lauterberg 1977, un altro ungherese, Istvan Csom, sospese la partita contro il campione del mondo Karpov (toh, ancora lui!) in posizione vittoriosa, ma, come raccontò il nostro Giorgio Porreca sulla sua rubrica tenuta in un quotidiano del tempo, “… dopo aver trascorso la serata insieme e in fitti conciliaboli, alla ripresa del gioco il magiaro riuscì perfino a perdere la partita”. Le casistiche sono state tante, ad ogni livello di gioco, e, così come l’acqua va al mare, a beneficiarne sono sempre i più potenti, non solamente i più bravi.

Infine può anche accadere che ad influenzare l’andamento di una partita e di un torneo intervengano comportamenti di un giocatore non necessariamente scorretti, magari soltanto un poco improvvidi.

Un esempio è quello della partita Goering-Anderssen giocata nel corso del primo campionato tedesco, a Lipsia. Carl Goering (1841 – 1879) aveva organizzato il torneo proprio come omaggio all’anziano Adolf Anderssen (1818 – 1879), che avrebbe senz’altro meritato di fregiarsi del titolo di primo campione di Germania.

Accadde che Goering alla trentacinquesima mossa vide un matto e lo annunciò. A quell’epoca non era cosa rara annunciare il matto all’avversario nel corso della partita. Tale pratica andò via via sparendo dalle abitudini, se non altro perché al matto non si arrivava quasi più; ai nostri giorni si abbandona prima perché non c’è più nemmeno la nobile usanza di concedere all’avversario il piacere di giungervi.

Carl Goering – Adolf Anderssen
Lipsia 1877

Probabilmente Carl Goering non avrebbe mai voluto vincere così una partita: una nefandezza involontaria!


P.S.: l’immagine sotto il titolo è dell’autore del post

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