Scacchi e il milione
(Claudio Mori)
Che tristezza quella foto. Vincitori di un campionato di scacchi se ne stanno allineati, quasi sperduti, sul palco a esibire il premio del trionfo, della dura battaglia combattuta fino a pochi istanti prima sulla scacchiera. Sembrano soldatini di passioni tristi e non i sognatori che per giorni hanno rinunciato a un cielo così azzurro da far male per chiudersi in una sala satura degli umori dei corpi e inventare storie utilizzando 64 caselle.
Vestono abiti dimessi, stazzonati, questi vincitori, e tra le braccia allargate, quasi in segno di rassegnazione, esibiscono un enorme cartello rettangolare che gli nasconde il petto, che li taglia a metà come un prestigiatore sa fare con la propria bella assistente stesa in una cassa di legno. Loro, che sono degli esteti, capaci di trasformare in danzatori i pezzi sulla scacchiera e “poco importa allora che l’uno o l’altro vinca, ciò che conta è mantenere l’armonia del ritmo […] I giochi agonistici sono quindi molto simili alla danza. O all’amore” scriveva il sociologo Roger Caillois.
Il campo da gioco è uguale per tutti, una scacchiera e un orologio a fianco, che si giochi nel retro di un bar di periferia dai muri snudati, nell’ombreggiatura leggera di un parco, in un locale con stucchi e splendidi lampadari. Ma i differenti contesti fanno la differenza.
Gambe e testa separati dal fac-simile di un assegno sono il prezzo della vittoria. Perché quel brutto cartello in bianco e nero, perfettamente aderente alla modestia del premio, porta in sé sia la cifra da intascare sia la rappresentazione delle passioni del cuore, delle emozioni di ogni partita trasformate in merce, la cui unità di misura è il denaro.

Il Signor Bonaventura, quel simpatico personaggio bianco e rosso “nato da una disfatta come quella di Caporetto ed una grande promessa tradita come la Rivoluzione d’Ottobre” secondo le parole del suo ideatore Sergio Tofano, dal 1917 al 1978 ha rallegrato le pagine del Corriere dei Piccoli con le sue avventure al termine delle quali riceveva immancabilmente l’assegno di un milione di lire. Disney non poteva essere da meno e nel 1975 pubblicò su Topolino Paperlink e il dollaro da un milione, soggetto di Guido Martina ed Elisa Penna, con l’assegno da un milione di dollari.
Ogni classe dominante ha conformato il gioco degli scacchi al proprio stile di vita. Come i nobili decaduti del Basso Medioevo, come le monarchie assolute, come le rivoluzioni borghesi di fine ‘800 e quelle operaie dei primi del Novecento. E ora ha fatto dei giocatori di scacchi strumenti dell’industria dell’intrattenimento.

Che volgarità quella foto. I vincitori di una competizione di scacchi si sono arresi a bruti senz’anima, in fila su un palco disadorno, su un tripode scalcagnato. E ciò che sta attorno a loro non è migliore, arbitri, organizzatori, sala. Tutto concorre al degrado. C’erano già state foto simili, di altri tornei con ricchi premi e cotillons, volti felici, sguaiatamente sorridenti, che sbucano da enormi assegni questa volta ovviamente a colori, lucidi come gli attori di quel teatrino: vincitore, sponsor, valletta.
Certo, si dirà, è così in tutti gli sport. Vero. Anche gli scacchi, lo sport degli scacchi, è un’industria con tutte le attività commerciali connesse. Dunque la volgarità dell’esibizione dell’assegno è perfettamente coerente. Così come i marchi degli sponsor sugli abiti dei giocatori, sulle pareti delle arene di gioco, sui social che li reclamizzano. La gigantografia di un assegno o sei lattine di birra tra le braccia trasmettono lo stesso messaggio.
Sul tavolo degli scacchi, pudicamente celati, ci sono da sempre l’abilità del giocatore, i soldi, persino gli amori. Come il principe Erenfrido che gioca a sacchi alla corte dell’imperatrice del Sacro Romano Impero Teofania Scleraina (955-991 e.v.) con Ottone II, fratello di Matilde, e sconfigge per tre volte Ottone II il quale gli chiede cosa vuole per ricompensa: “Pure quel Dio, che mi guidò la mano a vincere, mi guida la lingua a dimandarvi per isposa Matilde vostra sorella”.
Nessun anatema, nessuna minaccia di punizione luciferina, nessun editto di qualche autorità è riuscito a rompere questo scambio tra il gioco e l’azzardo, perché è lo spazio dell’illusione, di vincere e di trarne guadagno.
Ma si tratta pur sempre di un corpo a corpo con un avversario, non con un’industria, di un confronto alla pari, carnale, leale sia pur con diverse eccezioni. Come quando re Artù gioca con Ferragunze e mettono in palio lo scheggiale, preziosa cintura con fibbia di gioielli e smalti, delle rispettive mogli. Mentre Ferragunze va a prendere lo scheggiale Artù ne approfitta per spostare un pedone sulla scacchiera.
E tralasciamo le patte combinate e coloro che giocano a fare i vincitori con i cellulari nei bagni. E tralasciamo pure i pentimenti, come quello di Jekuthiel, figlio di Gershom, che alle 5 di una mattina che sbiadiva le stelle giurò davanti a Abramo Farisol di Avignone: “Possa ciò servire per buon ricordo, Amen. Dalla ventitreesima ora del principiante aprile 1491, il sottoscritto si impegna con se medesimo mediante giuramento sui dieci comandamenti che egli non farà mai più alcuna partita né inciterà alcuno a giuocare per lui, ad zione della dama e degli scacchi, e questo giuramento avrà vigore dieci interi anni”.

Che brutto messaggio quella foto, quelle che l’hanno preceduta, quelle che la seguiranno. In particolare ai giovani. Sono immagini che riproducono le diseguaglianze della società. C’è chi guadagna cifre astronomiche e chi si deve accontentare di una coppa di latta, o di qualche regalo di uno sponsor locale.
Diversi anni fa c’era uno slavo, ormai scomparso, che non aveva un quattrino in tasca ma giocava bene a scacchi. Era un Maestro internazionale. Girava per i tornei accontentandosi di un pasto caldo e di un posto dove dormire. Spesso vinceva. Non erano passati cinque minuti da quando aveva alzato al soffitto la coppa che già stava cercandolo di venderla per qualche soldo. Altre volte decideva di perdere per vendere i propri punti Elo all’avversario. Altre ancora, negli intervalli tra le partite, racimolava biglietti da mille lire con partite di un minuto contro cinque dello sfidante.
Così va il mondo. Si può accettarlo. Non è un obbligo, però. E restare testardamente dilettanti, difendere il valore della forma, il principio che l’uomo non è un assegno, e nemmeno una pedina, non significa essere meno rigorosi e forti. Pensare a un mondo migliore anche nel gioco degli scacchi non è un reato. Per ora.

Claudio Mori, giornalista
Mitico Vujovic! Hai dimenticato la sua attività di libraio… Ci vendeva libri, a sua detta imperdibili, poi quando ci batteva ci diceva “Maestro, italiani comprare molti libri, ma non leggere!”
Vero. Io non ho conosciuto Vujovic, ma Giovanni Longo me ne ha parlato diverse volte. Grazie dell’attenzione.