Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Franco Rocco, l’architetto degli scacchi

(Adolivio Capece)
Franco Rocco è stato un architetto, designer, scultore e saggista, studioso e appassionato di scacchi. Nato a Roma nel 1939, è deceduto a Milano l’ultimo giorno dello scorso anno (31 dicembre 2025).
La salma è stata tumulata nella cappella di famiglia a Fermignano (PU).

Figura forse poco nota agli scacchisti agonisti, ma ben conosciuta dagli storici e dai collezionisti di materiale scacchistico, lo ricordiamo attingendo a piene mani dal blog di Giovanni Longo, che di Rocco fu amico e con cui ebbe molte occasioni per collaborare (per saperne di più: https://www.chesslongo.com/portfolio-item/1978-80-franco-rocco)

Rocco realizzò Scaccomatto, una scultura, un puzzle e un set di scacchi.
Franco Rocco con Scaccomatto ha messo in pratica quella che lui chiamava “La via geometrica” e voleva essere un omaggio alla scuola del Bauhaus per la sua razionalità progettuale.

Ha scritto Longo: “Due cubi di ottone – uno cromato – sono già una scultura elegante e raffinata, ma ogni cubo è anche un complesso puzzle di elementi ad incastro che assemblano i 16 pezzi degli scacchi.”

Franco Rocco mi invitò quando, sul finire degli Anni Settanta, presentò ufficialmente ‘Scaccomatto’ che permetteva di assemblare i 16 pezzi bianchi e i 16 neri in due cubi perfetti. Una vera opera d’arte (1.000 esemplari, firmati e numerati) che come tale ebbe successo, più che come gioco degli scacchi, dato che i pezzi erano troppo ‘stilizzati’ per piacere agli appassionati ed essere da loro utilizzati.

Rocco era giunto a questa realizzazione perché “perdo sempre qualche pezzo”, … ricordo en passant che avendo il medesimo problema con il gioco della dama costruì un altro splendido oggetto, Damadiamante, che permetteva di ruotare le caselle della damiera facendo così apparire, secondo necessità, una pedina o una dama bianca o una pedina o una dama nera.

Poi Scaccomatto fu presentato in un contesto scacchistico molto prestigioso, il Campionato del mondo di Scacchi disputato a Merano nel 1981 tra Anatoly Karpov e Viktor Korcnoj (Kortschnoj), perché Rocco volle metterne in palio un esemplare: inizialmente aveva pensato di donarlo a Korcnoj (Kortschnoj), poi si preferì metterlo in palio per il vincitore del titolo.
Ma Franco Rocco è stato anche lo storico degli scacchi che ha studiato il ritrovato manoscritto (Gorizia 2006) ‘De ludo scachorum’ (sul gioco degli scacchi) scritto alla fine del 1499 dal matematico Luca Pacioli.
Franco Rocco nel libro ‘Leonardo e Luca Pacioli – L’evidenza’ dimostra in maniera inconfutabile che Leonardo da Vinci, buon giocatore e problemista di scacchi, e forse anche ideatore dell’arrocco in una sola mossa, ha anche illustrato i problemi esposti con le figure innovative di splendidi pezzi da lui creati.

Vediamo una sintesi di quel che Franco Rocco scrisse a Giovanni Longo relativamente a GLI SCACCHI DI LEONARDO.
Nel dicembre del 2006, un Manoscritto sul gioco degli scacchi, conservato nella biblioteca della Fondazione Onlus Palazzo Coronini Cromberg1, classificato come di autore ignoto, è stato riconosciuto autografo di Luca Pacioli e datato della fine del 1400.
La filigrana della carta e una richiesta di Pacioli di “privilegio di stampa”, per un trattato sul gioco degli scacchi, collocano la stesura del Manoscritto tra il 1497 e il 1508. In quegli stessi anni Leonardo Da Vinci e Pacioli avevano composto il loro famosissimo trattato sui poliedri regolari titolato DE DIVINA PROPORTIONE.

1978/80 design Franco Rocco, Cubo 7,5 x 7,5 x 7,5 cm. R = 7,5 cm. P = 4,4 cm. kg 3,75 Metallo argentato e dorato
Provenienza: Asta Leclere (Marsiglia) del 6.04.2017 Lotto n° 243. In collezione da Giugno 2017. Titolo dell’opera ‘Scaccomatto’


Che Luca Pacioli avesse scritto un “trattato” sul gioco degli scacchi era noto, per la citata richiesta di privilegio di stampa e perché Pacioli, nel suo libro, titolato DE VIRIBUS QUANTITATIS, afferma di averlo composto, con l’intenzione di dedicarlo, con il titolo di DE LUDO SCACHORUM, a Isabella d’Este Marchesa di Mantova, grande appassionata e cultrice del “nobil gioco”.
Il DE LUDO SCACHORUM, è stato ricercato a lungo e invano dagli storici e in particolar modo dagli studiosi degli scacchi, che conoscendo l’amicizia e la frequentazione di Leonardo Da Vinci con Pacioli, e la particolarissima importanza, nell’evoluzione delle regole del gioco, di un rebus (scacchistico) disegnato da Leonardo, speravano di trovare una conferma del suo interesse per gli scacchi.

Il Manoscritto ora correttamente attribuito a Luca Pacioli non è il DE LUDO SCACHORUM, esso è lo studio preparatorio del DE LUDO SCACHORUM, non ha la perfezione formale del DE DIVINA PROPORTIONE, ma dà una risposta positiva, oltre tutte le più ottimistiche aspettative, alle speranze degli scacchisti, perché, con l’immediatezza e la freschezza di chi annota per se stesso, mostra in verità che non solo Leonardo ha disegnato di suo pugno 58 dei 114 problemi esposti e non solo questi sono in gran parte inediti, da giocarsi con le nuove regole che allora andavano delineandosi (movimento della Regina e dell’Alfiere) e definendosi nelle corti d’Europa, ma rivela che Leonardo ha ideato le figure dei pezzi rappresentati e queste naturalmente sono bellissime, elegantissime, mai viste prima.
Purtroppo l’argomento specifico specialistico del Manoscritto, da un lato, l’ha sottratto all’attenzione degli studiosi di Leonardo e dall’altro, la sua stesura, caratteristica di appunti per uso privato, non ha ostentato agli studiosi degli scacchi e di Pacioli, che l’hanno attentamente esaminato, quegli aspetti di rilevanza estetica, che forse, ritenendoli peculiari di tutti i disegni di Leonardo, si aspettavano. Cosicché molti di loro hanno erroneamente concluso che Leonardo non avesse posto mano al Manoscritto e che, come tutte le parti scritte, così pure, tutte le parti disegnate fossero di mano di Pacioli.

Così non è, e il libro di Franco Rocco ‘LEONARDO E LUCA PACIOLI, L’EVIDENZA’ dimostra, oltre ogni legittimo dubbio, l’oggettività della verità suddetta e il fatto che Leonardo Da Vinci si è cimentato anche con il gioco degli scacchi, intervenendo da par suo nel processo di modernizzazione delle regole di gioco, allora in atto, e disegnando, come un moderno designer, le figure dei pezzi in modo che possano essere prodotte in serie solo in torneria.

Quando si sparse la notizia del ritrovamento del manoscritto di Pacioli fui coinvolto per contribuire alla stesura della parte tecnica. Allora chiesi a Franco Rocco se poteva studiare i diagrammi per una analisi della strana forma dei pezzi. Ne fu entusiasta e si gettò a capofitto nello studio del volumetto. Successivamente fu incaricato ufficialmente dalla Fondazione Coronini di dare forma concreta ai disegni del manoscritto.

Le figure rappresentate nel Manoscritto di Pacioli, proporzionate in base al rapporto aureo, si rifanno, per il Pedone, a forme note, per la Regina, ad una forma precisa già utilizzata da Leonardo, nel disegno di una fonte (in studi e disegni di fontane, Codice Atlantico, foll. 293r-b e 212r-a. E c. 1497-1500, Ms. I di Madrid), per le figure di Alfiere, Cavallo, Torre e Re, e per la loro complessiva raffinata snellezza, ai decori della Domus Aurea, Candelabra e Grottesche, scoperte sul finire del 1400 e note al Maestro Da Vinci.
Le figure del Manoscritto, infine, introducono per la realizzazione di tutti i pezzi del gioco l’uso esclusivo del tornio, cosa mai fatta, né prima (dato che il tornio non esisteva) né dopo.

Per questi motivi Franco Rocco si dichiarò assolutamente certo che l’invenzione di queste forme sia attribuibile soltanto al genio di Leonardo.
Tale convinzione nasceva anzitutto dalla constatazione che gli scacchi del Manoscritto sicuramente non sono stati ideati da Luca Pacioli, il quale da più di uno storico, a partire dal Vasari, è stato spesso accusato di mancanza di originalità e di essere stato più che altro un divulgatore di idee non sue.

In ogni caso egli era un matematico ed un teorico della geometria che difficilmente si sarebbe dedicato a ricercare forme nuove ed originali. Appare legittimo ipotizzare che si sarebbe limitato ad utilizzare forme esistenti e di uso comune al semplice fine di rendere più chiaro il suo pensiero unicamente interessato ad illustrare strategia e tattica di gioco.
Secondo lo studio dell’architetto Rocco, studio estremamente approfondito e dettagliato, quindi, gli scacchi illustrati nel manoscritto di Pacioli sarebbero stati ricavati da prototipi inventati da Leonardo.

Certo”, concludeva Rocco, “i disegni nel Manoscritto non sono tutti di mano di Leonardo, e anzi con ogni probabilità sono di più mani, ma tutti, nelle piccole diversità di esecuzione, si riferiscono ad uno stesso modello. Tutto ciò porta a concludere che Leonardo ha inventato le forme, le ha realizzate, probabilmente in cera o in argilla, come di sua abitudine, e queste sono state utilizzate per illustrare le combinazioni scacchistiche descritte da Luca Pacioli nel Manoscritto”.

Purtroppo forse, anzi vorrei dire probabilmente dato che si trattava di scacchi “argomento specifico specialistico”, Franco Rocco si trovò a combattere contro lo scetticismo dei cosiddetti ‘esperti’ di Leonardo da Vinci e i suoi studi non ebbero mai l’esito sperato.
Quello che credo di poter definire l’ultimo tentativo fu la mostra “La Via Geometrica: da Scaccomatto agli Scacchi di Leonardo da Vinci“, da lui organizzata a Milano dall’8 al 30 settembre 2016, presso lo spazio espositivo PwC di Viale Monte Rosa 91.
Per l’inaugurazione ingaggiò Vittorio Sgarbi, che purtroppo rovinò un po’ tutto arrivando con grande ritardo all’evento (arrivava dal Palazzo Ducale di Mantova dove aveva preso parte ad una conversazione pubblica), per cui molti dei giornalisti e delle tv invitati non aspettarono e andarono via e ci fu poco rilievo al pur interessante discorso (scacchistico) che Sgarbi tenne dopo aver visionato velocemente la mostra.

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3 pensieri su “Franco Rocco, l’architetto degli scacchi

  1. Bene ha fatto Adolivio Capece a rievocare la figura di Franco Rocco, l’uomo che ha segnato un passaggio indelebile nella storia degli scacchi grazie alla scoperta che nel manoscritto di Luca Pacioli (1445 ca – 1517), preparatorio del De ludo schachorum, Leonardo Da Vinci (1452 – 1519) disegnò le figure dei pezzi da produrre in serie al tornio.
    Ho avuto il privilegio di conoscere Franco Rocco e il suo lavoro.
    Mi piace credere che abbia scelto la via geometrica da lui percorsa tutta la vita per andarsene a 86 anni in un giorno simbolicamente altrettanto preciso, geometrico, l’ultimo giorno dell’anno, 31 dicembre 2025. L’ultimo pezzo perfettamente incastrato nel puzzle della vita. Franco Rocco architetto e designer sempre in bilico tra mistero e magia, tra raziocinio e superstizione, ha chiuso così la sua opera, esattamente tra il vecchio e il nuovo anno, tra un mondo vecchio e uno nuovo.
    Può sembrare un paradosso che il rigore geometrico delle sue opere sia stato il mezzo per indicare la via dell’immaginazione, sia stato la tortuosa metafora della vita umana. Un pensiero logico-razionale che cede al disordine delle emozioni, del gioco.
    Come nei due cubi di ottone che Rocco invita a smembrarli, a trasgredire il segreto in essi racchiuso, a svelarne il significato. Cosa celano? Pezzi di scacchi pronti a mettersi in gioco sulla scacchiera, a sua volta luogo geometrico e infinito, lanterna magica di sentimenti e di illusioni. Scaccomatto è il titolo di quest’opera del 1978, maniacalmente assemblato, chiuso come per volere mettere ordine al caos, e aperto al tempo stesso, uno scacco matto alla razionalità, alla prigione della crisalide che vorrebbe impedire il volo della farfalla.
    Come ne La via di Colombo, una sfera realizzata nel 1992, a cinquecento anni dalla scoperta dell’America, che si smonta in 37 parti solo dopo avere individuato gli arcani meccanismi con i quali aprirla per poi immergersi in un universo di simboli, nella follia del poeta.
    Attraverso riti di iniziazione, di movimenti esoterici, i mondi di Franco Rocco, edificati con consumata abilità, provvisoriamente inespugnabili ed ermetici, vengo destrutturati per schiudersi alle intermittenze del cuore, scatenare fantasie, esplorare il gioco del destino. Il suo progetto è questo, la creazione di una vertigine, di un’emozione estetica. Perciò la reazione è lo stupore del fanciullo che solo Franco Rocco poteva suscitare, raffinato artista visionario.

    Claudio Mori

    1. Dopo l’articolo e replica degli amici Adolivio Capece e Claudio Mori, due professionisti della penna, penso sia mio dovere raccontare umanamente chi era Franco Rocco.
      1995 a San Giorgio su Legnano nel semilampo dei record con 926 partecipanti tra cui Karpov, tra i tanti libri, scacchiere e curiosità scacchistiche varie vi era esposta una scultura che non poteva passare inosservata era “Scacco Matto” i due cubi in ottone descritti da Capece e Mori. Incuriosito e affascinato dall’originalità dell’opera cercai l’autore, certo che fosse presente, lui non c’era aveva mandato un suo nipote a presentare l’opera, chiesi al giovane che li curava a vista d’occhio, visto il valore, i riferimenti dello zio. Fu così che da lì a pochi giorni conobbi Franco Rocco, era l’inizio della nostra amicizia. Anche dalla sua assenza a San Giorgio si capisce che Franco era una persona molto riservata, che non amava essere al centro dell’attenzione, ma preferiva che fossero i suoi lavori a parlare di lui. È stato definito artista, geniale, poeta, studioso… Franco impersonava tutto ciò nella modestia della sua persona, ma con la determinazione di un leone quando sapeva di essere nel giusto.
      L’opera “Scacco Matto” gli ha dato solo soddisfazioni, anche quella di essere malamente copiato da più anonimi pseudo artisti, i cui lavori SimilScaccoMatto girano ancora nelle aste internazionali usando in maniera fraudolente come autore il nome di Franco Rocco. Anche questo succede nelle aste…
      Non fu così per il suo meticolosissimo studio su Leonardo da Vinci e Luca Pacioli, dove nella certezza di aver capito che a disegnare gli scacchi del manoscritto di Luca Pacioli era stata “La mano sinistra del Divin Maestro” per motivi, mi sia concesso il termine di mancanza di paternità se non di invidia, non fu riconosciuta le tesi di Rocco, per futili motivi dagli studiosi di Leonardo da Vinci. Franco Rocco era certo della sua tesi e non si arrese alle decisioni dei soloni leonardiani e scrisse il libro “Leonardo da Vinci e Luca Pacioli l’evidenza” che come chiaramente espresso nel titolo dimostra la validità della sua tesi, ma purtroppo non fu presa in considerazione dai centri di ricerca dei tanti, forse troppi, studiosi leonardiani. Anche in questo caso Franco non considerò la partita chiusa, ma fu sfortunato perché la mostra descritta da Capece che prevedeva l’intervento di Vittorio Sgarbi
      che era certo della validità degli studi di Franco Rocco fu andata pressoché deserta per il ritardo ingiustificato di più di due ore del famoso critico d’arte con la conseguenza che l’evento non suscitò il clamore sperato e un nuovo confronto con gli studiosi di Leonardo.
      Franco Rocco anche in questa occasione non si perse d’animo e curò la realizzazione di un set di scacchi tratti dai disegni di Leonardo da Vinci. L’opera è la sola esistente, anche qui aldilà delle false imitazioni, e sarà esposta su espresso desiderio dell’autore a Marostica nel nascente museo degli Scacchi.
      Grazie Franco per la tua amicizia, i tuoi suggerimenti tecnici e pratici sui musei in generale e in particolare su uno dedicato agli scacchi, e per avermi dato il grande onore di esporre, oltre a “Scacco Matto”, anche “Gli Scacchi di Leonardo” al museo di Marostica.
      Giovanni Longo

  2. Finalmente gli scacchi di Leonardo saranno visibili al pubblico. Saranno uno dei simboli dell’eternità degli scacchi che ogni giorno fanno nuovi proseliti. Come Alberto Trentini, il cooperante italiano liberato proprio oggi dopo 423 giorni di ingiustificata detenzione in un carcere di Caracas, Venezuela.
    Vale la pena ricordare quanto riportato dal quotidiano la Repubblica dell’11 gennaio scorso, pagina 5, in un’intervista a un altro detenuto colombiano, Ivan Colmenares Garcia, anch’egli liberato, che racconta come Alberto Trentini abbia imparato a giocare a scacchi in carcere, costruendo i pezzi con sapone e carta igienica. “Giocavamo attraverso le feritoie delle celle – dice Garcia – la mia era davanti alla sua, a pochi metri. Avevamo fatto le torri, i pedoni, gli alfieri…Alfa 3, Charlie 5, comunicavamo così le mosse. Alberto ha imparato in carcere a giocare. Ma le guardie si innervosivano e ci portavano via anche gli scacchi, lasciandoci senza niente da fare, senza dignità”.
    Anche altre carceri, altri tentativi di sopprimere la dignità umana, ha conosciuto la storia, purtroppo.
    Magari alla Federazione scacchistica italiana (Fsi) potrebbe venire in mente di invitare Alberto Trentini a un incontro pubblico per dire cosa hanno rappresentato per lui gli scacchi durante gli orribili giorni di prigionia, e magari conferirgli anche una medaglia ad honorem. Non ci sono solo i tornei al mondo.

    Claudio Mori

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