Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Scacchi in Museo a Marostica, tenera follia

Gli scacchi di Baj, 1988

(Claudio Mori)
Scacchi, usciti da vite vagabonde, da notti infinite, sono entrati in un Museo, a Marostica, luogo d’incontro, di cultura, custode di memorie. Pezzi del gioco degli scacchi in sale che indicano continenti diversi, Asia, Europa, Africa, America, Oceania. È il loro cammino. Su un mappamondo che si srotola sopra un foglio, da un punto lontano dell’India occidentale segni di destino s’irradiano verso oriente e verso occidente. Lo stesso percorso che fecero le galline, parecchi secoli prima, dopo che il gallo Bankiva venne addomesticato. Le galline seguirono gli uomini nel loro incessante spostarsi, facili da trasportare, sollievo della carne e dello spirito, come gli scacchi. Verso occidente, verso oriente, lungo i sentieri, i fiumi, i mari.

C’è un inizio, come per ogni cosa, anche per gli scacchi. Dal periodo sanscrito, all’incirca nel VI secolo, verso la Persia, un lungo viaggio su carri merci, e poi sui piccoli cavalli arabi fin nel cuore dell’Europa, all’incrociarsi delle spade tra Mori e cavalieri medievali. E strada facendo, attraverso migrazioni e contaminazioni, il gioco si alimenta. Nell’inesauribile peregrinare conosce mondi diversi, nuovi innamoramenti, appuntamenti mancati. Risponde a momenti ed esigenze diverse.

Attraverso le sale del Museo si snoda il filo saldo della storia degli scacchi, la conquista del mondo intero, a partire dall’India.

Per avvicinarsi agli scacchi, per tentare di comprenderli, bisogna riavvolgere un lungo filo, tornare allo scricchiolio del tempo, e poi nuovamente dipanarlo, lentamente, e sforzarsi di ascoltare anche ciò che li ha accompagnati, le mille e una musica, le voci, le ombre femminili, il rugginoso rumore del filo spinato nelle trincee, il canto del vento. Fiutare l’odore acre dei mozziconi di sigaretta nei posacenere dei caffè, dei circoli.

Chi guarda questi scacchi nelle loro teche dice raccontami, raccontami gli occhi derelitti di Macalda Scaletta che dà matto all’emiro Margam Ibn Sebir mentre sono imprigionati tra le mura umide del castello di Matagrifone di Messina, raccontami il profumo di arancio e gelsomino sui pezzi mossi dalle dita sottili di Madame de Sévigné alla corte di Re Sole, mentre nella sala risuonano le note di un balletto composto dal fiorentino Jea-Baptiste Lulli. Raccontami.

Non basta. Non solo questo il Museo racconta. Perché gli scacchi, a differenza di centinaia di altri giochi ormai scomparsi, esistono da 15 secoli e continuano a essere giocati in ogni parte del mondo. Perciò questi set vanno osservati oltre lo sguardo di semplici manufatti intagliati secondo le culture dei popoli che li hanno fabbricati, come fiori secchi tra due fogli, come l’espressione annoiata di un collezionista che osserva una farfalla infilzata da uno spillo. Sarebbero solo recita scadente, oggetti pieni di polvere. Ossi di seppia sulla battigia.

Stesse regole da metà Cinquecento ma oggetti continuamente reinterpretati, riflessi in ogni epoca dei mutamenti politici, sociali e artistici. Nonostante ogni tentativo d’interdizione, come nel medioevo l’opposizione della chiesa per blasfemia, azzardo, manicheismo e, quando il pedone riesce a diventare regina, transessualismo e poligamia.

L’alternanza e la mutazione sono la forza degli scacchi. Luce e tenebre, ragione e desiderio, guerra e pace. Tutto in una danza di mosse che hanno accompagnato sogni di grandezza o incrociare di spade. Sono come la poesia che “…si ciba di alimenti deboli/ ma di forti canzoni”, come scrisse Alda Merini in versi dedicati ad Angelo. Bisogna ascoltare i loro canti, l’infinità di simbolismi di cui si sono di volta in volta vestiti: bellici fin dalle origini, religiosi con pretese lezioni di morale, politici per allenare alla gestione del potere, sportivi per celebrare la supremazia della mente.

La scrittura, a partire dai primi problemi che hanno dato loro la forza, ha sottratto gli scacchi all’istantaneità, ha dato loro la memoria. Gli scacchi, sostituendosi alla guerra, formano le trame di infinite leggende, di storie che non si accontentano delle apparenze, vanno oltre. Parlano un vocabolario antico. Sotto il regno di Harsa, re di Kanauj sul Gange (dal 606 al 647) “solo le api litigano nel raccogliere la rugiada … solo la scacchiera indica la posizione delle armate” (Bana, Harshacharita, 625 e. v.), cessate le battaglie a terra e a mare. Un romanzo fatto di tanti romanzi come 2666 di Roberto Bolano.

In bilico tra diversi mondi, gli scacchi sono al tempo stesso l’esatto, 64 caselle, e l’infinito, le possibilità delle mosse. Gli scacchi subiscono come ogni forma d’arte le scosse del tempo, sono un perenne laboratorio creativo per artigiani, scrittori, giocatori. Dunque luoghi dell’immaginario. Infatti sono Arte secondo l’Enciclopedia sovietica. Come quegli Staunton, messi in vendita a Londra nel 1849, che trasudano decoro e compostezza neoclassica, vittoriana, che rappresentano un mondo ben ordinato e bacchettone. O come quei set in vetro dell’Art Nouveau di Emile Gallé all’Esposizione universale di Parigi del 1889 dove sui pezzi sono incise citazioni da poeti come Victor Hugo e Théophile Gautier: “la dame noir et douloureuse” , “ tendre est la folie”.

Gli scacchi hanno lasciato un segno in tutte le correnti artistiche. Nel pensiero funzionalista del Bauhaus con il set di Joseph Hartwig (1923). In quel pensiero surrealista e dadaista che si è catalizzato nel fine d’anno tra il 1944-’45 a New York nella galleria di Julien Levy dove un gotha di trentadue sradicati artisti, da Marcel Duchamp a Man Ray, da Max Ernst ad Alexander Calder, da Isamu Noguchi a Yves Tanguy hanno messo sulla scacchiera le loro inquietudini. Scacchi agitati, contorti.

Enormi scacchiere bussano alla porta dei sogni patafisici di Enrico Baj, un vasto palcoscenico su cui va in scena “un cimitero di cianfrusaglie multicolori, un Mercato delle Pulci di dopo la fine del mondo”, come scrisse Italo Calvino. La pace vale più delle stringhe di medaglie appuntate al petto di un generale o di un re. Bussano alla porta del Nuovo Realismo di Arman e Boisgontier, a quella delle icone urbane dell’Urban Art di Francesco Garbelli, come archetipi che dalle profondità attraversano la toppa della serratura e si trasformano nei sogni, nelle intuizioni, negli incubi del giocatore di scacchi, nei meandri creativi che a volte possono farlo andare incontro alla follia, e perdersi.

E quei pezzi nell’ultima sala del Museo, con quella finestra che incornicia la scacchiera della piazza e il Castello Superiore, contengono dettagli che nascondono nuovi significati, verità nascoste come messaggi tra gli strati sottili in cartone degli scacchi Ajax per indicare ai prigionieri inglesi la via di fuga dal castello nazista di Colditz, in Sassonia. La pubblicazione di problemi scacchistici cela rilevamenti di aree strategicamente importanti come faceva un’attrice francese, spia dei tedeschi, durante la prima guerra mondiale: pedoni – fanteria, regina – artiglieria leggera, alfieri – divisione aerea etc. Ci sono il male e allo stesso tempo la risposta alle tentazioni del male in quei miseri manufatti di disarmata innocenza nell’aria infetta dei campi di concentramento, nei proiettili piegati a gioco, una bomba che è solo lo scoppio del tuono. Scacchi che vivono abbracciati alla morte dentro atroci guerre e paci bugiarde. Prevale la pietà. Quanti brividi, quanta vita ci sono in essi, anche se in un tempo trattenuto, sospeso, che sembra domandare: “È ancora possibile essere umani?

Nel gioco le passioni vengono represse e sublimate attraverso le regole e i comportamenti dei due giocatori. Una guerra celata dietro la maschera ingannevole del gioco. Si vince senza uccidere al contrario delle guerre dove si uccide senza vincere, mai. Una giungla ridotta a uno zoo, insomma. Sono mai stati gli scacchi uno svago? Li domina un’ideologia competitiva, come in ogni altro sport, come nella società, come nell’economia dove prevalgono lo squilibrio e la diseguaglianza.

Anche dove il terreno di gioco, la scacchiera, si è ormai smaterializzato nell’etere, restano tuttavia le regole che non sono solo degli scacchi ma anche quelle del lecito e dell’illecito, del bene e del male, della legge uguale per tutti come nei sogni e nelle utopie.

Ma ciò non corrisponde all’impianto della nostra società. Perciò gli scacchi sono destinati ad accompagnarci ancora a lungo. Anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale continueranno mosse di supremazia, uccisioni come nei versi di Omar Khayyam (1048 – 1131) “Dove il destino gioca con gli uomini grazie agli scacchi / Qua e là delle mosse, degli scacchi, delle uccisioni…

Ecco cosa si può scoprire, tra tante altre meraviglie, nel “Museo Internazionale degli Scacchi Giovanni Longo – Città di Marostica”, perché così si chiama questo Museo. Un museo pubblico non nasce per caso. Ci vogliono fantasia, determinazione, coraggio, soldi. Pazienza, molta. Competenza, mai abbastanza. Tempo. Più o meno quattro anni in questo caso. E ci vuole qualcuno come Giovanni Longo da San Giorgio su Legnano, Maestro ad honorem, che faccia l’inconsulto gesto di donare la propria collezione di scacchi, la passione di una vita, a una città. A Longo si sono subito uniti donatori di altri set che, impazienti come attori in camerino, non vedevano l’ora della chiamata sul palcoscenico. E l’architetto Massimo Palazzani ha creato il vestito su misura per i set, i suoni, le immagini, i racconti. Anche se quel colore verde-ospedale delle pareti non si sa da dove sia sbucato. E l’Amministrazione comunale più volte arrancando, smarrendosi, ha con ostinazione portato a termine il progetto e messo a disposizione la casa più prestigiosa, le sale del trecentesco Castello Inferiore voluto da Cangrande della Scala.
Il Museo è stato dato per realizzato troppe volte. Troppe volte si è perso nel nulla. Articoli di giornale, foto di gruppo, e ancora rinvii. Ma il 16 maggio 2026 segna finalmente la conclusione di una fase e l’inizio di una nuova avventura, l’apertura al pubblico. Il Museo degli Scacchi inizia a respirare tra muri di pietra e torri merlate che gli sono famigliari, accarezza le origini. Gli scacchi sono in festa.


 

Claudio Mori, giornalista

 

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