Ricordo di un grande uomo: Marco Aurelio Severino
(Riccardo Moneta)
Il 15 luglio del 1656 periva di peste a Napoli, da eroe, Marco Aurelio Severino, padre della chirurgia moderna, grande personaggio, mai abbastanza ricordato ed elogiato.
Nel luglio del 2016, in occasione della ricorrenza del 360° anniversario della morte, venne organizzato dal Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Calabria un seminario internazionale dal titolo:
“Marco Aurelio Severino’s (1580-1656) contribution to the history of medicine, science and technology at the dawn of the modern age”.
Nel bollettino di presentazione del seminario così si leggeva:
“Figura chiave per il progresso della scienza moderna nel Sud Italia, le sue opere vengono lette nelle più importanti università europee e nei maggiori ambienti culturali che precedono la nascita delle principali accademie scientifiche europee, come l’Accademia del Cimento di Firenze, la Royal Society di Londra, l’Académie Royale des Sciences di Parigi e l’Accademia degli Investiganti di Napoli. Gli interessi severiniani vanno ben oltre il dominio medico, come testimonia la letteratura scientifica stampata dal 1940 sulla vita e le opere dello scienziato calabrese. Un primo ritratto dello studioso, della sua fortuna, è sicuramente fornito dalla fitta rete di corrispondenze che intrattenne durante la sua vita, tra le quali compaiono figure che contribuirono a cambiare il volto dell’Europa moderna: William Harvey, Cassiano dal Pozzo, Thomas Bartholin, George Ent, Ole Worm, Johann Vesling, Tommaso Campanella e molti altri”.
Nella sessione pomeridiana del seminario uno spazio di trenta minuti fu dedicato, con l’intervento di Giovanni Sole (DISU-Unical), anche ai suoi amati scacchi, con il sottotitolo: “Intrigamenti & disintrigamenti, Marco Aurelio Severino e la filosofia degli scacchi”.
Mentre Adriano Chicco e Antonio Rosino non citarono minimamente il Severino nella “Storia degli Scacchi in Italia” (1990), per fortuna lo stesso Chicco e Giorgio Porreca non si dimenticarono del tutto di lui nel loro “Dizionario Enciclopedico degli Scacchi” (1971). Ecco quanto ivi riportato:
“Medico, filosofo e scacchista italiano (Tarsia 1580 – Napoli 15.7.1656). Dopo aver iniziato studi legali, li abbandonò per dedicarsi alla medicina. Fu uno dei più grandi chirurghi e anatomisti del suo tempo. Oltre a varie opere di chirurgia e anatomia, scrisse “La filosofia, o vero il perché degli scacchi” (pubblicato a Napoli, 1690), nel quale cercò di spiegare lo spirito del gioco e le ragioni del movimento dei pezzi. In un altro libro “Dell’antica pettia, o vero che Palamede non è stato l’inventore degli scacchi” (ancora Napoli 1690) confutò l’opinione, allora dominante, secondo la quale l’invenione degli scacchi risalirebbe al tempo della guerra di Troia; e fu tra i primi studiosi che esclusero la asserita identità fra i latruncoli dei romani e il gioco degli scacchi”.

Le due opere di Severino furono quindi pubblicate postume a distanza di ben 34 anni dalla sua scomparsa. Il merito va al coraggioso editore Antonio Bulifon. Nel suo campo Severino fu autore della “zootomia democritea“, la prima opera di anatomia comparata.
La figura di Severino è stata tratteggiata il 5.2.2013 da Oreste Parise in un articolo dal titolo “Marco Aurelio Severino, il padre della chirurgia moderna” (in ‘Mezzoeuro, settimanale d’informazione regionale‘). Egli in particolare riprendeva il testo di Salvatore De Renzi (Napoli 1857) ‘Documenti della pestilenza che desolò Napoli nell’anno 1656‘. Questi i momenti principali:
“… I più forti morivano istantaneamente, e spesso uno sternuto segnava il termine della vita. Altri cadevano in un respiro. Altri presi da forti vertigini morivano, come avvenne al celebre Marco Aurelio Severino. Altri presi da delirio si andavano a gittare a mare. Altri erano presi da subito pallore sudore e tremore, e, mancando le forze, spiravano. Altri si davano a rapida fuga, come se fossero inseguiti, e si gittavano ne’ precipizii. Altri furiosi si precipitavano dall’alto; altri si gittavano nei pozzi; altri malinconici e tristi passeggiavano lentamente, si accasciavano, si rialzavano, finché cadevano sfiniti, né si rilevavano più. Altri oppressi da forte sonno si gittavano sul letto, e vi restavano cadaveri; ed altri sorpresi da strani delirii passeggiavano su’ tetti, e si reggevano su’ merli, si arrampicavano alle muraglie, d’onde spesso precipitando morivano …
Si nominò una Deputazione di sanità, alla quale venne confidata la esecuzione delle deliberazioni prese, e le si diede il carico di esaminare quel che occorresse fare in quell’estremo frangente. … Questa Deputazione diede incarico a’ Medici più rinomati di que’ tempi che osservassero non meno gli infermi, che i cadaveri, facendone esatta notomia. Onde a ciò i medici ragunatisi insieme, presiedendo loro il famoso Marco Aurelio Severino cotanto celebre al mondo per le sue opere (morto dappoi ancor egli di peste), fu conchiuso che il male fosse pestilenziale. La sezione de’ cadaveri fu eseguita da Severino e da Felice Martorella rinomato chirurgo.
Quasi tutt’i componenti della Deputazione morirono vittima della peste, e furono surrogati da altri, fra’ quali si distinse un Pietro Carrafa. Costoro si riunivano nella Chiesa di S. Lorenzo per deliberare sopra quel credevasi più opportuno in tanta vicenda di sventure e per tanto popolo. Gli storici non ci han lasciato compiute notizie di quel che fecero gli eletti e di quel che fece la Deputazione, e sol poche cose appariscono dalle prammatiche e dalle notizie scritte: ma certo si affaccendarono molto, ma il frutto fu poco, perché il male non aveva più rimedio, tuttavia è obbligo della storia di tributare alla memoria di quegli egregi cittadini una parola di gratitudine e di encomio. Si occuparono de’ pubblici bisogni e non della custodia della loro vita, e se non riuscirono non furono per questo meno benemeriti…
S’arrivò finalmente al punto che cominciarono a mancare i mezzi per raccogliere e trasportare i cadaveri, e si vide Napoli ingombra di carretti e di molti carri trasportati da’ bovi. Nello stesso tempo si vedevano giacere nelle case, nelle piazze, ne’ chiassuoli, nelle pubbliche vie, negli atrii, sulle porte delle chiese, moltissimi nudi e sozzi cadaveri, che muovevano la pietà di chi passava, li mettevano in pensiero sulla loro sorte, mentre per l’immenso numero non vi era chi seppellisse quei cadaveri, non solo per l’assoluta deficienza di becchini, ma anche per la rotta disciplina, non essendovi chi sapesse imporre di torre via dal pubblico sguardo l’orrendo spettacolo di cadaveri di due e tre giorni e semicorrotti, e puzzolentissimi….
… Egli (il Severino, n.d.r.) accorreva dovunque il bisogno lo chiamasse, internandosi nelle case le più infette e negli ospedali i più numerosi, in guisa che contaminato il di lui sangue da quella lue pestilenziale, dovette anch’egli soccombere al desolatore flagello, che spopolò questa vasta metropoli co’ suoi deliziosi contorni”.
Si calcolò che almeno 250.000 morti di peste si ebbero quell’anno nella sola Napoli, su un totale di 400.000 abitanti. Severino stesso fu alla fine infettato, ma continuò fino all’ultimo ad assistere gli altri malati e così …

“Il dì 16 luglio del precitato anno 1656, contando 76 anni della sua età, morì in Napoli questo valente filosofo, e fu sepolto nella chiesa di S. Biagio de’ Librai, sine lapide, sine titulo; ma per la desolazione in cui trovavasi la città, e forse per invidia de’ suoi stessi concittadini, che troppo superiore lo vedevano ai loro limitati talenti, non vi fu alcuno che gl’innalzasse un monumento… I discepoli di Marco Aurelio Severino, per dare onesta sepoltura al loro venerato maestro, lo presero sulle proprie spalle e lo andarono a riporre in S. Biagio de’ Librai”.
Chi più di Marco Aurelio Severino merita la gratitudine eterna e il ricordo dei suoi concittadini e di tutti gli italiani? Non fa che gratificarci il fatto che questo eroe sia stato anche un grande appassionato di scacchi.